Miseria della quarantena, ricchezza del possibile. Riflessioni sulla necessità di un Reddito di Base alla luce del Covid-19


Andrea Ferrari

 

Restate a casa e andrà tutto bene. Un mantra che gli italiani si sentono ripetere ossessivamente da circa un mese e per cui si sono spesi appassionatamente dai politici alle star di sport e spettacolo. Un appello che, per quanto giustificato dalla complessa situazione sanitaria, glissa su un punto fondamentale: stare a casa significa non lavorare e bloccare di fatto il sistema dei consumi su cui si basa la nostra economia. Questa doppia implicazione risulta chiaramente deleteria per il sistema economico che si trova d’un tratto incapace di generare profitti e, ben più drammaticamente, salari per i lavoratori.

Infatti, escludendo le categorie letteralmente costrette a continuare a produrre in quanto fornitrici di prodotti e servizi considerati essenziali ed i lavori in cui si è potuti passare al c.d. smart working, per tutti gli altri questo comporta ovvie problematiche di sopravvivenza di base. Dalla spesa all’affitto la situazione si sta complicando sempre più per una fascia di popolazione che aumenta di giorno in giorno. Tuttavia, questa situazione non si applica ad una ristrettissima fascia di grandi industriali, proprietari e professionisti che anzi nelle crisi vedono aumentare i propri profitti. Curiosamente, una simile analisi era valida anche prima del coronavirus. Il lockdown sembra dunque in grado di portare a galla con tempi accelerati contraddizioni già esistenti ed in fondo endemiche del sistema economico in cui viviamo ed in cui si generano in primis diseguaglianze radicali.

Pensiamo da un lato ai precari, ai disoccupati, ai cassaintegrati o ai lavoratori “in nero”. Categorie di lavoratori che il capitalismo finanziario del XXI secolo ha contribuito a creare e sfruttato per costruire le fortune di pochi. Dall’altro lato della barricata basti come esempio il video in cui il noto imprenditore Urbano Cairo gioisce descrivendo le grandi opportunità economiche che la crisi sta offrendo e offrirà a quei pochissimi che potranno continuare a fare profitto sfruttando le difficoltà e le incertezze del resto della popolazione costretta all’inattività.

Finora, al di là dei proclami di unità e solidarietà, la risposta del governo e dell’Unione Europea è stata timida e preoccupata più di non creare aspettative per riforme radicali spaventando così i ricchissimi, che di aiutare sostanzialmente chi ogni giorno deve farsi i conti in tasca. Pretendere di più è definitivamente necessario.

È infatti il momento di andare oltre la logica strettamente assistenziale ed emergenziale adottata finora. In questa direzione si sono mossi i movimenti sociali che parlano da settimane di “Reddito di Quarantena” ed il Basic Income Network Italia che ha lanciato una petizione per allargare sensibilmente il numero di beneficiari del già esistente Reddito di Cittadinanza. La richiesta è giusta e necessaria se si vuole evitare che milioni di persone in Italia – cifra comprovata dal numero di possibili beneficiari previsti dall’INPS per i bonus finora attivati – si trovino in condizione di non arrivare a fine mese. La conquista di questi obiettivi nel più breve tempo possibile sarebbe già un risultato di fondamentale importanza per cui è necessario attivare quante più forze ed iniziative possibili. Dal raggiungimento di questo primo traguardo infatti dipende non solo la possibilità di alzare in un futuro prossimo l’asticella delle rivendicazioni, ma anche molto più materialmente la possibilità effettiva di continuare a vivere dignitosamente per un numero elevatissimo di cittadini.

Lo scopo ultimo per chi sostiene la necessità di misure universalistiche di welfare attivo, come il reddito di base, deve essere più radicale e porsi in una prospettiva temporale che vada oltre l’emergenza attuale e le sue immediate conseguenze. Il fine dovrebbe essere quello di rivendicare un basic income, che non dipenda dalla condizione economica o al fatto di avere un lavoro, come tassello fondamentale per ripensare il funzionamento del sistema economico come lo conosciamo. Peraltro ci si può chiedere quale lavoro ed a quale livello di salario sarà disponibile in un continente che si troverà in recessione alla fine dell’emergenza. È dunque per ovviare non solo alla situazione di crisi attuale, ma anche a quella futura che è necessario spingere per un basic income “oltre” la quarantena. La prospettiva deve essere quella di abbandonare l’idea della crescita della produttività ad ogni costo, ponendo al centro non il lavoro salariato ma la dignità, la salute e la libertà di tutti i cittadini.

L’adozione di una simile misura richiede indubbiamente coraggio, finora come detto mancato ai governanti italiani ed europei. Tuttavia il momento di crisi sembra essere effettivamente favorevole per manovre coraggiose. Nonostante dubbi e ritardi anche l’Unione Europea appare infatti disposta ad allentare le maglie del rigore economico e ad autorizzare un aumento di spesa pubblica importante. A fronte di questa apertura le associazioni di industriali hanno immediatamente rivendicato la necessità di ricevere aiuti pubblici consistenti, pena licenziamenti e chiusure. Diventa in realtà fondamentale che i costi della futura crisi economica non vengano, per quanto possibile, socializzati.

La seconda manovra coraggiosa da parte del governo deve essere dunque l’introduzione di una tassa patrimoniale sui grandi capitali con cui finanziare almeno parzialmente gli aumenti di spesa pubblica. Una simile rivendicazione appare assolutamente legittima in un paese come l’Italia in cui – dati Oxfam – il patrimonio personale di tre persone supera quello del 10% della popolazione ed in cui il 20% più ricco detiene il 70% della ricchezza nazionale. Dovrebbe essere dunque una tassa che non colpisca le fasce più povere della popolazione e la classe media, a cui dovrebbero invece essere destinati i proventi di tale tassazione. Al fine di ottenere una simile misura sarà necessaria una mobilitazione quanto più partecipata e diffusa possibile, non solo durante la quarantena ma anche e soprattutto nel periodo immediatamente successivo ad essa.

Allargando la visione, la mobilitazione non dovrebbe del resto essere limitata all’Italia, ma essere diffusa sul territorio europeo, possibilmente riuscendo a influenzare le stesse istituzioni dell’UE. Nonostante le prime risposte europee si siano basate esclusivamente sui classici meccanismi finanziari, recentemente l’Unione ha varato un piano da 100 miliardi per aiutare gli stati a coprire i costi dei dispositivi statali di protezione contro la perdita del lavoro. È fondamentale una immediata pressione da parte di cittadini ed associazioni al fine di porre le istituzioni europee spalle al muro, costringendole a indirizzare tali risorse per l’introduzione di un reddito di base europeo. Una simile misura avrebbe due effetti positivi prevedibili: innanzitutto costituirebbe uno stimolo per l’economia favorendo i consumi una volta passata la quarantena. In secondo luogo segnerebbe una svolta rispetto alla linea dell’austerity e del binomio liberismo – monetarismo a tutti i costi che ha finora caratterizzato la politica economica dell’Unione. Il progetto europeo inizierebbe finalmente a muoversi in una prospettiva di difesa concreta e diretta del diritto all’esistenza dei cittadini europei.

In conclusione, l’emergenza sanitaria ha accelerato e smascherato contraddizioni a lungo nascoste del sistema economico in cui viviamo. Tra le difficoltà della crisi si aprono opportunità di mobilitazione politica e sociale finora latenti. Parafrasando Andrè Gorz, dalla miseria della quarantena si intravede la ricchezza del possibile. Se il punto centrale rimane la necessità di superare nel modo più degno e umano possibile le difficoltà del presente, bisogna essere consapevoli dell’opportunità che ci si pone davanti di costruire nel futuro prossimo un’alternativa realistica all’attuale sistema economico responsabile di povertà e diseguaglianze estreme. La rivendicazione di un reddito di quarantena deve essere il primo passo per l’introduzione di un reddito di base incondizionato e finanziato tramite una tassazione fortemente progressiva, che liberi i cittadini dal ricatto del lavoro salariato e non riduca lo Stato a mero dispensatore di bonus ed aiuti assistenziali incapaci di cambiare la situazione delle fasce più in difficoltà della popolazione.

La situazione è difficile e le tempistiche, così come le possibilità di successo, sono indubbiamente limitate. Tra le difficoltà vi è la necessità di costruire la mobilitazione già in tempo di distanziamento sociale forzato, sfruttando nuovi canali e tattiche di pressione pubblica; finora sono state messe in campo petizioni, mailbombing, hashtag e striscioni. In attesa di nuove creative modalità si dovranno utilizzare al massimo tali opportunità. Infatti senza pressione popolare governi nazionali ed istituzioni dell’UE difficilmente concederanno spazio per cambiamenti sensibili che possano anche solo far ipotizzare un ripensamento del sistema economico. Tuttavia, in assenza di riforme decise del welfare, una volta finita la quarantena, per una fascia sempre più ampia di cittadini italiani ed europei non sarà possibile pagare i costi di un’altra crisi economica senza di pesanti ricadute sulla tenuta sociale e democratica dei singoli stati e dell’Unione.

 

 

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