Il workfare di Di Maio organizza lo sfruttamento. Intervista a Philippe Van Parijs


Giovanni Modica Scala

Con la seduta dello scorso 17 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge sul reddito di cittadinanza. Il cavallo di battaglia, che da anni è stato al centro delle rivendicazioni politiche del M5S, assume finalmente dei connotati concreti che qui possiamo riassumere. Anzitutto, non rappresenta nulla di nuovo sul versante politico italiano, ricalcando in larga parte il contenuto del “timido” reddito di inclusione partorito dall’asse Renzi-Gentiloni. Rispetto a questo testo, variano leggermente le soglie di accesso al beneficio, l’entità del beneficio; muta sensibilmente il lessico, in una sindrome orwelliana da neolingua ma, soprattutto, viene marcatamente accentuata l’attenzione verso il (coatto) reinserimento lavorativo del beneficiario, con contestuali incentivi per le imprese protagoniste di nuove assunzioni.
A margine di una giornata di studi sulla storia intellettuale del reddito di base, abbiamo chiesto un parere a Philippe Van Parijs, autorevole accademico di fama internazionale, tra i principali fautori di un reddito di base universale e incondizionato. Van Parijs, professore di Etica economica e sociale e autore de Il reddito di base – una proposta radicale (Il Mulino, 2017), è un propugnatore del real libertarianism, «concezione libertaria della giustizia sociale che tende a massimizzare, possibilmente soggetta ad alcuni vincoli, la vera libertà delle persone, ossia i mezzi necessari per il perseguimento della propria concezione di vita ideale, qualunque essa sia».

Lei è tra i principali fautori del reddito di base. Dopo una campagna elettorale in cui il Movimento 5 Stelle prometteva di abolire la povertà tramite un reddito minimo, il loro fondatore Beppe Grillo aveva recentemente sostenuto l’idea di un «reddito per diritto di nascita». Il reddito di cittadinanza appena varato dal governo italiano in che direzione va? Costituisce realmente una novità nel panorama italiano?

Il governo italiano ha introdotto una forma di reddito minimo garantito che rientra nell’ambito dell’assistenza familiare, con le usuali condizioni di selettività sulle famiglie povere e del requisito di disponibilità sul mercato del lavoro. Un sistema del genere è in vigore da diversi decenni nella maggior parte degli altri stati membri dell’Unione europea. Il governo Gentiloni aveva posto fine all’eccezione italiana introducendo il reddito di inclusione ad un livello alquanto limitato; il reddito di cittadinanza è semplicemente una versione più generosa del reddito di inclusione.

Tra le poche novità del reddito di cittadinanza, rispetto al Rei c’è un forte inasprimento degli obblighi di reinserimento lavorativo per i beneficiari – su tutti, l’obbligo di accettare offerte di lavoro a qualsiasi salario e su tutto il territorio nazionale – accompagnate a un apparato sanzionatorio piuttosto rigoroso. Come si concilia la politica di workfare con un mercato del lavoro connotato da aspre diseguaglianze e dalla presenza di una crescente fetta di working poor (persone che, pur lavorando, sono a rischio povertà ed esclusione sociale)?

Non sorprende che un governo di coalizione con la Lega imponga una condizionalità forte di questo tipo. Temono che il sistema finisca per sovvenzionare indefinitamente centinaia di migliaia di disoccupati nelle regioni in cui i posti di lavoro dignitosi e ben retribuiti (dipendenti o autonomi) sono pochi.

Il reddito di cittadinanza appena varato prevede, tra le altre cose, un sistema di incentivi per le imprese che assumano il destinatario del reddito di cittadinanza. C’è il rischio che possa concretizzarsi in un ulteriore sussidio ai datori di lavoro che rifiutano di pagare salari dignitosi?

Certo. Da questo punto di vista, il reddito di cittadinanza introdotto in Italia è molto simile al tedesco Hartz IV. Un sussidio che decade se si rifiuta (ripetutamente) o se si lascia volontariamente un lavoro rafforza il potere contrattuale del datore di lavoro a scapito di quello del lavoratore.

L’articolo 4 della Costituzione italiana definisce il lavoro come un’«attività o una funzione», svolta «secondo le proprie possibilità e la propria scelta», che possa concorrere al «progresso materiale e spirituale della società». Autori come Srnicek e Williams prevedono una crescente ondata di automazione nelle economie più avanzate e, con il definitivo tramonto dell’ideale post-bellico di piena occupazione, si considera oramai “naturale” un tasso di disoccupazione a due cifre. Quale sarà il ruolo del lavoro nell’Italia e nell’Europa dei prossimi decenni?

Le previsioni sulla portata dell’automazione e del suo impatto sull’occupazione vanno fatte con molta cautela. A seconda delle regioni e dei settori economici, questo fenomeno avrà un impatto molto diverso. Tuttavia, non nutro dubbi sul fatto che la combinazione di innovazione tecnologica e globalizzazione continuerà ad alimentare una polarizzazione della capacità di ottenere dal mercato un reddito stabile. In fondo a questa classifica, un numero crescente di persone avrà – salvo intervento pubblico – una capacità di guadagno inferiore alla soglia di povertà, o ne correrà il rischio. Di fronte a questa situazione, il welfaretradizionale fornisce un’àncora di salvezza che permette agli esclusi dal sistema di sopravvivere senza alcuna speranza di vie d’uscita.
D’altra parte, il workfare subordina l’attribuzione di un sussidio all’obbligo di lavorare per le persone ritenute idonee al lavoro e rende effettivo tale obbligo usando investimenti pubblici per creare dei posti di lavoro. Tali investimenti possono assumere la forma di espliciti sussidi concessi ai datori di lavoro, di riduzione dei contributi previdenziali oppure di sussidi concessi ai lavoratori con una forte coercizione a non rifiutare offerte di lavoro.
Per le vittime dell’attuale e futura polarizzazione, si potrebbe dire che il welfare tradizionale organizza la loro emarginazione, mentre il workfare organizza il loro sfruttamento.
Il reddito di base incondizionato mira ad evitare entrambi: l’emarginazione, grazie al suo carattere universale e all’assenza di «prova dei mezzi» (il cosiddetto means test); lo sfruttamento, grazie al fatto che è sgravato da obblighi lavorativi, dall’assenza di work test.

Sebbene in questa forma così limitata, è stato piuttosto complicato reperire le risorse per il reddito. Le coperture peraltro sono salvaguardate da pesanti clausole sull’Iva dei prossimi anni. Stante la difficoltà di tassare e redistribuire capitali sempre più mobili, come si potrebbe finanziare oggi in Europa un reddito di base universale e incondizionato?

Ovviamente il tema del finanziamento si presenta in modo molto diverso a seconda dell’importo. Introdurre un reddito incondizionato strettamente individuale che ammonti a 780 euro per tutti i residenti italiani sarebbe irresponsabile. In Italia, come altrove, occorre iniziare con un importo più modesto, che si aggiri intorno al 15% del Pil pro capite (350 euro circa), con sussidi di previdenza ed assistenza sociale come integrazioni condizionate. Con questa somma, una buona parte del reddito di base universale può essere finanziata da una corrispondente diminuzione di altri sussidi, dall’abolizione dei sussidi più scarsi e dalla soppressione delle esenzioni fiscali sulle fasce più basse di reddito.

Parte dei dibattiti a sinistra verte proprio sulla priorità da accordare a servizi “in natura” (sanità, istruzione, politiche abitative) rispetto al reddito. Le due cose sono necessariamente in contraddizione? Nel caso italiano, quale vedrebbe come priorità: un piano per l’edilizia popolare o un reddito universale?

Naturalmente il reddito di base non dovrebbe mai sostituirsi all’istruzione primaria e secondaria o ad una copertura delle prestazioni sanitarie essenzialmente gratuite e di buona qualità. In questi casi qui si tratta, in qualche modo, di un reddito di base in natura. E ovviamente ci sarà sempre un compromesso da raggiungere (il trade-off) tra la parte di reddito di base da fornire in natura e quella che è meglio offrire in contanti. Tuttavia non bisogna perdere di vista il fatto che l’istruzione e le cure mediche possono rivelarsi inefficaci se la popolazione, alla fine, non mangia. Un modesto reddito di base in denaro è semplicemente un modo per garantire che ciascun individuo disponga di un minimo di reddito per combattere contro l’emarginazione e lo sfruttamento.

L’idea di reddito di base, nelle sue formulazioni diverse, trova spesso giustificazioni teorico–ideologiche in contrapposizione. Molto sinteticamente, mentre per alcuni neoliberali è funzionale ad uno smantellamento del welfare, dai suoi sostenitori di sinistra il basic income viene concepito come meccanismo redistributivo che possa aggredire i nodi dell’accumulazione capitalistica. Lei ha parlato di reddito di base come «via capitalista al comunismo». Cosa intende esattamente? In che modo questo approccio rimette in discussione gli attuali “rapporti di produzione” e il sistema della proprietà privata, cuore pulsante della critica marxista al capitalismo?

Il reddito di base incondizionato come «via capitalista al comunismo» presuppone una definizione di comunismo, non come proprietà statale dei mezzi di produzione – che definisce il socialismo –, ma attraverso il principio «Da ciascuno/a (volontariamente) secondo le proprie capacità, a ciascuno/a (gratuitamente) secondo i propri bisogni».
Maggiore è la parte di Pil che assume la forma di un reddito di base incondizionato, più si può dire che i contributi al Pil sono volontari, senza essere costretti dalla necessità di sopravvivenza o dall’avidità; inoltre si può dire che questo prodotto sarebbe distribuito secondo i loro bisogni – e non secondo i contributi di ciascuno. Questa parte potrà essere tanto più consistente quanto più la produttività è elevata, nel senso che ci vogliono pochi lavori umilianti per produrre una certa quantità di beni necessari. La via capitalista al comunismo così concepita, consiste nell’utilizzare il «progresso delle forze produttive» che genera un capitalismo adeguatamente disciplinato per emancipare gradualmente l’umanità dallo svolgimento di lavori alienanti, ossia da quei lavori che, se non fossimo pagati per farli, non faremmo. Si tratta di usare le dinamiche del capitalismo descritte da Marx per realizzare gradualmente l’ideale del «socialismo utopico» di Charles Fourier o Herbert Marcuse, dove lavoro e divertimento si distinguono a malapena. Muoversi in questa direzione richiede il progressivo rafforzamento del potere negoziale di chi ha meno. Questo è ciò che farebbe un reddito di base incondizionato.

L’Alaska è ad oggi l’unica nazione ad avere compiutamente attivato un autentico sistema di reddito di base; tuttavia, sappiamo che altri stati – anche europei – stanno sperimentando forme di reddito di base. C’è qualche esperimento verso il quale nutre particolare ottimismo?

Per coloro che intendono il reddito di base anzitutto come un mezzo per incrementare l’incentivo di lavorare per i beneficiari di sussidi assistenzialisti come il vostro « reddito di cittadinanza », esperimenti come quelli conclusi in Finlandia (di cui conosceremo presto i risultati), se fatti bene, possono dire in quale misura la possibilità di guadagnare salari e sussidi favorisca la partecipazione al mercato del lavoro rispetto alle condizionalità burocratiche repressive e costose.
Ma, per quelli come me, che vedono il reddito di base incondizionato come uno strumento di libertà, conoscere quei risultati non ha importanza. Eliminare le condizioni costituisce necessariamente un aumento della libertà reale delle persone coinvolte. E il maggior potere negoziale che ne deriva avrebbe inevitabilmente un impatto sulla remunerazione e/o la qualità dei lavori più degradanti se la misura fosse estesa a tutta la forza lavoro e non ad una infima percentuale.
Naturalmente, anche per coloro che condividono questa opinione, è importante che il reddito di base incondizionato sia economicamente sostenibile. Ma questo non può dircelo alcuna sperimentazione, non solo perché la durata è necessariamente limitata – fatto anticipato dai soggetti beneficiari e che ne determina quindi i comportamenti – ma soprattutto perché i contribuenti netti – ossia coloro i quali pagherebbero più in tasse rispetto al proprio reddito di base incondizionato – non possono mai essere inclusi nel campione, e quindi non può dirci nulla su come il loro comportamento economico verrebbe compromesso se venisse introdotto un reddito di base.
Per andare avanti, bisognerà sperimentare con cautela, ma per davvero, come abbiamo fatto già a partire dal sedicesimo secolo con i sistemi di assistenza sociale e dal diciannovesimo con i nostri sistemi di previdenza sociale. Modestamente quindi, ma a un livello più elevato e più stabile del 2 o 3% del Pil pro capite che rappresenta il permanent fund dividend dell’Alaska. Nondimeno, le sperimentazioni che si stanno svolgendo ad esempio in Finlandia, in India e in Kenya possono rivelarsi molto utili per la pubblicità che generano sul reddito di base e per il confronto che essi provocano sui propri vantaggi e svantaggi. Tuttavia è molto importante non restringere l’analisi, per es. focalizzandosi sull’efficacia relativa della misura, rispetto al workfare, per favorire l’accettazione dei posti di lavoro disponibili. È un analisi limitata di questo tipo che ha colpito la proposta parzialmente simile di «imposta negativa sul reddito» nelle sperimentazioni in Nord America degli anni Settanta. Dobbiamo essere più astuti.

*Giovanni Modica Scala è dottorando in diritto del lavoro presso l’Università di Bologna. Ha collaborato con I Siciliani giovani, rivista diretta da Riccardo Orioles.

Tratto da Jacobin Italia del 1 febbraio 2019

2 Commenti

  1. Superantonio 6 marzo 2019
  2. Sandro 6 marzo 2019

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