WebFare, identità digitale e libertà collettiva


Maurizio Teli

Prologo: io in Danimarca e il mio NemID

Qualche mese fa, appena arrivato in Danimarca, ho dovuto adoperarmi – non molto, a dire il vero – per ottenere un NemID. Questo è un identificatore unico digitale legato alla mia identità, verificata da uno dei dipendenti dell’istituzione presso cui si richiede il NemID stesso, sia questa il comune di residenza o la banca a cui ci si rivolge per aprire il proprio NemKonto, ovvero un conto corrente a zero spese su cui si ricevono i versamenti dalla pubblica amministrazione (e nel mio caso anche lo stipendio, in quanto dipendente di una università pubblica) e di altre organizzazioni accreditate ad accedere al CPR-Register, ovvero il registro dei codici fiscali (CPR). L’ottenimento del codice fiscale è ciò che permette di avere accesso al sistema sanitario pubblico e di richiedere un NemID – inoltre, quando si visita il proprio medico di base o qualunque altro specialista, il medico registra la visita in un altro database, collegato al CPR-Register. Insomma, in Danimarca esiste un database sostanzialmente centralizzato che contiene informazioni su moltissime delle attività svolte da un/a cittadino/a in relazione al, rilevantissimo, settore pubblico. Raccontata a chiunque abbia posizioni libertarie di qualunque genere, sembrerebbe un incubo, e l’incubo del controllo autoritario si intravede, si manifesta a un occhio non-danese – e anche all’occhio di alcuni danesi – eppure…
…eppure, quando ho cambiato indirizzo, lasciando la residenza universitaria per l’appartamento che ho preso in affitto, ho cambiato il mio indirizzo online (dopo un accesso tramite NemID), sul sito del comune e da lì ho ricevuto una nuova tessera sanitaria, il mio indirizzo è stato aggiornato automaticamente presso la mia banca e il mio datore di lavoro, così come in tutti i contratti collegati alla mia identità fiscale. Operazioni burocratiche non ancora completate in Portogallo, il paese che ho lasciato per la Danimarca, o in Italia, che mi sono costate numerose visite a uffici vari, procedure laboriose quando digitalizzate, etc… qui in Danimarca mi hanno assorbito un’oretta, calcolando il tempo passato per farmi spiegare come fare da un dipendente comunale. Completate le operazioni, ho richiesto in poco più di cinque minuti una tessera per viaggiare sull’autobus a prezzo scontato in quanto residente – tessera che mi è stata gentilmente recapitata a casa senza neanche dover inserire l’indirizzo e su cui sono registrati i miei movimenti su autobus e treni danesi – e così via. In sintesi, la mia identità digitale ha reso più semplice la mia interazione con la pubblica amministrazione, il settore bancario, e il sistema di trasporto pubblico.

La tensione tra semplificazione e controllo non riguarda solo il singolo individuo ma anche il lavoro delle organizzazioni, sia in funzione di controllore che di controllato, ed è una delle ambivalenze che più caratterizzano l’emergere delle tecnologie digitali, siano essi piattaforme accessibili al pubblico, sistemi di gestione dell’impresa, o forme di supporto alle attività della pubblica amministrazione. Come intravisto già da Shosana Zuboff negli anni Ottanta (1988), l’implementazione estensiva di tecnologie digitali porta alla produzione di una quantità elevatissima di informazioni riutilizzabili e manipolabili. La questione è capire chi sia più coinvolto nella produzione di tali informazioni e chi ne benefici maggiormente. Quale sia l’attuale distribuzione del potere connesso alla produzione e distribuzione di informazioni è ben catturato dalla stessa Zuboff nella caratterizzazione del capitalismo contemporaneo come “capitalismo di sorveglianza” (2019). Nella parte rimanente di questo testo, mi addentrerò in una riflessione preliminare sulla relazione tra la tendenza alla produzione abbondante di informazioni potenzialmente utilizzabili per esercitare controllo sociale e la proposta del webfare discussa in questo numero dei “Quaderni per il Reddito”.

Definire il webfare: su condizionalità e libertà

L’invito a contribuire a questo numero dei “Quaderni per il Reddito” definisce il webfare come
“un nuovo sistema di diritti nell’era delle rivoluzioni tecnologiche, che avrebbe al suo centro la garanzia di un reddito di base incondizionato destinato a tutti, a partire da coloro che sono connessi, che usano delle app da mobile o che hanno una semplice mail come dichiarazione di uso della rete e dunque prova del lavoro che svolgono dal momento in cui si connettono. Un webfare che abbia poi come corollario il riconoscimento di altri nuovi diritti come quello alla connessione gratuita e all’uso libero delle tecnologie.” (enfasi originale)
La definizione è stimolante e ricca di spunti di riflessione ma contiene, a mio avviso, un paio di elementi ricchi di implicazioni socio-tecniche, per usare un termine di moda in molti circuiti accademici (compresi quelli da me frequentati assiduamente). Nello specifico, i due elementi a cui faccio riferimento sono: a) l’ipotesi di partire da “coloro che sono connessi” che possano in qualche modo portare “prova del lavoro che svolgono” – una forma blanda di condizionalità per l’accesso al reddito di base; b) l’associazione a nuovi diritti, in particolare all’uso “libero” delle tecnologie.

Per quanto riguarda il primo degli aspetti individuati, indipendentemente dal testo dell’invito a contribuire, ci sono delle problematicità non irrilevanti nell’associare l’accesso a diritti sociali all’esistenza di un’identità digitale – come il NemID che mi ha accolto in Danimarca. In primo luogo, la presenza di un’identità digitale univoca a cui vengano associati diritti (e obblighi) rende plausibile – in quanto più semplice ed efficiente, quasi automatizzabile – un’estensione sterminata delle forme di controllo. Per restare all’esempio danese, tra i racconti che ho raccolto spicca la proposta (mai approvata) di togliere benefici fiscali a chi non portasse i propri figli dal dentista almeno una volta all’anno. È ipotizzabile che, allo stato attuale di sviluppo del cosiddetto e-government, tale azione possa essere automatizzata e implicare processi di ricorso farraginosi, anche solo in presenza di un errore della macchina. Una volta costruita una tale macchina, smontarla sarebbe più difficile che mai, sia dal punto di vista della maggioranza degli individui, che potrebbero voler continuare a poter cambiare il proprio indirizzo in pochi gesti sia, soprattutto, dal punto di vista organizzativo, soprattutto dal punto di vista dei soggetti sociali che hanno costruito le proprie attività sulla disponibilità di tali informazioni. In Danimarca, non esiste nessuna proposta concreta di abbandonare il NemID, né un dibattito a proposito di cui io sia a conoscenza. Pertanto, nella definizione di webfare proposta, credo che vada messo in discussione ogni riferimento a una qualunque condizionalità, seppur minima. I rischi di una condizionalità legata a una qualunque forma di identità digitale sono potenzialmente infiniti. Sarebbe impensabile che, in presenza di un’identità digitale a cui venga associato una forma di reddito, aziende come Facebook o Google chiedano la prova che il possessore dell’identità digitale usi le tecnologie da loro fornite? Possiamo escludere che i governi rifiutino una tale forma di condizionalità, nel momento in cui tassare i profitti di tali imprese globali sembra un compito impossibile? Possiamo escludere che tale condizionalità non porti ad identità associate univocamente all’individuo? Già ora, i termini di servizio di Facebook richiedono che si utilizzino il proprio nome e cognome, pena violazione degli stessi.

Il secondo aspetto che vorrei menzionare è l’idea di un diritto all’uso “libero” delle tecnologie e lo approccio con una domanda banale ma, di fatto, di difficile risposta: cosa significa “uso libero”? La maggioranza delle tecnologie digitali di uso quotidiano sono gratuite, con pochi limiti sostanziali – benché alcune forme di censura dei contenuti su Facebook mostrino delle crepe nelle narrazioni sulle piattaforme come media neutrali che favoriscono la circolazione delle informazioni a cui le persone sono interessate. Guardando alle maggiori tecnologie contemporanee, l’accesso e l’utilizzo sono di fatto sgravati da costi immediati, a parte l’acquisto di un dispositivo di accesso – un computer, un tablet o uno smartphone – sia nel caso in cui il modello di accumulazione delle imprese sia basato sulla pubblicità sia nel caso in cui corrisponda al cosiddetto modello freemium in cui l’accesso a funzionalità di base è gratuito mentre per l’accesso a funzionalità avanzate viene richiesta la sottoscrizione di un contratto di licenza. Per la maggioranza delle persone, tale uso è anche “libero” nel senso di non porre evidenti problemi di censura, basti pensare ai gruppi Facebook in cui sessismo e razzismo trovano possibilità di espressione e di rafforzamento nel confronto tra simili. Se la declinazione economica e quella contenutistica del termine “libero” sono apparentemente soddisfatte dal panorama tecnologico attuale, a cosa si può pensare parlando di uso “libero” delle tecnologie? Alle licenze software che rendano socialmente trasparente il funzionamento delle tecnologie stesse? Molti dei servizi disponibili alla maggioranza della popolazione del mondo occidentale tramite world wide web sono già costruiti, in larga parte, su “software a codice sorgente aperto”, basti pensare al sistema operativo Android o al browser Chrome. Nel momento in cui l’accumulazione si basa sulla raccolta e la manipolazione di informazioni, più che sulla vendita di software, è l’accesso ai database e ai software di manipolazione delle stesse informazioni che costituiscono un vantaggio competitivo per le imprese del settore. Forse, quindi, si potrebbe pensare ad una articolata disponibilità delle informazioni raccolte – come quella discussa, a esempio, dal progetto Decode – e alla trasparenza del software di manipolazione dei dati come elemento di ulteriore “libertà” ma anche qui restano delle domande aperte. In primo luogo, i servizi attuali contano sull’effetto-rete, il meccanismo tramite il quale la presenza di una base di utenti significativa rende quasi impossibile la competizione diretta. In questo contesto, chi userebbe un concorrente di Facebook se i propri amici e conoscenti continuassero a usare Facebook? La trasparenza degli algoritmi sarebbe elemento sufficiente per permettere l’emergere di alternative? In secondo luogo, nel momento in cui gli algoritmi sono costruiti per manipolare emozioni e relazioni, la trasparenza è un elemento sufficiente per parlare di “libertà”?

Praticare il webfare: su tecnologie e istituzioni

Finora, ho sostanzialmente discusso due temi: la tendenza all’aumento dell’informazione disponibile in formato digitale e la problematica distribuzione dei benefici derivanti dalla raccolta e manipolazione di tale informazione, tema discusso recentemente sia da Zuboff che da Srnicek (2016), entrambi alla ricerca di una descrizione dell’attuale modello capitalista. Il prologo a questo testo, centrato sulla mia esperienza empirica come migrante in Danimarca, mostra come entrambi avrebbero beneficiato dal confronto con lavori precedenti, penso in particolar modo alle riflessioni di Cristina Morini e Andrea Fumagalli sulla “vita messa al lavoro” (Morini e Fumagalli, 2010). Le tecnologie digitali dominanti non solo ci sorvegliano, trasformano le informazioni raccolte su di noi in una forma di vantaggio competitivo o, per dirla con Fuchs (2012), ci trasformano in una merce in vendita per gli inserzionisti pubblicitari, ma ci mettono al lavoro, mettono al lavoro i nostri affetti, desideri, le nostre relazioni – persino la nostra noia in un brevetto per un algoritmo recentemente richiesto da Facebook! In questo contesto, il tema della nostra identità digitale, potenzialmente iper-sorvegliabile, e il tema della libertà di uso interrogano le implicazioni della possibile implementazione di un’iniziativa lodevole come il webfare, ovvero una forma di tutela dei diritti finanziata dai profitti delle aziende globali dell’informatica.

Ciò che manca, nell’articolazione della proposta del webfare che ha stimolato questo mio contributo è l’identificazione dell’istituzione, o dell’insieme di istituzioni, che debbano permetterne il funzionamento: sarebbero gli stati nazione a doverne promuovere l’implementazione? Direttamente le imprese informatiche? Aggregazioni come l’Unione Europea? O forme di gestione in comune dei proventi della tassazione delle stesse imprese? A che livello, con che scala? Queste domande sono domande aperte ma risultano cruciali, sia nell’articolazione della domanda politica, sia nella possibile implementazione. Un’identità digitale, come il NemID danese, conta sullo stato come garante in ultima istanza della veridicità delle informazioni in esso contenute; le strutture giuridiche permettono la validità delle licenze software “a codice sorgente aperto” – e, parallelamente, proteggono il segreto industriale; insomma, nelle condizioni materiali attuali, una discussione sul ruolo delle istituzioni esistenti è necessario. Ci vorrebbe un altro saggio per discuterne ma, in chiusura, credo di aver mostrato come per contrastare la convergenza tra “capitalismo di sorveglianza” e governi – già ampiamente in corso – che la richiesta del webfare metta al centro la rivendicazione del reddito e, contemporaneamente, la rivendicazione di una gestione dello stesso reddito in nuove forme istituzionali. Tali forme istituzionali potrebbero ispirarsi a quelle stesse forme di cooperazione e messa in comune che ora sono messe al lavoro dalle grandi imprese informatiche, come forme associative e cooperative, forme di produzione tra pari e gestione di beni comuni digitali, forme di democrazia partecipata e rinnovata libertà collettiva.

Riferimenti bibliografici
Fuchs, C. (2012). Dallas Smythe Today-The Audience Commodity, the Digital Labour Debate, Marxist Political Economy and Critical Theory. Prolegomena to a Digital Labour Theory of Value. tripleC: Communication, Capitalism & Critique. Open Access Journal for a Global Sustainable Information Society, 10(2), 692–740.
Morini, C., & Fumagalli, A. (2010). Life put to work: Towards a life theory of value. Ephemera: theory & politics in organization, 10(3/4), 234–252.
Srnicek, N. (2016). Platform Capitalism. John Wiley & Sons.
Zuboff, S. (1988). In the Age of the Smart Machine: The Future of Work and Power. New York: Basic Books.
Zuboff, S. (2019). The Age of Surveillance Capitalism: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power. Profile Books.

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°9 Big Data, WebFare e reddito per tutti. Siamo in rete, produciamo valore, vogliamo reddito

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