Un’altra farsa italiana. Quale reddito minimo? E’ solo una social card


Giuseppe Allegri

Siamo nel mezzo dell’ennesima commedia degli equivoci tipicamente italiana. Peccato che a farne le spese sia quel quarto di popolazione in sofferenza economica e sociale. Tutto inizia con una dichiarazione. «Negli emendamenti riformulati dai relatori vi è un importante intervento, seppur sperimentale, per il contrasto alla povertà: l’introduzione di un reddito minimo di inserimento che avvia un percorso in alcune grande aree metropolitane».

Queste le parole inspiegabilmente festanti utilizzate dal Vice-ministro Fassina per presentare uno strumento che nulla ha a che fare con il reddito minimo garantito (Rmg), con il quale è stato confuso sia dallo stesso Viceministro che da gran parte della stampa nazionale, chissà se per dolo o per ignoranza. L’emendamento governativo non introduce neanche la misura che la Commissione voluta dal Ministro del Welfare Giovannini nel giugno scorso definiva «un istituto nazionale di contrasto alla povertà»: il «Sostegno per l’inclusione attiva» (Sia). Di quella Commissione facevano parte autorevoli studiosi come Tito Boeri e Chiara Saraceno che proprio in questi giorni tornano a difendere quel progetto: un reddito minimo di inserimento (Rmi), su base familiare, di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, i cui costi erano valutati intorno agli 8 miliardi di euro annui. Fassina gioisce per aver introdotto una non meglio specificata sperimentazione, finanziata con 120 milioni di euro triennali: 40 milioni annui. Siamo dopo il ridicolo: la farsa si affianca alla tragedia, purtroppo. A nulla vale ribadire, con la calma dell’argomentazione ragionevole, che questo sussidio, sperimentale, temporaneo e circoscritto, sembra essere un’estensione dell’inadeguata social card voluta dai Governi Berlusconi e Monti: una misura caritatevole, una piccola elemosina miserevole che riguarderebbe solo un frammento infinitesimale di quei milioni di famiglie in difficoltà.

Perciò fa ancora più rabbia e tristezza che sia un esponente della sinistra Pd a creare queste false aspettative, illudendo con proclami azzardati larga parte del suo elettorato impoverito e milioni di persone in condizioni esistenziali sempre più disagiate. C’è da sperare, e sarebbe comunque un bel problema, poiché stiamo parlando di un Vice-ministro all’Economia, che sia andato in confusione, sia riguardo alla misura, che all’entità dei fondi. Torna purtroppo necessario ribadire quanto di più scontato: facendo ammenda con le lettrici e i lettori più avveduti. A oltre venti anni dal primo richiamo delle istituzioni europee (1992), l’Italia rimane uno dei due Paesi Ue senza una qualche forma di Rmg. È anche utile ricordare che il Rmg non è un sussidio di povertà, un’elemosina di Stato. È il tentativo di garantire il fondamentale diritto all’esistenza: un investimento pubblico che promuova l’autodeterminazione individuale e la solidarietà collettiva, per sfuggire ai ricatti. La base per nuove politiche sociali e un Welfare universale. Qualcosa che appare del tutto incomprensibile ai burocrati della Legge di stabilità; e questo è forse prevedibile. Ma anche agli esponenti della sinistra parlamentare e governativa; e questo ci dà la misura del fallimento di quella rappresentanza politica.

Articolo tratto da Il Manifesto del 28 novembre 2013