Una nuova tesi universitaria che affronta il tema del reddito di base. “Razionalità economica e Società: la sofferenza del Non Utile e il Servizio Sociale nell’età della ragione tecnica”


Jessica Bastianelli

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un nuovo contributo al dibattito. Una nuova tesi universitaria che al suo interno affronta ed approfondisce anche il tema del reddito di base. Il titolo dell’interessante tesi è “Razionalità economica e Società: la sofferenza del Non Utile e il Servizio Sociale nell’età della ragione tecnica”, realizzata da Jessica Bastianelli. Dipartimento di Scienze della Formazione – Corso di Laurea in Servizio Sociale e Sociologia, Classe L39 – Università degli Studi di Roma Tre – Anno Accademico: 2019/2020.

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Introduzione a cura dell’autrice:

La mia Tesi è un excursus attuale, ma anche storico, del legame che intercorre tra economia e società e di come l’essere umano, sia individualmente, che come componente del corpo sociale, si è collocato in questa relazione. Come riporta Franco Basaglia c’è una tendenza nell’identificazione tra corpo sociale e corpo economico che priva gli individui della loro soggettività, e ciò favorisce l’assorbimento del corpo in quello economico, riducendo il corpo espropriato a immagine della logica che lo espropria. La logica che lo espropria è una razionalità da lui stesso (l’essere umano) creata. La razionalità infatti non esiste in natura, è una creazione umana per dare un ordine di senso alla realtà, che però non è più utile a lui, il contrario, lo imprigiona. La razionalità economica, o strumentale, come la chiama M. Horkheimer, si è imposta come unica logica razionale, della massimizzazione del guadagno personale, di chi predispone i mezzi necessari a quello scopo e in cui il risultato conta più del mezzo, divenendo logica vuota e astorica, che non tiene conto delle vulnerabilità umane e sociali. Il concetto per cui l’essere umano è prigioniero da oggetti da lui stessi creati, è contenuta nella riflessione della sociologia esistenziale che riflette sul concetto di pratico-inerte di Jean Paul Sartre e fa riferimento alla tensione esistente tra l’agire umano e le varie forme di resistenza della materia: Il pratico riguarda l’agire umano, l’inerzia è propria della materia e tra le due c’è una dialettica di tensione poiché gli oggetti muti e passivi aspettano sì, di esseri messi in funzione ma indicano già il senso del loro operare, tramite una prassi che si cristallizza nel tempo, che va oltre però, trasformandosi in fine e mezzo, quando invece è fondamentale l’interpretazione dell’essere umano. La prassi cristallizzata ovviamente si trasferisce anche ad istituzioni e burocrazie, Yuri Kazepov espone infatti il problema della “Path Dependency”, la difficoltà a modificare un particolare assetto istituzionale che si è cristallizzato nel tempo. Se l’essere umano si è allontanato dalle sue creazioni tanto da sentirsi agito da esse, loro si sono imposte sulla pluralità della natura umana legittimando una sola motivazione all’agire, quella razionale rispetto allo scopo dell’accumulazione e del profitto; chi non entra in questo gioco competitivo che estende il capitale all’umano è penalizzato. Roberto Ciccarelli evidenzia infatti come nella logica del Capitale DISumano l’umano e il suo opposto sono lati della stessa medaglia quando c’è – autosfruttamento di se stessi- La sofferenza del non utile del titolo della Tesi è proprio questa: chi, non rientra in questa logica utilitaristica, viene visto come inutile, quasi materia inorganica (non utile è proprio questa, privazione della soggettività), chi non aderisce alla cultura imprenditoriale o non ha i mezzi base per la sussistenza è condannato dalla spirale di quello che M. Fisher chiama volontarismo magico, per cui gli svantaggiati lo sono perché non si sono impegnati abbastanza. In realtà, in breve storia della disuguaglianza, libro citato nella Tesi, si vedrà come la disuguaglianza si eredita, come la ricchezza. L’economia, come scienza, che si è posta nel tempo come astorica ha perso il suo legame col sociale e solo ultimamente, dopo gli anni 70, si è iniziata ad interrogare sulla distribuzione personale del reddito. La disparità di reddito non è l’unica causa di stratificazione sociale ma ha un impatto cruciale su di essa.

Ho strutturato la tesi partendo dal discorso attuale e di come nell’emergenza sanitaria dello scorso anno e dell’attuale ha acutizzato e reso visibili alcune disuguaglianze economiche presenti già da molto nel tessuto sociale, a discapito di alcune categorie e fasce di popolazione che hanno faticato a rispettare i decreti sulla sicurezza sanitaria poiché non erano in possesso dei requisiti minimi richiesti dai decreti: abitazione e spazi adeguati domestici; nel 2019 in Italia 50 mila provvedimenti di sfratti e 26mila eseguiti, 650 mila le famiglie in attesa della casa popolare, non contando casi di sovraffollamento domestico , infatti il 41% dei minori è in sovraffollamento domestico ( fonte Il Manifesto) e alcuni lavoratori, con il fermo lavorativo, si sono ritrovati con poche e non adeguate tutele (infatti in Italia sono più di tre milioni i lavoratori che non sono a norma contrattuale, e da questo numero non sono contati i lavoratori precari, AGI). Ricordiamo che i numeri sulla povertà assoluta sono in aumento e che anche chi ha lavorato o lavora è a rischio povertà relativa: quello che è evidente da questa Tesi è che il mercato del lavoro, concepito appunto come merce inserito in un gioco di domanda/offerta, crea ampiamente precarietà e questo comporta una maggiore vulnerabilità al rischio di trovarsi impreparati nel soddisfacimento di bisogni fondamentali. Chi vive in una situazione di precarietà economica non può contare su proprietà e risparmi, la sua unica fonte di reddito, se “fortunati” è il lavoro, ora chiuso. Nel libro “il Servizio Sociale nell’emergenza Covid 19, nel capitolo di Mara Sanfelici” si fa riferimento ad una vulnerabilità sociale, che si è modificata nel tempo, dal secondo dopoguerra era normale rivendicare la protezione dello Stato e i rischi erano percepiti come eventi esterni o di soli gruppi al margine, ci sarà poi la fase di crisi del Welfare fino gli anni 90 in cui finisce l’idea keynesiana della piena occupazione e i conti pubblici sono in contrasto con la crescita del Welfare, da qui ci sarà la fase di ricalibratura (90-2010)  in cui si soddisfano meno bisogni e la copertura di meno rischi in cui sarà forte la differenziazione nell’accesso alle politiche sociali, ovviamente tra questi due fasi si sviluppa tutto il processo di cambiamento della società, cambia la centralità dello stato- nazione e si avvia il processo di globalizzazione e, dice Mara Sanfelici nelle società post industriali l’esposizione al rischio invece coinvolge gruppi sempre più numerosi e l’insicurezza rientra nell’essere un aspetto del quotidiano e un determinato rischio non corrisponde più ad una precisa collocazione sociale, basti pensare anche ad alcune famiglie che anche prima della diffusione del Covid- 19 oscillavano di frequente al di sotto e al di sopra della soglia di povertà; in questa ottica se c’è precarietà dell’accesso alle risorse c’è precarietà anche nell’inserimento sociale, con conseguenze sulla vita quotidiana, accompagnata costantemente da un grado elevato di incertezza che impedisce di padroneggiare il presente e anticipare progetti per il futuro. L’intervista al Comitato di quartiere del Quarticciolo, quartiere popolare di Roma, parla chiaro: i nuclei familiari del quartiere non avevano i mezzi, come pc e tablet, per poter anche solo richiedere i contributi economici previsti dal Municipio.

Il sistema di Welfare, che ora vede la compartecipazione di più soggetti (Stato- famiglia- mercato- terzo settore) dovrebbe essere un’integrazione tra economia e società, tra politiche di profitto ed emancipazione degli individui e con politiche di intervento pubbliche che mirino ad una più equa distribuzione di risorse e opportunità, che sviluppino una sicurezza sociale (soddisfazione dei bisogni e copertura rischi a tutti) e una sicurezza in questo senso non può esistere senza una ridistribuzione economica (nel concetto di salute il lato economico occupa il 40-50%). Elena Allegri, nel suo “Il servizio sociale di comunità” espone come per i sistemi di Welfare il paradigma neoliberista (Importanza dinamiche di mercato, ruolo stato solo marginale, anche se I. wallerstein ci dirà che per le dinamiche di profitto sono importanti i monopoli, per esempio i brevetti, poiché fissano il prezzo più alto per un certo tempo su un prodotto, quindi contrariamente all’ideologia liberista il ruolo dello Stato è importante anche per i liberali) sia stato dannoso generando una violazione di diritti fondamentali con conseguente crisi sociale dovuta alla flessibilità del lavoro.

In Italia, ovviamente ci sono politiche del lavoro (sussidi occupazione e imprenditorialità/casse integrazioni) e misure di sostegno al reddito per contrasto alla povertà (Reddito minimo di inserimento fino il 2004, Sostegno inclusione attiva 2012, Reddito di inclusione sostituito dal reddito di cittadinanza dal 2019) ma creano frammentazione e hanno dei requisiti di accesso in base ISEE e condizionalità (RDC per l’occupazione). Creare dei sostegni al reddito con condizionalità lavorativa in un contesto dove la disoccupazione è alta o i contratti di lavoro sono atipici (Legge Biagi 2003- la flessibilità in ingresso nel mercato del lavoro è il mezzo migliore per agevolare nuovi posti di lavoro, sostituita nel 2014 dal Jobs Act che ha aumentato sì, assunzioni ma per una durata di 6 mesi) e un occupato su otto è a rischio povertà (11.7%, in Europa è 9.6% Il Manifesto) e in cui il nuovo lavoro consiste nell’inviare curricula e migliorare l’auto-profilazione online e pagare un Master (Il Manifesto) crea nuova precarietà. Urge una misura slegata dal lavoro, che dia al singolo, un ombrello protettivo che vada oltre l’ottica di “welfare to work” (workfarismo) in cui ci si deve guadagnare i sussidi perché come dice Claus Offe  gli individui che si trovano in una condizione di povertà non possono vedersi attribuita la responsabilità di cose che esulano la loro decisionalità e che li vede già penalizzati.

Una di queste misure è la proposta del Reddito di base incondizionato e universale (portato avanti da economisti e sociologi come Philippe Van Parijs) e che verrebbe elargito a tutte le persone, individualmente (non come il RDC) senza condizioni lavorative o requisito reddituale, supererebbe la categorizzazione sociale e sarebbe finanziato attraverso la fiscalità generale, in un sistema di tassazione in grado di assicurare che tutti coloro che hanno un lavoro remunerativo e quindi non dipendono in realtà da un reddito di base non ne facciano uso improprio. Rimuoverebbe pressioni delle ansie produttiviste, valorizzando ciò che non è subito misurabile e spendibile. La temporanea libertà dal lavoro salariato (o meglio, lavoro coercitivo) contribuirebbe a una rigenerazione e riscoperta creativa delle abilità; i lavoratori potrebbero permettersi di non sottostare a ricatti di assunzione e il reclutamento diverrebbe più costoso. Sul timore della fuga dal lavoro formare, il Basic Income, rimarrebbe sufficiente alla sussistenza, rendendo preferibile il lavoro formale, che però non potrebbe scendere sotto la soglia del B.I. Sarebbe uno strumento di emancipazione che ridurrebbe anche l’ingresso di persone ai servizi sociali che presentano maggiormente problemi di natura economica che in tal caso col tempo diventano sociali (esperienza tirocinio).

Attualmente in Italia, chi si occupa di Reddito di base incondizionato e universale è la rete di Basic Income Network, inserita nella rete di BIEN, Basic income earth network che insieme all’iniziativa dei cittadini europei (ICE, strumento di democrazia partecipativa in cui i cittadini residenti nell’UE possono presentare alla Commissione Europea una proposta di atto giuridico) sta raccogliendo 1 milione di firme per l’introduzione di un reddito base in UE.

In conclusione, oltre un dibattito pubblico sulla definizione di un intervento sul reddito di base incondizionato e universale, è necessaria anche una riflessione civica sul concetto per cui la disuguaglianza economica non è frutto della responsabilità personale individuale che è solo la giustificazione ideologica di una mancanza di mobilità sociale.

Il servizio sociale è chiamato oggi a dover scegliere tra aiutare l’individuo a superare una situazione di difficoltà, privilegiando l’ottica di progressivo adattamento (quello che viene chiamato epowerment, poi però viene da chiedersi: che empowerment vuoi proporre ad un nucleo familiare che si presenta al Servizio Sociale in seguito ad un avviso di sfratto? La prima necessità è una casa e reddito) o quello di costruire, insieme ad altri attori, le condizioni per cui non si è più schiavi del bisogno.

Il Basic Income rappresenta oggi una soluzione reale a questo roposito.

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