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15/04/2013 Roma, consegna della raccolta firme per il reddito minimo garantito a Montecitorio. Nella foto alcuni dei promotori

Un paio di cose che potrebbe fare Renzi

di Giuseppe Allegri

Ogni volta che viene nomi­nato un nuovo segre­ta­rio del par­tito demo­cra­tico è certo che si tor­nerà a par­lare dell’eterna, neces­sa­ria, fon­da­men­tale «riforma del lavoro». In que­sto caso però Mat­teo Renzi ha fatto un’operazione di pre­ve­di­bile scal­trezza. Ha lan­ciato una serie di slo­gan per son­dare il campo. Ha par­lato di «Piano nazio­nale per il lavoro», «Con­tratto unico a tempo inde­ter­mi­nato», «Sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione uni­ver­sale». E poi di «Supe­ra­mento dell’articolo 18». Sì, ancora lui! Ma non dove­vamo par­larne più? Quindi anche un po’ di inglese: fle­x­se­cu­rity Jobs Act.

Sono parole d’ordine but­tate in pasto a un’opinione pub­blica logo­rata dall’ossessione del lavoro e dalla sua man­canza e ancor più dal quo­ti­diano impo­ve­ri­mento eco­no­mico, che genera scon­forto, insi­cu­rezza, malu­more. Soprat­tutto sono mes­saggi diretti alle forze poli­ti­che e sociali per son­dare il campo, rac­co­gliere con­sensi e dis­sensi, in vista di un pro­getto. Che infatti è riman­dato a gen­naio.
In parole povere: non c’è ancora nulla sul piatto. Renzi, sem­pli­ce­mente, si diverte a lan­ciare i sassi di un ancora fan­to­ma­tico Jobs Act per scal­fire le inos­si­da­bili cer­tezze che intorno al Moloch del lavoro sem­brano scle­ro­tiz­zate da oltre un tren­ten­nio. Tutti hanno rea­gito con i soliti riflessi pavlo­viani. Con­fin­du­stria che san­ti­fica l’ennesima eli­mi­na­zione dell’articolo 18. Lan­dini che invita Renzi a rein­tro­durre l’articolo 18. Cesare Damiano, oggi difen­sore dei pre­cari, solo ieri è stato il rela­tore al senato della «Riforma For­nero sul lavoro» che ha isti­tu­zio­na­liz­zato le 46 forme di lavoro ati­pico. Poi c’è Bru­netta che lamenta la copia­tura dal pro­gramma Pdl.
Mat­teo Renzi sa col­ti­vare bene l’arte della pro­vo­ca­zione, mesco­lando pro­po­ste «post-ideologiche» a una sapiente tes­si­tura di con­cer­ta­zioni demo­cri­stiane che pas­sano per il suo smo­dato ego­ti­smo media­tore. Il segre­ta­rio Pd è con­sa­pe­vole che dinanzi all’attuale, impre­sen­ta­bile, classe diri­gente ha solo da gua­da­gnare nell’azzardare una nuova riforma di sistema. A que­sto punto vale la pena di pro­vare a fare il punto.
Dalle colonne del Cor­riere della Sera del 21 dicem­bre, Mau­ri­zio Fer­rera ha invi­tato a fare a un bagno di prag­ma­tico rea­li­smo. Sug­ge­ri­sce una poli­tica dei pic­coli passi con­creti sul lavoro con­tro le ampie pro­po­ste di pro­vo­ca­zione e rot­tura. Altri­menti si fini­sce bru­ciati dall’immobilismo ita­liano. D’altra parte le poche pro­po­ste annun­ciate sem­brano prese di sana pianta da un libro del 2008 di Tito Boeri e Pie­tro Gari­baldi, «Un nuovo con­tratto per tutti» (quando la sbor­nia ber­lu­sco­niana del «meno tasse per tutti» pro­du­ceva mostri, anche nei titoli dei libri). Era il pic­colo mondo antico prima della Grande Reces­sione glo­bale.
Dopo cin­que anni c’è ancora chi si domanda: ma di quale con­tratto, e di quale lavoro, stiamo par­lando? Una rispo­sta sarebbe gra­dita, dinanzi all’attuale tasso di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile oltre il 40%, ai milioni di NEET, o a milioni di disoc­cu­pati di lunga durata e sco­rag­giati, sem­pre più spesso over-quaranta-cinquantenni.
Baste­rebbe poco per essere con­creti e rivo­lu­zio­nari. A patto però di andare fino in fondo. Se facesse sul serio Renzi dovrebbe tenere insieme un piano per i lavori (al plu­rale) con quello di un nuovo Wel­fare uni­ver­sa­li­stico. Dopo sei anni di crisi biso­gna par­tire da quest’ultimo per com­bat­tere povertà ed esclu­sione sociale.
Biso­gna pre­ve­dere un sus­si­dio di disoc­cu­pa­zione uni­ver­sale insieme a un red­dito minimo garan­tito in modo che le per­sone si sen­tano soste­nute dalle isti­tu­zioni, con­tro i ricatti del lavoro gra­tuito o dei pigno­ra­menti degli esat­tori.
Ci sono le tre pro­po­ste di legge sul red­dito minimo Pd, Sel e Movi­mento 5 Stelle gia­centi in Par­la­mento. Le si accorpi, miglio­ran­dole, e si pro­ceda.
Infine si pos­sono pro­gram­mare inter­venti pun­tuali per rilan­ciare tutte le forme di atti­vità lavo­ra­tiva, sta­bi­lendo garan­zie di base uni­ver­sali come il sala­rio ora­rio, la malat­tia o la mater­nità.
Prima che sia troppo tardi, per tutto e tutti, anche per lo scal­tro aspi­rante «Sin­daco d’Italia», quello di cui oggi c’è biso­gno è un New Deal di poli­ti­che cul­tu­rali, per l’ambiente, le nuove tec­no­lo­gie, la cura e la tutela delle persone.

Articolo tratto da Il Manifesto del 23 dicembre 2013

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