Salario minimo e reddito garantito: cosa dice la Cgil?


Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli

 

Mai, prima di oggi, la tragedia della disoccupazione di massa, e della vita dei working poor sono state presenti nelle considerazioni delle istituzioni europee più consapevoli, ma non agli occhi dei ceti dirigenti italiani ancora tutti compresi nel ruolo di custodi dell’austerity, impegnati nella scommessa su chi vincerà in Lombardia e Piemonte. Questa è l’Italia del 2013 dove una frase tardo-marxista del Presidente dell’Eurogruppo Jean-Cluade Juncker ha provocato un vespaio.

“Salvare la “dimensione sociale europea a partire da una base di diritti sociali minimi, nei quali figura evidentemente la rivendicazione essenziale di un salario sociale minimo legale” .

Dalla Cgil si è alzato il poderoso, e tristemente scontato, diniego di Susanna Camusso: “no al salario minimo. Il contratto nazionale è insostituibile”. Significa che la Cgil vuole un reddito minimo in Italia, come accade in 24 su 27 paesi europei? O forse si preoccupa che questa nuova tutela universale delle persone, al di là della tipologia del contratto posseduto, non venga sottoposta a pesanti condizioni di workfare: se non accetti un lavoro qualsiasi non prendi più il sussidio?

In mancanza di un solido e irreversibile pronunciamento, e a dispetto delle prese di posizioni a favore del reddito di cittadinanza da parte di alcune federazioni come la Fiom o la Flc, il silenzio della Cgil conferma l’esistente. In Italia non esisterà mai un salario minimo stabilito per legge e una forte contrattazione collettiva nazionale né, tantomeno, un reddito minimo garantito.

Questo silenzio può essere anche il risultato di un riflesso culturale che ignora la “trasformazione strutturale” in corso in Europa (così la definisce Stefano Rodotà). Pur temperate, e giudicate inadeguate da importanti esponenti dell’Fmi come Olivier Blanchard, le politiche dell’austerità si candidano a gestire questa trasformazione per la prossima generazione. Nel netto diniego del sindacato italiano, non c’è evidentemente solo il rifiuto dell’equazione tracciata, confusamente, da Juncker tra salario minimo sociale e reddito minimo.

C’è il rifiuto di considerare le alternative nate in Europa negli ultimi vent’anni. Il 24 giugno 1992, il Consiglio europeo si raccomandò di adottare il reddito minimo garantito, una misura presente, in maniera eterogenea, in tutti i paesi europei, tranne che in Italia e Grecia, cioè i paesi dove la crisi è più drammatica.

Come se non bastasse, solo pochi giorni fa, un autorevole documento sull’Agenda 2020 dell’EUNetwork of Independent Experts on Social Inclusion della Commissioneeuropea, volutamente ignorato in Italia, dapprima nota gli effetti negativi delle politiche di austerity, quindi osserva come non siano rispettati i parametri di inclusione e garanzia sociale nei singoli Stati membri, dove il rischio povertà si estende a strati sociali sempre più vasti. Dinanzi al default sociale di un Continente, nelle raccomandazioni finali si ricorda agli Stati membri che devono attivare “degli schemi di reddito minimo (minimum income), che garantiscano un reddito sufficiente per poter vivere in condizioni dignitose”.

C’è dunque qualcosa di molto profondo nel rifiuto della Camusso di discutere una tutela universale per i cittadini. È un’antica diffidenza delle sinistre europee rispetto all’impianto normativo e politico della costruzione europea. Si manifestò ad esempio nel 2004 quando le bandiere francesi sventolavano a Parigi insieme a quelle del sindacato la notte in cui il socialista francese Fabius celebrava la vittoria del No al referendum sulla Costituzione europea.

Questa diffidenza è ancora più radicale di quella che oppone le sinistre comuniste a quelle socialdemocratiche. È dovuta al rifiuto di abbandonare lo spazio dello Stato-Nazione, anche perché l’Ue è il contenitore delle tecnocrazie liberiste e l’esplicitazione di una cultura liberal-democratica più attenta alle regole dell’economia che ai diritti del lavoro dipendente, salariato, a tempo indeterminato.

È vero, l’Europa risente molto di questa costruzione, ma non si può negare che la crisi in atto abbia travolto le sue più intime nervature. Il rischio è altissimo: tanto l’impostazione liberal-democratica, quanto quella social-comunista – cioè le culture fondative dell’Europa unita – saranno scalzate dalle tecnocrazie neoliberali che oggi gestiscono la crisi. Siamo davvero a un passo dall’abbandono di una prospettiva sociale e universalistica capace di tutelare il futuro della cittadinanza europea.

Eppure l’Europa possiede gli strumenti per invertire questa tendenza e garantisce, a chi li sa vedere e usare, gli strumenti per una straordinaria rivoluzione dell’impianto costituzionale europeo. Ci vogliono i soggetti, la decisione politica, i movimenti, i sindacati, i partiti le associazioni per cogliere l’alternativa e rintuzzare la reazione nazionalista e populistica nei paesi più devastati dalla crisi.

Come non capire che oggi la soluzione è inderogabilmente quella di ripartire dalla tutela europea degli esclusi e dalla lotta sistematica contro la povertà e per l’incivilimento dei rapporti sociali e produttivi?

Articolo pubblicato su MicroMega a cura di Giuseppe Allegri e ROberto Ciccarelli (14 gennaio 2013)