Reti, lavoro, reddito di cittadinanza


Arturo Di Corinto

Vengono investigate e passate in rassegna le forme organizzative della produzione postfordista, colte tramite un confronto ravvicinato con le modalità produttive della precedente fase fordista. Le caratteristiche di discontinuità vengono alla fine riassunte e compendiate in quelli che l’autore chiama “nuovi lavori”. É necessario che la manodopera frammentata trovi delle forme di ricomposizione: la rivendicazione di un reddito di cittadinanza potrebbe far muovere alcuni decisivi passi in questa direzione.

Oggi il ciclo produttivo scavalca le mura della fabbrica e si generalizza alla società tutta. La produzione è sempre più sganciata dalla prestazione fisica e tendenzialmente si configura come manipolazione di oggetti relazionali, intellettuali, tecnico scientifici, affettivi. Il lavoro si modula in un processo complesso che si fonda su una cooperazione sociale sempre più sviluppata e mostra la sua potenza in quanto incastrato in complesse filiere di reti sociali, in quanto somma di figure produttive fra loro tecnologicamente concatenate (Tiddi, Mantegna, 1999).

Il lavoro diviene un bene scarso man mano che i processi di informazione e automazione, accompagnati da una politica della flessibilità, permettono un gran risparmio della forza lavoro.  Si rompe quel meccanismo lineare fra produttività e ricchezza e il lavoro necessario si riduce e viene malamente distribuito. Nasce da qui l’esigenza di ricostruire una società salariale in declino attraverso
la generalizzazione di forme contrattuali atipiche: formazione lavoro, part-time, a termine, lavori socialmente e pubblicamente utili, lavoro interinale, l’espansione dei lavori servili, cui si aggiunge l’incremento delle attività di autoreddito, i “lavoretti”, il lavoro minorile. Ogni forma di garanzia e tutela dei lavoratori ne viene sconvolta.

 

Nuovi lavori

I nuovi lavori sono il risultato del passaggio da una produzione di tipo fordista ad una di tipo postfordista.

La produzione fordista era caratterizzata dalla produzione di merci conseguente alla trasformazione di materie prime, merci standardizzate destinate all’obsolescenza, prodotte e commercializzate secondo una strategia di economia di scala (il magazzino) a carattere nazionale e polarizzata sul territorio (la fabbrica che imprime il marchio al territorio).

Questa forma di produzione si fondava su una cultura della crescita illimitata da una parte, e sul dualismo tra fabbrica e atto produttivo, un dualismo che fondava le forme del conflitto e dell’identità’ sociale affermando allo stesso tempo il primato della razionalità tecnica su ogni sfera del sociale.

Al contrario il Postfordismo si caratterizza per un tipo di produzione basata grandemente sulla produzione di servizi e la trasformazione della conoscenza e dei saperi, per realizzare merci personalizzate ad alto tasso di specializzazione e decadimento temporale e distribuiti in tempo reale. Un tipo di produzione a carattere transnazionale che si fonda sulla cultura del limite in uno scenario dove è il primato delle reti di relazione ad affermarsi come fattore produttivo (al contrario del gigantismo della fabbrica e del precedente rapporto lineare fra sviluppo e crescita) e in cui le qualità del territorio sono messe direttamente in produzione.

Nel Fordismo-taylorismo il lavoro e i suoi prodotti erano organizzati in tre fasi distinte e separate:

–          la Progettazione (forma intellettuale del lavoro)

–          l’Esecuzione (il lavoro dell’operaio massa)

–          la Commercializzazione (il lavoro degli impiegati come soggetti disciplinati).

Queste forme di organizzazione della produzione erano caratterizzate da:

–          forte separazione fra gli aspetti ideativi ed esecutivi del lavoro

–          stretta dipendenza dalla macchina

–          precisa dipendenza del lavoro dall’organizzazione disciplinare.

In sintesi potremmo dire che il Fordismo-taylorismo erano caratterizzati da una enorme rigidità di compiti e funzioni che si rifletteva nei prodotti e nella loro distribuzione. Come pure nell’organizzazione della forza lavoro e nelle identità sociali che esso generava.
Il Postfordismo riunisce quelle dimensioni separate e le trasforma, presentandosi come paradigma della flessibilità in netta opposizione alla rigidità fordista.

Questa flessibilità  è l’elemento qualitativo che caratterizza le tecnologie linguistiche che sono il presupposto dell’automazione spinta e della valorizzazione dei flussi di sapere incorporati nei servizi relazionali, personalizzati e real time tipici della produzione postfordista. Quando infatti alla fine degli anni ‘80 si affermano le nuove tecnologie linguistiche esse portano con sé una ineguagliata flessibilità tecnica centrata sull’affermazione del linguaggio come strumento produttivo con il boom dell’informatica e delle telecomunicazioni e determinano una serie di cambiamenti:

–          Differenziazione nella produzione

–          Personalizzazione dei prodotti

–          Decentramento della fabbrica

–          Esternalizzazione delle funzioni.

In esso vivono molteplici paradigmi organizzativi che coesistono:

–          Impresa a rete

–          Distretti Industriali

–          Diffusione territoriale della fabbrica

–          Messa in produzione del territorio.

Le tecnologie a base linguistica d’altro canto portano all’affermarsi di nuove professioni che si qualificano come lavoro cognitivo o intellettuale che implicano:

–          Una formazione alta

–          Una comprensione elevata dei processi produttivi

–          Il coinvolgimento totale nell’opera intellettuale che ingloba le capacità più intime degli individui che aumenta la produttività individuale e si esplica come valore aggiunto

–          L’individualizzazione dei rapporti di lavoro e la contrattazione individuale

–          Il passaggio dalla cooperazione semplice alla cooperazione complessa mediata dalle macchine relazionali.
Nuovi Lavori e Tecnologie Linguistiche

Io considero “nuovi lavori” per eccellenza quei lavori che presentano delle caratteristiche di discontinuità rispetto alle forme di lavoro del regime fordista e che si qualificano vieppiù per l’uso di tecnologie linguistiche e di rete.

Questa discontinuità è caratterizzata da cambiamenti qualitativi e quantitativi.
Quello che cambia e’:

–          organizzazione del lavoro (metodologia, collocazione spaziotemporale)

–          fattori di produzione

–          proprietà dei mezzi di produzione

–          cooperazione produttiva

–          contrattualizzazione.

In base a questo schema dentro la generica categoria dei nuovi lavori ricadono tutte quelle attività contrattualizzate in maniera diversa dal lavoro a tempo indeterminato. Il lavoro autonomo di seconda generazione può essere compreso in questa categoria in quanto è parte di una filiera produttiva la cui organizzazione e i cui scopi illustrano nuove metodologie organizzative e produttive. Ma è evidente che questa definizione è ancora più calzante per le forme del lavoro intellettuale che usa i linguaggi e gli strumenti della tecnologia, in quanto nel lavoro immateriale sono presenti tutti gli elementi di novità descritti.

 

§ I nuovi lavori sono il prodotto della riorganizzazione produttiva della fabbrica diffusa
§ I nuovi lavori non sono equivalenti al lavoro atipico o al lavoro autonomo
§ I nuovi lavori sono spesso esercitati in regime di lavoro autonomo ma parasubordinato
§ I nuovi lavori sono tali in quanto contrattualizzati secondo modalità differenti che nel passato
§ I nuovi lavori sono quelli che si esplicano attraverso l’uso delle nuove tecnologie.
I nuovi lavori possono essere qualificati come lavoro intellettuale, cognitivo che usa un peculiare strumento di produzione, il linguaggio, che si reifica nella circolazione attraverso reti sociali e tecnologiche diventando lavoro immateriale.

Il lavoro cognitivo o intellettuale o immateriale ha quindi le seguenti caratteristiche:

–          il mezzo attraverso cui si produce, cioè il linguaggio, è il risultato di un apprendimento storico sociale, una proprietà collettiva posseduta individualmente;

–          è un tipo di lavoro che ricrea continuamente i bisogni che soddisfa, poiché necessita di continua innovazione;

–          è flessibile al pari del linguaggio naturale umano e del linguaggio della macchina laddove non sia proprietario;

–          si esplica attraverso la reificazione di generiche capacità umane, quelle di produrre, variare, adattarsi;

–          si esplica e si riproduce attraverso una rete di relazioni sociali, è cioè frutto di una cooperazione sociale complessa;

–          si esplica e si riproduce attraverso reti tecnologiche di comunicazione ad alta velocità

La forza lavoro immateriale:

–          è realmente dislocata: i suoi spazi di produzione sono assolutamente deterritorializzati e i suoi tempi di produzione abitano ogni sfera delle attività del soggetto;

–          concentra in sé la potenza produttiva collettiva (gli affetti, le relazioni, la potenza di cooperazione, il sapere sociale).

In questo modo il lavoro immateriale:

– esprime la contraddizione fra vita retribuita e vita non retribuita;

– rompe i meccanismi tradizionali di costruzione della vita relazionale e sociale cosicché i principi di stabilità e i processi di identità che su di esso facevano perno per le attività produttive e biologiche saltano.
Il lavoro immateriale è precarizzabile in quanto la sua erogazione può essere solo il frutto di una prestazione discontinua. Poiché conserva il carattere modulare delle relazioni su cui si fonda. Gli effetti immediati sono due: la frammentazione delle identità di lavoro e la cooperazione spinta nella messa in produzione del sapere sociale (in questo contesto infatti i lavoratori della conoscenza vendono le proprie competenze solo se sono capaci di stare in una rete sociale dove scambiare saperi e conoscenze).
Ora, quello che accade è che esso viene a rappresentare una linea d’ombra fra la cooperazione sociale e la biopolitica, fra autovalorizzazione e capitale, fra libertà e controllo (Caminiti, Mantegna, Tiddi, 1999).

Ma soprattutto, porta con sé la contraddizione fra vita retribuita e vita non retribuita. La vita retribuita del lavoro immateriale è temporalmente misurata, in maniera fittizia all’interno del rapporto tempo/lavoro e spazialmente collocata, ma solo dentro al rapporto col capitale. Infatti seppure il sapere posseduto dal singolo lavoratore viene reificato e prelude al profitto nella sua forma-merce esso diventa profitto solo all’interno dei meccanismi di circolazione delle merci le cui dinamiche sono sempre rispettose della legge del valore e dei suoi capitani (Cillario, 1998)
La sola proprietà dei mezzi di produzione non è sufficiente a fare profitto e non rompe la catena del comando capitalista.

 

Identità e Rappresentanza dei Lavoratori Immateriali

Seppure uno degli effetti della trasformazione del lavoro è proprio la frammentazione della forza lavoro in tante identità non è vero che essi sono irrapresentabili in quanto esprimerebbero bisogni irriducibili fra di loro.

La stessa flessibilità tecnocomunicativa, base dei processi di terziarizzazione e di globalizzazione ridisegnano una mappa dei bisogni post-lavorativi: sostegni alla mobilità, servizi per l’impiego, aumenti di esigenza di formazione e informazione. Quindi è piuttosto vero il contrario, in quanto è la stessa precarizzazione della forza lavoro immateriale che individua i caratteri comuni di questa nuova forza lavoro, mentre è il divario fra vita retribuita e vita non retribuita a necessitare dell’individuazione di nuove forme di rappresentanza e di rivendicazione. L’assenza di tutele riguarda innanzitutto le piccole unità produttive, frutto della esternalizzazione, i nuovi servizi, dai pony express alle telefoniste delle chat lines, le prestazioni intermittenti dei lavori intellettuali, o quelli che continuamene passano la frontiera tra lavoro e non lavoro, etc. I lavoratori immateriali non sono dissimili dagli operai nei loro bisogni di tutela, garanzia e servizi.
Quindi seppure diversi fra di loro i lavoratori immateriali rappresentano una categoria che ha dei tratti comuni e necessita di garanzie, tutele e servizi.

Ciò è maggiormente vero in quanto essi si trovano a subire un autosfruttamento patologico laddove vivono la commistione fra tempo di vita e tempo di lavoro, pagano da soli gli oneri della propria formazione specialistica che si dà in virtù di un continuo aggiornamento delle proprie competenze, non hanno garanzia rispetto alla continuità della prestazione, non usufruiscono di tutele collettive in quanto la loro contrattazione è in genere individuale.

La crisi del sistema del lavoro salariato porta con sé tanti effetti: la disoccupazione di massa strutturale, la fine della fabbrica, la morfogenesi del lavoro immateriale come forma della produzione sociale, l’aumento delle professioni servili e il divario fra garantiti e non garantiti. A questi effetti fa da contraltare la crisi del Welfare State, che è la fine di quegli interventi pubblici che dall’antico patto fra capitale e lavoro garantivano una rete di protezione da un insieme indefinito di rischi sociali: disoccupazione, infortuni sul lavoro, vecchiaia, invalidità, malattia e carichi famigliari.

Da questa analisi emerge con forza la richiesta di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato indipendentemente dalla collocazione del soggetto sul mercato del lavoro.
Non si tratta semplicemente di una nuova misura redistributiva ma della riconcettualizzazione della natura della produzione contemporanea (Bascetta, 1999).

Se è vero che il lavoro odierno si dà attraverso la messa in produzione della cooperazione sociale e delle qualità umane più intime allungando il tempo della giornata lavorativa sociale, se è vero che in ogni merce, in ogni lavoro c’è una fortissima componente di non-lavoro, cioè di lavoro non retribuito, se è vero che esiste una sproporzione fra gli investimenti formativi individuali e la prospettiva del reddito, se è vero che la cooperazione non viene più supportata dalla spesa pubblica, ci si deve porre il problema di come retribuire la parte di lavoro che non viene corrisposta e liberare nuove risorse sociali e produttive.

Retribuire il non-lavoro incorporato nella merce lavoro, che è tale anche quando non si presenta come lavoro vivo, si traduce in una ipotesi di liberazione e di ricomposizione sociale per quanto sia una misura riformista e non rivoluzionaria.

Il reddito di cittadinanza è una misura di politica economia in quanto:

§ assume il ruolo di sostegno alla domanda e quindi al consumo.

Il reddito di cittadinanza è un fattore di liberazione in quanto:

§ supera la debolezza contrattuale del lavoratore rispetto al commitente;
§ libera risorse da destinare alla crescita estetica sensibile e artistica degli individui
§ libera risorse per la formazione, la socialità e la produzione d’opera degli individui (A. Fumagalli, 1999).

Il reddito di cittadinanza è un fattore di ricomposizione sociale in quanto:
§ permette ai lavoratori precarizzati di prendere coscienza della loro condizione.

 

La rivendicazione di un reddito di cittadinanza è la rivendicazione della retribuzione del tempo di produzione che esorbita dal tempo di lavoro. Il reddito di cittadinanza E’ il salario della cooperazione sociale che precede ed eccede il tempo lavorativo. Proposta centrale che però abbisogna di proposte puntuali su fisco e federalismo, e che dovrebbe essere sorretto da una sorta di sindacato del lavoro immateriale, flessibile, intermittente, precario.

Quest’ultimo punto in particolare presuppone l’individuazione delle figure concrete che possono rivendicare il reddito di cittadinanza e per far questo dobbiamo dotarci degli opportuni strumenti.

 

Tratto da Infoxoa N° 7 – 1999