Reddito o lavoro di cittadinanza?


Andrea Fumagalli

Il dibattito sul tema del reddito, nelle sue diverse declinazione (minimo, di inserimento, incondizionato), è entrato a pieno titolo nel dibattito economico e sociale italiano. Anche i maggiori quotidiani presentano articoli sull’argomento. Ad esempio, sul Corriere della Sera, Maurizio Ferrera e su Repubblica Chiara Saraceno hanno recentemente ribadito la necessità di intervenire contro la povertà crescente con  misure di sostegno diretto, comunque condizionate all’inserimento lavorativo e su base familiare. Pur con diverse sfumature, tutte queste proposte non concepiscono una misura di reddito di base completamente sganciata  dalla prestazione lavorativa e di fatto ripropongono la dicotomia reddito-lavoro. Sintomatico è il pensiero di parte del sindacato e del centro-sinistra, ben rappresentato dagli scritti di Laura Pennacchi, secondo il quale è il lavoro che deve rappresentare, prima di tutto, il vero e unico obiettivo di un intervento di politica economica pubblica.

Sull’Unità del 23 novembre scorso è comparso un articolo di Laura Pennacchi che ribadisce la necessità di lavorare per un “lavoro di cittadinanza” piuttosto che in favore di un “reddito di cittadinanza” (http://www.manuelaghizzoni.it/2013/11/23/lavoro-o-reddito-di-cittadinanza-di-laura-pennacchi/).

Secondo Pennacchi, si tratta di un problema culturale. Non possiamo che concordare, ma per ragioni diametralmente opposte.  Pennacchi accusa i sostenitori di un reddito di base, soprattutto se incondizionato, di favorire “la scissione del nesso costituzionale tra lavoro e dignità, il quale considera il lavoro non solo come attività ma come processo antropologicamente strutturante l’identità umana”.

Viviamo in un contesto sociale che mette l’intero tempo di vita a lavoro e a valore. Di fatto, non esiste più attività che oggi possa essere definita “improduttiva” per il capitale. E quando affermiamo mettere a valore, non ci riferiamo – come Pennacchi e molti fanno – solo alla tradizionale prestazione lavorativa certificata e remunerata sulla base della sempre più debole contrattazione sindacale, ma ad una serie di altre prestazioni, sì produttive ma non ritenuti tali, che riguardano il tempo dell'”opus“, dello “svago” (otium), del gioco.

Il grado di mercificazione della vita umana non riguarda solo i brevetti sul genoma e le biotecnologie ma, molto più prosaicamente, un numero infinito di atti della vita quotidiana: dal consumo (ecco spuntare il prosumer), alla riproduzione sociale (solo in minima parte salarizzata), alla formazione, al tempo, una volta definito “libero”, ora sempre più fagocitato nella produzione di valore dei media sociali e/o dell’evento (ultima in ordine di tempo è la notizia che negli Usa si vorrebbero quotare in borsa alcuni noti giocatori di football: sarebbe il primo caso in cui il corpo umano diventerebbe, direttamente e non più solo indirettamente, oggetto di speculazione finanziaria).

Queste trasformazioni oltre ad essere di natura socio economica sono anche culturali. La sovrastruttura immateriale tende a identificarsi sempre più con la struttura materiale. Non siamo più in un contesto di accumulazione che sul lavoro manuale  della fabbrica più o meno automatizzata fondava prevalentemente la sua capacità di estrarre ricchezza. Il processo di valorizzazione oggi non fa più perno esclusivamente sulla produzione materiale, ovvero sul corpo del lavoratore, schiavizzato e alienato dalla macchina (altro che “processo antropologicamente strutturante l’identità umana”), ma sempre più sul coinvolgimento della sua stessa vita (sentimenti, cuore, cervello). Viene richiesto il suo coinvolgimento totale, autocontrollo e disponibilità di tempo di vita.

Occorre infatti un lavoro culturale (e di inchiesta sul campo) prima ancora che politico per capire che oggi le forme dello sfruttamento derivano da un processo di “sussunzione totale” della vita al capitale, di cui solo una minima parte viene riconosciuto e quindi pagato. Occorre un salto culturale per capire che il reddito di base è reddito primario, remunerazione di un’attività di produzione di valore, non assistenzialismo bigotto, caritatevole e selettivo (quindi dispositivo di controllo): e, perciò, in quanto fattore di remunerazione, incondizionato.  Il reddito di base sta alla produzione di valore non certificata come il salario sta alla produzione di valore riconosciuta. E’ una battaglia per alti salari nel contesto dell’oggi e, per questo, deve essere accompagnato dall’introduzione di un salario minimo.

La seconda obiezione “culturale” di Pennacchi starebbe nel fatto che la proposta di un reddito di base  “rimane sostanzialmente interno alla logica del meccanismo di accumulazione con baricentro nella finanziarizzazione “. Con la possibile conseguenza che si rischia di dare lustro alla “versione neoliberista del ‘reddito di cittadinanza’ con cui essa si presenta come compimento del ‘conservatorismo compassionevole’ (riduzione drastica di spesa pubblica e tasse e rete protettiva ridotta all’osso per i deboli, come nella “imposta negativa” di Milton Friedman) nella cui orbita si muovono anche versioni più nobili, che tuttavia finiscono con l’avvalorare l’immagine di uno stato sociale ‘minimo'”.

Niente di più falso. Anche su questo punto, infatti,  è necessario un salto “culturale” che in Italia, imbevuta come è dalla retorica familistica e cattolica-di-base,  fa fatica a manifestarsi soprattutto nelle forze sindacali e nei tradizionali partiti del centro-sinistra. Finché qualsiasi misura di sostegno al reddito è finalizzata esclusivamente  a un intervento assistenziale e/o contro la povertà (come propenderebbero Pennacchi e Fassina) ovvero condizionata a obblighi di partecipazione attiva o subordinata a percorsi formativi di inserimento al lavoro, non si fa altro che favorire pratiche di workfare. Che altro non è che la rimodulazione del sistema di welfare alla luce delle compatibilità  di valorizzazione e sfruttamento del sistema economico finanziarizzato.

Già oggi buona parte dei servizi sociali primari possono essere ottenuti solo ricorrendo (per chi se lo può permettere, ovviamente) a forme di assicurazione sociale privata, i cui rendimenti dipendono dal bio-potere finanziario sulle nostre vite. Tutti i partiti che hanno governato negli ultimi 20 anni in Italia e in Europa hanno concordato con l’ineluttabile necessità di perseguire  politiche di risanamento dei conti pubblici, come condizione per poter poi avviare, in un secondo tempo (che non è arrivato e mai arriverà), qualche straccio di “social security”. Al riguardo, basta pensare al dibattito sulla “flexicurity”. Sindacati e sinistra hanno accettato la flessibilizzazione del mercato del lavoro e hanno ottenuto solo precarietà, trionfo della contrattazione individuale e diffusione dell'”individualismo proprietario”. Un risultato che neanche Friedman si sarebbe aspettato.

Il punto, anche questo culturale prima ancora che politico, è riconoscere che qualsiasi politica “riformista” oggi non ha più spazio, ne economico ne politico Potrebbe averlo da un punto di vista sociale, come ha dimostrato lo sciopero dei tranvieri genovesi. Ma si tratta di “riformismo illegale”, quindi “sovversivo”, come sarebbe sovversivo chiedere che ci venga garantito non il “diritto al lavoro” ma “il diritto a scegliere il lavoro”.

In tempi di svalorizzazione del lavoro e di “lavoro senza fine” (altro che “fine del lavoro”), questo obiettivo sarebbe il minimo. Per questo, auspichiamo l’introduzione di un reddito di base incondizionato, inserito in modo graduale a partire dai meno abbienti, ad un livello monetario definito in termini relativi (quindi suscettibile di costante incremento anno dopo anno così da aumentare la platea dei beneficiari), in grado di sostituire via via gli attuali iniqui, distorti e selettivi ammortizzatori sociali, unitamente ad una gestione pubblica dei beni comuni e dei servizi sociali e all’introduzione di un salario minimo.

Ciò che è necessario in Italia è un sistema di Commonfare (Welfare del comune), in grado non solo di favorire l’autodeterminazione dei residenti, ma anche di favorire la crescita della produttività grazie al miglior sfruttamento di quelle economie dinamiche di scala (apprendimento e rete/relazione) che oggi stanno alla base della valorizzazione capitalistica. E in alternativa, promuovere anche forme di produzione alternativa dell’uomo per l’uomo e non per il profitto o la rendita finanziaria.

E’ vero, abbiamo proprio bisogno proprio di un salto culturale!

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