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Reddito minimo, un’altra occasione persa?

di Luigi Narni Mancinelli

Mentre si definiscono le posizioni di governo e sindacati rispetto al “Tavolo” di contrattazione sul tema della riforma del mercato del lavoro e su eventuali modifiche in materia contrattuale e del complesso degli attuali ammortizzatori sociali, non appare ancora chiaro cosa si prospetti per i milioni di disoccupati e precari, giovani o anziani, del nostro paese.

Mentre si definiscono le posizioni di governo e sindacati rispetto al “Tavolo” di contrattazione sul tema della riforma del mercato del lavoro e su eventuali modifiche in materia contrattuale e del complesso degli attuali ammortizzatori sociali, non appare ancora chiaro cosa si prospetti per i milioni di disoccupati e precari, giovani o anziani, del nostro paese.

Il governo Monti, tramite alcune esternazioni a titolo personale del ministro Fornero, aveva ipotizzato l’introduzione anche in Italia di una qualche forma di “reddito minimo”, considerando anche il ritardo rispetto agli altri stati europei e le ricorrenti raccomandazioni in merito della stessa comunità europea. Dopo questa vaga quanto sia pur interessante apertura, da parte di un governo che nel frattempo taglia una serie di servizi e di welfare aumentando la povertà di grandi fasce di popolazione, si sono verificate due reazioni complementari da parte della maggioranza delle formazioni sindacali così come del circuito mediatico e giornalistico in generale che forma l’opinione pubblica mainstream.

In primo luogo, di fronte alla vaghezza della proposta della Fornero, si è contribuito a confondere ancora di più le acque, scambiando il reddito minimo con un sussidio di disoccupazione aumentato nella sua durata. In maniera sicuramente interessata si è fatta passare una misura assolutamente “normale” negli altri paesi, quella di un’erogazione svincolata da prestazioni lavorative e, soprattutto, non limitata nel tempo o a breve scadenza, come un’esagerazione estremistica rispetto ad una più fattibile e pragmatica “modifica degli ammortizzatori sociali”, che può significare semplicemente che un lavoratore che un domani perderà il suo posto eventualmente percepirà più mensilità di sussidio.

Poniamo, ad esempio (come in alcune proposte di legge di deputati di area Pd) non più solo un sussidio che dura per sei mesi come oggi, ma prolungato per più di un anno con percentuali a scalare sull’ultimo salario percepito. Per gli attuali milioni di disoccupati, che percepiscono oggi, a differenza dei loro colleghi europei, zero euro e scivolano sempre più nella povertà e nella disperazione più nera (si veda l’incredibile numero di suicidi dovuti alla perdita del lavoro, sapientemente occultati dai media) non cambierebbe insomma nulla, dovranno solo aspettare di essere assunti con le nuove e discutibili forme contrattuali (apprendistato, contratto unico ecc.) improntate al criterio di flessibilità e precarizzazione con le aziende private aiutate a mantenere bassa la media dei salari.

In secondo luogo, in questo scenario si è inserito il vergognoso intervento dei segretari generali dei due maggiori sindacati italiani, Cgil e Cisl. Se Bonanni è partito a testa bassa contro l’ipotesi di reddito minimo per i disoccupati, definendolo “una misura assistenziale che ucciderebbe il lavoro gravando sulle casse dello stato” (I Conti (costosi) del reddito minimo, di Francesca Basso sul Corriere del 7/01/2011) a sua volta Susanna Camusso, leader della Cgil, ha rincarato la dose chiedendosi retoricamente “dove stiano le risorse economiche” per finanziare tale misura. Si è arrivati così al paradosso che vede un governo tecnico antipopolare che ipotizza una misura sacrosanta di giustizia sociale minima mentre i rappresentanti dei “lavoratori” la bocciano preoccupati di perdere le proprie rendite di posizione.

Nella Cgil si è aperto un dibattito rispetto alla posizione della Camusso, che porterà al tavolo con il governo una piattaforma assolutamente arretrata non solo su questo tema ma in genere su tutte le proposte di riforma del lavoro. La corrente interna “la Cgil che vogliamo” guidata da Gianni Rinaldini ha infatti affermato che nel documento unitario sindacale “L’assenza di scelte nette sul piano generale si ripropone sul merito delle questioni legate al mercato del lavoro . Nell’attuale situazione, in presenza di tassi elevati di disoccupazione giovanile e femminile, di intollerabile pandemia di precarietà, di massicci espulsioni dal lavoro, sarebbe stato quanto mai necessaria e urgente la rivendicazione di una riforma organica dell’impianto legislativo sulle modalità di accesso al lavoro e una vera riforma degli ammortizzatori sociali in senso universale”.

Le posizioni di partenza nel momento attuale, dunque, sono tutt’altro che favorevoli ad una possibile introduzione di una sia pur minima forma di reddito garantito. Questa volta, però, oltre al danno si aggiunge la beffa di essere sul punto di perdere un’occasione storica forse irripetibile.

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