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Reddito minimo: un passo avanti e un passo oltre

di Corrado Del Bò

Un altro contributo al dibattito dopo l’appello lanciato dal Bin Italia per la presa di parola per un reddito garantito e pubblicato sul quotidiano Il Manifesto.

Anche se appare forse utopico guardare l’orizzonte quando ancora il reddito minimo deve essere introdotto, è però anche bene che il dibattito pubblico inizi a familiarizzare con un’altra idea, collegata ma distinta, che è quella del reddito di cittadinanza (o reddito di base, come preferisco chiamarlo), una misura che potrebbe incidere in maniera ancora più significativa sulle società occidentali a capitalismo avanzato

Si è dovuto attendere l’avvento di un governo “tecnico” perché emergesse, nel dibattito pubblico italiano, quel che gli studiosi delle politiche pubbliche segnalano da tempo, che in Italia mancano, a differenza di quasi tutti gli altri Paesi europei, forme di sostegno economico che possano far fronte efficacemente alle esigenze di chi è escluso dai sussidi collegati all’aver svolto per un periodo di tempo attività lavorative. Bene ha fatto la ministra Fornero a porre la questione del reddito minimo ed è da salutare con favore il fatto che un giornale con la diffusione e l’impatto del Corriere della Sera ma certo non incline a radicalismo abbia da un po’ di tempo cominciato ad approfondire l’argomento. Viene allora da chiedersi se i tempi siano infine maturi per una misura in sé banale e autenticamente riformista, che consenta di riprendere il cammino interrotto nel 2003 con il fallimento politicamente pilotato della sperimentazione del reddito minimo d’inserimento e di prendere una buona volta sul serio l’idea della flexisecurity, di cui la Danimarca è additata a modello e che, se richiede massima flessibilità in entrata e uscita nel mercato del lavoro, non può non implicare generosi (per entità e durata) sussidi per quanti l’uscita la sperimentano concretamente.

Anche se appare forse utopico guardare l’orizzonte quando ancora il reddito minimo deve essere introdotto, è però anche bene che il dibattito pubblico inizi a familiarizzare con un’altra idea, collegata ma distinta, che è quella del reddito di cittadinanza (o reddito di base, come preferisco chiamarlo), una misura che potrebbe incidere in maniera ancora più significativa sulle società occidentali a capitalismo avanzato. Il reddito di base è un trasferimento monetario finanziato dalla fiscalità generale ed erogato periodicamente dallo Stato agli individui, indipendentemente dalle loro condizioni economiche e senza riguardo per il loro contributo lavorativo: un reddito universale e incondizionato, che perciò spetterebbe anche a chi guadagna tanto o tantissimo e anche a chi rifiuta un lavoro (se offerto). Una follia? Apparentemente sì, ma, se di follia si tratta, è lucida follia. Chi porta avanti questa idea è una rete mondiale di affermati studiosi di scienze sociali (il BIEN, http://www.basicincome.org/), che ha dato vita a “filiali” in diversi Paesi (in Italia c’è il Bin, http://www.bin-italia.org/, di cui mi onoro di far parte). Per questi studiosi, il reddito di cittadinanza sarebbe in grado di evitare che le distorsioni informative che ostacolano la selezione dei soggetti che davvero necessitano dell’aiuto economico pubblico e allo stesso tempo consentirebbe di sfuggire alle distorsioni motivazionali che disincentivano le persone ad abbandonare la protezione sociale; senza considerare poi l’abbattimento (di parte) dei costi amministrativi e sociali per verificare che ai sussidi accedano soltanto chi ne ha davvero diritto.

Mancano a oggi simulazioni su ampia scala della sostenibilità economica di questa misura, e questo va ammesso con franchezza. Ma è anche vero che abbiamo qualche indicazione che potrebbe suggerire che la strada è in salita, ma non è una parete verticale, come per esempio ha ipotizzato un paio di anni fa Ugo Colombino su lavoce.info o più recentemente Andrea Fumagali con riferimento all’Italia e all’area metropolitana milanese (http://www.bin-italia.org/pdf/fuma.pdf).

C’è tuttavia una difficoltà intuitiva, di carattere morale: il reddito di cittadinanza premierebbe i “lavativi”, quelli che non vogliono saperne di lavorare e pensano solamente a intascare un reddito di base, che sarebbe a quel punto evidentemente frutto del lavoro degli altri. In realtà, non è detto che sia così. In primo luogo, si può ragionare su un livello di reddito che non deprima l’incentivo al lavoro per chi lo riceve senza essere al contempo poco più di una mancia simbolica; il reddito di base offrirebbe, per così dire, un “pavimento” sotto il quale non è possibile sprofondare. Ma in secondo luogo, è l’idea stessa che questa misura contenga lo sfruttamento di chi lavora che va negata con forza. Va negata perché sottace quel che la produzione di reddito richiede, ovvero un qualche tipo di appropriazione privata di risorse naturali. Il computer su cui sto scrivendo ora è certamente frutto del lavoro umano, ma ciò che lo compone è materia prima grezza, di cui qualcuno deve essersi appropriato per poterla lavorare (o farla lavorare). È la vecchia storia del come giustificare la proprietà privata che angustiava un liberale come Locke: l’accumulazione originaria contro cui ha vergato parole di fuoco Marx nel Capitale fa problema al di là delle ruberie che ricordava il filosofo di Treviri descrivendo le enclosures attuate sui pascoli comuni. Come può, in maniera moralmente legittima, divenire di uno quel che in origine era di tutti?

Il reddito di cittadinanza è, in definitiva, un risarcimento per chiunque sia escluso da queste privatizzazioni. Per questo spetta a tutti, anche a chi non vuole proprio saperne di lavorare: non è meno escluso di altri. Questo modo di vedere le cose, se è corretto, ci impone di considerare alla fine il reddito di cittadinanza qualcosa di più di un mero sussidio: è una vera e propria richiesta di giustizia sociale. Può essere utile ricordarlo in tempi in cui l’equità è divenuta (giustamente) la nuova parola d’ordine dell’azione governativa.

Tratto da Il Manifesto 14 febbraio 2012

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