Reddito di esistenza e reddito minimo: i termini di una controversia


Andrea Fumagalli

In Italia, il dibattito sul reddito minimo, reddito di cittadinanza, reddito di esistenza è sempre stato viziato dall’esistenza di diverse definizioni. Cerchiamo di capire quali sono le linee di pensiero principali.

E’ noto che l’Italia (insieme alla Grecia e all’Ungheria) è l’unico paese della comunità europea a non disporre di uno strumento universale in grado di garantire un reddito minimo ai suoi residenti. Di conseguenza, non può che essere positivo l’annuncio fatto dal Presidente del Consiglio Prodi  e dal Ministro della Solidarietà Sociale di istituire una Commissione di indagine sull’esclusione sociale, presieduta da Marco Revelli, con l’auspicio, secondo le stesse parole di Prodi, che “entri nel dibattito anche il reddito minimo di cittadinanza perché abbiamo il dovere di rispondere, come Paese civile, a questo bisogno elementare”.

In Italia, il dibattito sul reddito minimo, reddito di cittadinanza, reddito di esistenza è sempre stato viziato dall’esistenza di diverse definizioni. Quattro sono le linee di pensiero principali:

La prima è quella proposta dall’approccio neo-liberista e fa riferimento principalmente al pensiero di Friedman. Tale approccio si basa sull’idea di un'”imposta fiscale negativa”. In tale contesto, le funzioni economiche e sociali dello Stato sono ridotte al minimo: l’imposta fiscale negativa svolge l’unica funzione redistributiva ammessa, per i redditi che si collocano al di sotto della soglia della povertà relativa, ottenendo dallo Stato la quota di reddito mancante e non pagando tasse. Tale provvedimento va di pari passo con lo smantellamento dello stato sociale: con l’eccezione della giustizia e della difesa, tutti i servizi sociali vengono privatizzate e lasciate in balia delle gerarchie imposte dal libero scambio.

Il secondo approccio teorico fa riferimento all’impostazione social-liberista, ovvero a quell’insieme di formulazioni teoriche che si basano sul primato del mercato, purché gli eventuali effetti distorsivi vengano regolamentati o da authority o da minimi interventi di welfare. Essa riconosce che il processo di smantellamento del welfare state combinato con un’eccessiva flessibilizzazione del mercato del lavoro possa avere effetti negativi sul piano ridistributivo, esemplificati dall’aumento della povertà e dal fenomeno dei working poor. In questo caso, come nel precedente, invece che reddito di esistenza è più corretto parlare di reddito minimo, ovvero di un sussidio, concesso a tutti coloro che, prescindendo dalla condizione professionale (disoccupati o non), si trovano al di sotto della linea di povertà relativa. Una versione più soft è quella che passa sotto il nome di salario garantito (Commissione Delors, 1993 e Rapporto Supiot, 2003). In Italia, durante il governo di centro-sinistra dal 1997 al 2001, era stata sperimentato la legge Turco sul reddito di inserimento, che garantiva un sostegno al reddito familiari per le famiglie al di sotto della soglia di povertà, per la durata massima di 24 mesi e a patto che ci fosse un impegno concreto alla ricerca di un lavoro o alla frequenza di corsi di riqualificazione professionale, pena il decadimento del sussidio.

La terza idea di reddito di cittadinanza fa perno sul fatto che ogni individuo, a prescindere da qualsiasi altra condizione (genero, sesso, religione, età, condizione professionale e/o di reddito), ha diritto, in quanto membro del genere umano, ad un reddito incondizionato e imperituro, come quota della ricchezza sociale. L’esponente più influente di tale approccio è sicuramente Philippe Van Parijs. La giustificazione di un basic income si fonda, in primo luogo, sulla necessità di considerare il genere umano  come una struttura sociale “cooperante”, nella quale ogni individuo porta un proprio contributo che, come tale, deve essere riconosciuto e gli dà diritto ad una porzione, anche minima, della ricchezza sociale prodotta. Il diritto al reddito è così un diritto inalienabile primario, ovvero fa parte di quei diritti che definiscono l’essenza stessa della vita umana. Sul piano più strettamente filosofico, il reddito di cittadinanza è anche giustificato come sorta di rimborso in seguito all’espropriazione “sociale” che la diffusione della proprietà privata ha generato nel corso della storia umana. La distribuzione della proprietà privata non è l’esito di un processo egualitario ma si è basato e si basa su forme di sopraffazione e gerarchie sociali. Il basic income è così una sorta di indennizzo all’espropriazione originaria.

Da tale impostazione deriva la quarta giustificazione del reddito di esistenza (e non solo di cittadinanza), che fa perno sul concetto di “remunerazione” non solo per l’espropriazione originaria ma anche e soprattutto come riconoscimento di un’attività produttiva di valore. Non siamo dunque in presenza di un intervento assistenziale (sussidio, trasferimento, ecc.) come nei primi due casi: la logica che ne giustifica l’esistenza è del tutto rovesciata. Nell’attuale contesto del capitalismo cognitivo, la ricchezza si genera con la messa a valore di quasi tutto il tempo di vita degli individui e non solo di una porzione (il tempo di lavoro certificato). Ne consegue che siamo in presenza  dall’appropriazione privata di beni comuni materiali e immateriali che trae origine dallo sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale, del territorio, dei flussi finanziari, ecc.. e del tempo di vita oggi non remunerato. Il basic income è la remunerazione di tale tempo di vita non remunerato. Da questo punto di vista, il reddito di esistenza non è altro oggi che il corrispettivo del salario nell’epoca fordista.

A seconda del tipo di impostazione seguita, la proposta di basic income può così essere fattore di liberazione oppure fattore di oppressione e controllo sociale, soprattutto se erogato in modo condizionato, familiare e temporaneo. Che impostazione seguirà la neo-commissione presieduta da Marco Revelli?

Tratto da Carta, 2007