Reddito di Emergenza: REM – EVERYBODY HURTS


Emanuele De Luca e Tiziano Trobia

Tratto da CLAP – Camere del Lavoro Autonomo e Precario

 

Divampa il dibattito, e lo scontro politico, sul Reddito di emergenza. Pur trattandosi di misura insufficiente, se non residuale, da Confindustria a parti della maggioranza di Governo, tutti tuonano contro l’assistenzialismo. E intanto le imprese, soprattutto le grandi, avranno liquidità a fondo perduto. A seguire l’editoriale di Emanuele De Luca e Tiziano Trobia delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario: reddito di base (a carico della fiscalità generale) e salario minimo europeo subito, contro workfare e regali ulteriori all’1 per cento più ricco.

La bozza, circolata in questi giorni, del famoso Decreto “Aprile” (oramai diventato di maggio) è tutt’altro che entusiasmante. Non che ci si potesse aspettare nulla di diverso, anche alla luce delle misure contenute nel decreto “Cura Italia”. Certo è che il dibattito sviluppatosi intorno a questa faccenda, e più in generale riguardante la tanto agognata “Fase 2”, è quanto di più insopportabile si potesse pensare.

Ci arriveremo, concentriamoci intanto sulla misura più attesa di questo decreto, ovvero il Reddito di emergenza (Rem). Nella bozza si leggeva che il Rem sarebbe stato erogato per due o tre mesi, a circa un milione di famiglie, stanziando un miliardo di euro. Si sarebbe trattato di una cifra compresa tra i 400 e gli 800 euro, a seconda dei componenti del nucleo familiare, per tutti coloro che avessero percepito, nel trimestre precedente, un reddito inferiore alla cifra eventualmente spettante con questa misura. Successivamente sono anche circolate voci che individuavano l’ISEE come misuratore utilizzato per accedere al beneficio.

Davanti alle rivendicazioni espresse in queste settimane da diversi segmenti del lavoro (e non solo intermittente, precario, a nero, povero, escluso dalle misure del Governo), che chiedevano a gran voce un Reddito di base incondizionato, una misura strutturale, così come strutturale la crisi del mercato del lavoro, del welfare e della spesa pubblica, questa ipotesi risultava affatto esaltante. Continuerebbe ad essere inserita in un impianto frammentato e parcellizzato, affiancandosi in via residuale a misure altrettanto inadeguate a rispondere alla sofferenza di una parte consistente del paese.

Ci si aspetterebbe un dibattito politico orientato a trovare soluzioni per migliorare, implementare, rendere più incisiva ed efficace questa misura, attesa da milioni di persone senza più disponibilità economica a causa del lockdown. Eppure, nella maggioranza, Partito Democratico e Italia Viva alzano gli scudi e chiedono di restringere le maglie ancora di più. Il “rischio” per il Pd, il “partito progressista del paese”, sarebbe proprio quello di far diventare questo provvedimento strutturale, perché non si possono dare soldi a chi ne ha bisogno per due mesi, neanche in una situazione del genere. La soluzione? Trasformare anche il Rem in una tantum, un contributo d’emergenza. Per Italia Viva si potrebbe cadere addirittura nell’assistenzialismo, varando questa misura; sarebbe invece meglio affidare la gestione della stessa, rigorosamente una tantum, ai Comuni, proprio come i buoni spesa. Una elemosina, di fatto, erogata per un solo mese e soggetta alle condizionalità già tanto dibattute con il RdC e delle quali vediamo un’applicazione tanto esemplificativa quanto mostruosa, promossa dalla giunta Raggi a Ostia e particolarmente pubblicizzata dalla sindaca: il Mercato Sociale. Ovvero, una tessera a punti che, in cambio di lavori di manutenzione e giardinaggio, permette di acquistare pane, pasta e beni di prima necessità. Un “lavoro per conservare i diritti”, come dice Vito Crimi, esplicitando chiaramente la visione di questa meravigliosa compagine: i diritti sono qualcosa da meritare, che non spettano a tutti. Di più, la povertà continua ad essere una colpa, una cosa di cui vergognarsi, un peccato da espiare attraverso il lavoro coatto. Sembra di essere nell’Inghilterra del Seicento, nel pieno delle leggi contro i poveri.

Il decreto sarebbe dovuto arrivare a inizio settimana, ma la gara al ribasso sta facendo scivolare in avanti l’approvazione di un pacchetto che vedrà sicuramente, ironia beffarda, la presenza di un bonus per acquistare le biciclette elettriche, ma nessun sostegno reale, efficace e strutturale ai milioni di persone letteralmente incastrate in un incubo. Come a dire: pedalate felici in mezzo alle macerie!

Ritardi nell’erogazione della cassa integrazione, ritardi nelle misure di sostegno alle piccole imprese, ritardi nelle misure per gli affitti, privati e commerciali, ritardi insopportabili. Confindustria, dal canto suo, attraverso le dichiarazioni del suo nuovo condottiero Bonomi, non ritarda affatto la sua offensiva: le aziende non si salvano per decreto, è inutile vietare i licenziamenti per legge, bisognerà fidarsi degli industriali ed eliminare “lacci e lacciuoli” posti al loro operato. Tradotto in parole comprensibili: il numero uno degli industriali italiani sta chiedendo di barattare i diritti di lavoratrici e lavoratori (e la loro sicurezza sul posto di lavoro) con la ripresa economica, di togliere i vincoli che impediscono (fosse vero) di fare affari con la mafia, distruggere l’ambiente o deturpare il paesaggio. E mentre si prepara la battaglia per la gestione della lunga fase due e per la spartizione della “torta della ricostruzione”, mentre la maggioranza litiga su una misura da 400 euro per chi si trova in condizioni di povertà assoluta, molti a lavoro ci sono tornati e qualcuno è pure già morto, di nuovo. Nemmeno si è fatto in tempo a ricominciare che è esplosa una fabbrica a Ottaviano, vicino Napoli, e Vincenzo, operaio di 55 anni, è diventato l’ennesima vittima sul lavoro, la centosessantatreesima dall’inizio dell’anno; senza contare chi è deceduto per aver contratto il COVID-19 proprio nello svolgimento del suo lavoro.

Non è possibile restare a guardare, non si può rimanere immobili: reddito di base incondizionato e salario minimo, per evitare che le misure diventino incentivi alle aziende e non alle persone; riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, a carico delle imprese e non della fiscalità generale; introduzione di una patrimoniale e riforma fiscale progressiva. Di questo, per iniziare, c’è bisogno, di questo bisognerebbe parlare. Mentre il governo tentenna e la crisi si aggrava, la rotta la stanno tracciando le lotte di questi giorni: scioperi nei magazzini della logistica, mobilitazioni di medici e infermieri, la lotta coraggiosa di lavoratrici e lavoratori della sanità privata per la salute e la sicurezza del personale e dei pazienti, le campagne per un reddito di base, per la sospensione del pagamento degli affitti e contro il distacco delle utenze. Solo la crescita e l’estensione di queste lotte potrà imporre una diversa “normalità”, lontana dal teatrino spregevole e mortifero di industriali sciacalli e dei loro sostenitori in parlamento.

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