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Reddito di cittadinanza: l’altra faccia della questione morale

di Silvana Pollice

Oltre trent’anni fa John Lennon cantava “a working class hero is something to be”. Oggi forse riscriverebbe il suo testo, dedicandolo alle migliaia di lavoratori poveri, i cosiddetti working poor , prodotto ultimo della spietata precarizzazione del lavoro assemblata all’aumento del costo della vita, in perfetto stile post- fordista.

Oltre trent’anni fa John Lennon cantava “a working class hero is something to be”. Oggi forse riscriverebbe il suo testo, dedicandolo alle migliaia di lavoratori poveri, i cosiddetti working poor , prodotto ultimo della spietata precarizzazione del lavoro assemblata all’aumento del costo della vita, in perfetto stile post- fordista.

A questa involuzione del lavoro poi, non è corrisposta un’ adeguata sicurezza sociale, che è rimasta impassibilmente rigida, insufficiente, laddove prevista. O forse no, forse lui scaverebbe più a fondo e tenterebbe di mettere in guardia chi non ha alcun tipo di reddito, perché fisiologicamente -ingiustamente- escluso dalla macchina del lavoro globale, e dunque disoccupato, inoccupato o più semplicemente nullatenente, per cui sulla soglia dell’indigenza, cantandogli “sveglia, non è così che deve necessariamente andare”.

Ma la sua voce oggi non c’è, e incredibilmente non ne emerge ancora nessun’altra a rivendicare con convinzione un diritto, quello a condurre una vita dignitosa e libera, che può essere esercitato solo con un reddito minimo di cittadinanza: una forma di reddito che sia svincolata dal lavoro, e che sia garantita anche a chiunque non abbia altra forma di reddito o abbia un salario insufficiente. Mi chiedo allora che cosa stiamo aspettando per essere noi quella voce?

Nord Europa, Francia, Germania e Regno Unito da anni ne prevedono uno, erogandolo in vari modi, e quando si è voluto limitarlo i cittadini sono insorti per difenderlo, perché si tratta del godimento di un diritto imprescindibile dalla stessa nozione di stato di diritto, in altre parole, è l’altra faccia della questione morale.

In Italia c’è davvero un deficit resistente in questo senso: nel nostro Paese cioè l’assenza totale di un reddito minimo garantito statale, è in qualche modo la cartina di tornasole della questione morale. Perché deficit? Partiamo dal basso, perché così ci piace fare. La proposta è stata sollevata più volte, attraverso libri e articoli (poco diffusi), da associazioni e liberi cittadini, oltre che da alcune amministrazioni regionali, ma sono rimaste proposte che non hanno incontrato un tessuto sociale “recettivo” in quanto congelato nel sistema della ricerca di una posizione lavorativa individuale e per raccomandazioni. Un sistema cioè che esclude molti e include pochi, e quelli che esclude o decidono di “conformarsi”, oppure smettono di lottare e accettano di essere sfruttati, sottopagati, a volte semplicemente ignorati. Perché, diciamolo chiaramente, chi non ha un reddito o un lavoro non ha tutele, in Italia, dallo stato sociale. Questo non fa che alimentare il sistema clientelare creando una finta solidarietà tra singoli, con costi non percepibili ma che di fatto ricadono su tutta la collettività; ciò rappresenta un primo elemento di resistenza al cambiamento verso un modello basato sulla libertà di scelta e sul diritto. Ed ecco perché il deficit è resistente.

Più in alto inoltre c’è un altro elemento che fa resistenza: la politica, o almeno un certo tipo di politica, che evidentemente nel nostro paese ha dettato finora le regole del gioco. Lo scambio di merci e di favori che ha permeato il rapporto tra politico ed elettore è basato sulla selezione e sulla competizione: chi “si impegna di più” per ottenere favori -e non diritti, attenzione- dal politico di turno, chi dunque avanza richieste, avrà. Non tutti, non chi non esterna i suoi bisogni, sebbene reali, ma chi esprime la necessità, che sia reale o meno. Il reddito minimo garantito obasic income è, al contrario, un sussidio generale, universale che spetta cioè a tutti, che non presuppone – o non dovrebbe presupporre – richieste, e soprattutto nessun tipo di “gratitudine”, né di sottomissione. Forse per questo non convince il politico in generale, che è solito dare per dominare. L’indipendenza dal potere è un passo importante per la libertà, non solo e non tanto economica, è fondamentale per l’affrancamento dal clientelismo, rinvigorisce la capacità di scelta e sprona a non affidarsi per non accontentarsi.

In ultimo è indispensabile imbastire il tessuto culturale necessario a far passare l’idea -ed è questo l’ultimo tipo di resistenza- che di assistenzialistico in questo strumento non v’è nulla, che la libertà dalla miseria non deve essere confusa con l’adagiarsi sugli allori. Perché il popolo le brioches non le vuole, ma pretende di alzare la testa, e rivendica il diritto di farlo ora.

13 dicembre 2010

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