Reddito di cittadinanza, la doppia pena dei poveri senza residenza


Roberto Ciccarelli

Inchiesta. Barriere burocratiche e tecnologiche, sbarramenti linguistici e patrimoniali, sospensioni del sussidio e una via crucis tra patronati e sedi dell’Inps. E’ la storia dei beneficiari del cosiddetto “reddito di cittadinanza” che vivono nelle occupazioni delle case a Roma. Stranieri da anni nella capitale, italiani precari e disoccupati, giovani e non, vivono in attesa di un Sms e in molti casi lottano contro la legge “Renzi-Lupi” che nega la residenza a chi occupa per necessità una casa e si vede negare il sussidio. La campagna “Vogliamo tutto” chiede l’allargamento della platea del “reddito” e la rimozione degli ostacoli per la sua richiesta.

 

Paola (nome di fantasia) ha fatto domanda per il “reddito di cittadinanza” due volte e ora pensa di farlo per la terza. Pur rientrando tra i criteri patrimoniali stabiliti dalla legge che ha istituito il sussidio, le sue richieste sono state respinte. Si era mossa già a marzo questa studentessa universitaria in lingue che vive in un’occupazione abitativa a Roma insieme al fratello e alla madre. Il primo tentativo sembrava essere andato a buon fine. Sul suo cellulare è stato recapitato un messaggio con la buona notizia, ma non è stato comunicato l’importo. Poi, più nulla. Chiedendosi che fine avesse fatto la sua domanda, dopo quattro mesi si è rivolta alla sede di competenza dell’Inps. I funzionari le hanno spiegato che alla sua richiesta mancavano alcuni documenti. Solo che nessuno ha pensato di dirglielo. Allora ha presentato una nuova domanda rivolgendosi al sindacato Asia Usb di San Basilio. Pensava così di avere trovato un modo per risolvere i problemi tecnici. Ma nemmeno in questo caso ha avuto un risultato. E’ tornata all’Inps, ma ancora nulla. “È finita così la mia storia con il reddito di cittadinanza” racconta. Ora c’è anche un altro problema: fino al luglio scorso viveva nell’occupazione di via Cardinal Capranica nel quartiere di Primavalle dove aveva la residenza. Dopo lo sgombero l’ha persa, rendendo difficile la presentazione della domanda per il “reddito di cittadinanza”. “È una doppia beffa: non si esce dall’estrema povertà e si elimina ogni alternativa”.

La doppia pena del povero e occupante per necessità

Sotto una capricciosa pioggia intermittente ho incontrato Paola a un presidio promosso dai movimenti per il diritto all’abitare in piazza San Giovanni in Laterano a Roma. Eravamo in attesa di una delegazione che è stata ricevuta alla sede dell’Inps di via dell’Amba Aradam per denunciare l’esclusione di migliaia di persone che avrebbero diritto alla misura del “reddito di cittadinanza”.

La pena di cui parliamo in questa storia è stata creata dalla legge che impedisce di accedere al “reddito” a chi ha la residenza fittizia – ovvero un indirizzo di residenza che non corrisponde al luogo di effettiva dimora, e che permette alle persone che vivono in situazione di precarietà abitativa o in occupazione per necessità di accedere ai servizi del territorio. A Roma questa misura si chiama “Modesta Valenti”, dal nome di un’anziana senza dimora morta per abbandono in strada nel 1983. Grazie al beneficio di questa misura, molti occupanti nella Capitale hanno potuto esercitare perlomeno il diritto di presentare la domanda per il “reddito”. Non è così in altre città. Solo 200 comuni su 7915 riconoscono questa prassi, sostiene la Federazione Italiana organismi per le persone senza fissa dimora.

Per chi vive in un’occupazione abitativa esiste una difficoltà in più: l’articolo cinque della legge “Renzi-Lupi” sul “piano casa” approvato nel 2014. La norma prevede il distacco di luce e acqua alle occupazioni per necessità e, inoltre, nega la residenza. A Roma i distacchi dell’Acea continuano, ma le situazioni sono al momento quasi sempre recuperate. Tuttavia, sono numerosi i casi di persone che hanno preso la residenza nei luoghi occupati prima dell’approvazione della controversa legge e rischiano oggi di perderla perché nel frattempo hanno subito uno sgombero. E, pur vivendo in occupazione, risultano essere senza fissa dimora. La pena sociale a cui condanna l’articolo 5 criticato dai movimenti per il diritto all’abitare si aggiunge a quella stabilita dalla legge sul reddito di cittadinanza che nei fatti esclude chi non ha un tetto formalmente riconosciuto. La povertà e l’esclusione sociale sono il risultato di una costruzione giuridica, oltre che di decisioni politiche e di una realtà economica drammatica.

Contro questa esclusione i movimenti per il diritto all’abitare hanno organizzato uno sportello nell’occupazione di via Tiburtina 1099 che si aggiunge a un altro in via Casanate 2/A a Primavalle. Uno degli obiettivi della campagna “Vogliamo tutto” organizzata da sindacati di base, movimenti dei disoccupati, realtà di base a Catania, Cosenza, Palermo, Roma, Perugia, Messina è il censimento delle domande rigettate, il superamento delle difficoltà burocratiche e l’allargamento della platea dei beneficiari del “reddito” oltre i parametri della residenza e dell’Isee. Molto spesso, infatti, chi è povero, ma lavora precariamente, è escluso dal beneficio anche per poche centinaia di euro.

La riduzione di un miliardo di euro dell’investimento inizialmente stabilito per il “reddito” (7 miliardi per quest’anno), autoimposto dal governo per rispettare le norme sul rapporto tra deficit e Pil, indica l’intenzione di limitare l’enorme platea potenziale dei poveri assoluti e di quelli relativi a un numero pur sempre cospicuo. Attualmente sono oltre 2 milioni le persone beneficiarie del sussidio. Tuttavia sono molte di più le persone che ne hanno bisogno, sia tra i poveri assoluti che tra i lavoratori poveri e precari. La nuova questione sociale è sterminata. Il “reddito”, per come è stato concepito, risponde male e molto parzialmente all’emergenza.

Centomila famiglie escluse

Quella di Paola è una delle storie dei 100 mila nuclei familiari, di cui 53 mila stranieri, che si sono visti sospendere o respingere la domanda per il “reddito”. Una famiglia su dieci che ha fatto richiesta. Presentate come “irregolari”, oggetti spesso di una campagna stampa tesa a stigmatizzare la loro condizioni di povertà, e il loro presunto “opportunismo”, molte di queste persone rientrano invece nei parametri e hanno pieno diritto a ricevere il reddito.

La più grande difficoltà che gli esclusi incontrano quando entrano in contatto con la burocrazia è quella di comprendere i messaggi che arrivano da un numero di cellulare sconosciuto. Tutti mi mostrano un testo asettico e lacunoso, non per questo meno angosciante di un’ingiunzione, in cui l’Inps avverte di andare su una certa pagina internet, recarsi in uno dei suoi uffici, oppure alle poste, accludendo un numero di matricola. E basta. Non è possibile rispondere. E’ inviato da un bot automatico. Questi messaggi possono andare persi. Senza considerare i casi di chi, più banalmente, non ha letto il messaggio o non lo ha capito. Così i beneficiari non si presentano alla convocazione, perdono il diritto al reddito o sono sospesi.

“Le sospensioni di cui siamo a conoscenza hanno motivi formali, più che di sostanza – sostengono le attiviste del movimento dei Blocchi Precari Metropolitani – Manca un’informazione adeguata e spesso non si comprende l’urgenza delle integrazioni richieste. È capitato che le informazioni sono arrivate da canali informali come le catene di messaggi su WhatsApp. In molti altri casi i destinatari non sono pratici di Internet, non capiscono il linguaggio né sanno orientarsi tra i link. E se non parlano o non leggono l’italiano sono rovinati”.

Per Antonio (nome di fantasia), il percorso è andato come previsto. La domanda ha seguito la trafila programmata. Antonio ha seguito le indicazioni contenute nel messaggio ricevuto sul suo telefono (non uno smartphone), poi ha risposto alla convocazione del centro per l’Impiego di Cinecittà, ha firmato il “patto” per la disponibilità al lavoro e ha avuto un colloquio con una donna che si è presentata nelle vesti di “navigator”. Gli è stato detto che avrebbe ricevuto una mail. Era fine settembre. Aspetta da due mesi.

Alicia (nome di fantasia) è emigrata a Roma dal Sudamerica 29 anni fa. Vive anche lei in un’occupazione con un figlio disoccupato di 21 anni. Ha dovuto aspettare sei mesi, dice, prima di superare tutti gli ostacoli, e i successivi silenzi della burocrazia. Due giorni fa ha ricevuto un sms che le ha ingiunto a recarsi a un ufficio delle poste per ritirare la “card” del reddito. Alla mia domanda se sia oggi disposta ad accettare un lavoro ha risposto senza esitazioni: “Certo, se me lo offrono mi metto in fila davanti agli uffici anche alle sei del mattino. Vorrei solo che ci fosse un lavoro. Di questi tempi è dura”.

Alla mia domanda se sia disposta ad accettare le offerte di lavoro anche fuori dalla Capitale, e persino lontano dal Lazio – lo prevede la legge nel caso in cui il suo “profilo” non trovi immediatamente un interesse da parte delle aziende che dovrebbero offrirle un lavoro – Alicia è rimasta interdetta. Antonio è allora intervenuto nella nostra conversazione e le ha spiegato nel dettaglio le condizioni che i beneficiari del “reddito” accettano quando lo percepiscono. Alicia ci ha guardati con uno sguardo doppiamente interdetto. “Dipende” ha detto.

In attesa dei dati provenienti dal censimento in corso nelle occupazioni romane, si può dire che il sussidio medio è all’incirca 480 euro. Sono diversi i casi in cui i membri dei nuclei familiari hanno percepito anche più di mille euro. Successivamente, a causa di un’analisi della situazione patrimoniale, l’importo è stato sospeso in attesa di verifiche e, in alcuni casi di famiglie separate, o allargate, è stato drasticamente ridimensionato. Anche in questi casi abbondano racconti di interminabili via crucis tra patronati, sedi dell’Inps alla ricerca dell’interpretazione migliore di messaggi enigmatici o di decisioni incomprensibili.

La corsa ad ostacoli al reddito per gli stranieri

Barriere burocratiche e tecnologiche, sbarramenti linguistici e patrimoniali. E poi c’è l’esclusione dei cittadini extracomunitari residenti in Italia da meno di 10 anni, di cui gli ultimi due in maniera continuativa. Una discriminazione prodotta dalla xenofobia che animava il governo “gialloverde” Conte Uno che non sembra essere stata ancora messa in discussione dal suo successore “giallorosso” Conte Due, sebbene lo stesso presidente del Consiglio abbia annunciato la nascita di un nuovo “umanesimo” nel giorno del discorso alle Camere.

Questa esclusione è sentita anche nelle occupazioni che, insieme a molti italiani poveri, raccolgono cittadini stranieri nelle stesse condizioni. Molti di loro sono residenti in Italia da molti anni, anche più dei dieci indicati dalla legge. Hanno figli e nipoti, cresciuti in Italia, sono sposati, divorziati, conviventi e single. E vivono in povertà. In alcuni casi hanno ricevuto un reddito. In molti casi non hanno nemmeno presentato la domanda perché sanno di essere esclusi.

Subito dopo l’approvazione della legge gli avvocati dell’Asgi hanno denunciato l’incostituzionalità e l’illegittimità dei requisiti che colpiscono una parte importante dei tre milioni e 700 mila cittadini extracomunitari residenti in Italia. Tra questi i più vulnerabili sono: i rifugiati e i titolari di protezione sussidiaria. Per loro l’Inps ha disposto un modulo di richiesta ma non essendo previsti erroneamente nel decreto sono stati diversi i casi di difficoltà nella presentazione della domanda. Ugualmente illegittima è stata l’esclusione degli stranieri titolari del permesso unico di lavoro.

A tutte queste difficoltà se ne è aggiunta un’altra: l’obbligo per i pochi tra gli stranieri aventi diritto al “reddito” di recuperare la documentazione sui redditi provenienti dai loro paesi. Le domande sono state sospese dall’Inps per otto mesi in mancanza di un decreto ministeriale che doveva stabilire l’elenco degli stati dov’è “oggettivamente impossibile” procurarsi i documenti.

Ieri il decreto è finalmente arrivato dal ministero del lavoro che ha collaborato con quello degli Esteri. Invece di redigere un elenco dei Paesi esenti, il decreto indica gli Stati i cui cittadini dovranno produrre la certificazione. Il totale dei possibili beneficiari va calcolato a partire da un totale di circa 61.200 persone. Si va dai sette del Qatar ai 40 mila del Kossovo. Ovviamente solo una parte di questi è nelle condizioni economiche per accedere al reddito.

Siamo all’inizio

Siamo solo all’inizio di un processo destinato a cambiare il governo dei poveri e dei lavoratori poveri attraverso ciò che impropriamente è stato definito “reddito di cittadinanza”. Se per alcuni l’accesso al sussidio è stato una corsa ad ostacoli, un altro percorso accidentato inizierà per chi – probabilmente più del 30% degli oltre 2 milioni di beneficiari attuali, è la stima – sarà chiamato obbligatoriamente a lavorare fino a 16 ore a settimana per lavori di pubblica utilità, a partecipare a corsi di formazione e infine accettare un’offerta di lavoro su tre. Se non nella città di residenza, anche fuori, fino a raggiungere tutto il territorio nazionale. In questo caso è prevista una magra integrazione fino a tre mesi del reddito derivante dal contratto di lavoro, anche part-time. E’ possibile che non basti per sostenere un affitto e le spese in un’altra città.

Per fare funzionare il sistema immaginato ci vorranno anni. Sarà necessaria una riforma dei centri per l’impiego, oltre che la nascita di una piattaforma digitale che incrocerà domanda e offerta di lavori che potrebbe vedere la nascita a giugno dell’anno prossimo ha detto il presidente dell’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro (Anpal) Mimmo Parisi. Nel frattempo un numero cospicuo di poveri godrà di un sussidio insperato per 18 mesi, prorogabile per altrettanti. Non è poco, considerata la situazione disperata in cui si trova questo paese.

Ma è quello che aspetta queste persone che dovrebbe preoccupare: mobilità obbligatoria in assenza di tutele e garanzie sostanziali e universalistiche. Se per molti il semplice accesso a un sussidio a cui hanno diritto è un’epopea, non è escluso che possa diventare un incubo rispondere a un’autorità che obbliga a svolgere un lavoro qualsiasi anche a centinaia di chilometri da casa. Occupata e non.

Tratto da Il Manifesto edizione del 30 novembre 2019

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