Reddito di cittadinanza e contropotere


Andrea Fumagalli

L’avvenuta confusione tra i tempi di lavoro e di non-lavoro giustifica e rende necessaria l’introduzione di un reddito di cittadinanza. Esso è la sola possibile forma di remunerazione di una cooperazione sociale che eccede ormai il processo lavorativo in senso stretto. La distinzione tra lavoro e non lavoro, tra tempo retribuito e non retribuito si è fatta ormai mutevole e arbitraria, soggetta e decisione politica. Con l’introduzione del reddito di cittadinanza potrebbe avviarsi un processo di radicale trasformazione sociale, di liberazione dal lavoro, di consolidamento di contropoteri materiali e culturali.


Siamo tutto fuorchè inattivi, talmente attivi che non abbiamo il tempo per lavorare”
(da Infoxoa)

 

Che cosa è il reddito di cittadinanza

1.      Per reddito di cittadinanza si intende l’erogazione di una somma monetaria a scadenze regolari e perpetua in grado di garantire una vita dignitosa, indipendentemente dalla prestazione lavorativa effettuata. Tale erogazione deve avere due caratteristiche fondanti: deve essere universale e incondizionata, deve cioè entrare nel novero dei diritti umani. In altri termini, il reddito di cittadinanza va dato a tutti gli esseri umani in forma non discriminatoria (di sesso, razza, di religione, di reddito) [1]. E’ sufficiente, per averne diritto, il solo fatto di “esistere” [2]. Non è sottoposto ad alcuna forma di vincolo o condizione (ovvero, non obbliga ad assumere particolari impegni e/o comportamenti). I due attributi  – universale e incondizionato – sgombrano il tavolo da molti equivoci.

2.      Le proposte di tipo distributivo che fanno riferimento o alla condizione professionale [3] o che sono vincolate all’obbligo di assumere degli impegni di tipo contrattuale, anche se sganciati dalla prestazione lavorativa [4], sono discriminanti e non conformi allo status di “diritto inalienabile individuale”.  Non è così per il reddito di cittadinanza.

Perché il reddito di cittadinanza

3.      Il tempo sociale esce dai cardini allorché non c’è più nulla che distingue il lavoro dal resto dell’attività umana. Ciò avviene quando il lavoro (capitalisticamente produttivo, cioè produttore di valore di scambio anche quando si riferisce a beni relazionali e immateriali codificabili) cessa di costituire una prassi sociale separata, all’interno della quale vigono criteri e procedure peculiari, del tutto diversi e separati dalle procedure che regolano il tempo del non-lavoro.

4.      Tale passaggio è reso possibile, nella pratica quotidiana, dalla diffusione di tecnologie di linguaggio che si affiancano e in parte sostituiscono le tecnologie tayloristiche meccaniche. Essendo la comunicazione fattore di identità (e definizione) individuale, nel momento stesso in cui essa viene codificata (e quindi resa trasmettibile, diventa generale ciò che è individuale), la singola individualità (con il suo carico di esperienza sociale) diviene potenziale elemento costitutivo del processo di produzione di ricchezza (plus-valore), al di là della sua effettiva prestazione lavorativa.

5.      Lavoro e non-lavoro sviluppano un’identica produttività, basata sull’esercizio di generiche facoltà umane: linguaggio, memoria, socialità, inclinazione etiche ed estetiche, capacità di astrazione e di apprendimento.

6.      Laddove il processo produttivo è caratterizzato sempre più da elementi immateriali legati alla capacità cerebrale e cognitiva (soprattutto nel terziario per le imprese e nei settori ad alta tecnologia con forti processi di apprendimento, il nuovo tipo di economie di scala postfordiste), non v’è alcuna differenza sostanziale tra occupazione e disoccupazione, esiste solo il lavoro intermittente, più o meno precarizzato o specializzato. Si potrebbe sostenere, in modo provocatorio, che la disoccupazione è lavoro non remunerato e che il lavoro è a sua volta disoccupazione remunerata. Si può sostenere, con buone ragioni, sia che non si smette mai di lavorare (il tempo di lavoro si allunga) quanto che si lavora sempre meno o che il lavoro necessario mediamente si riduce.

7.      L’antica distinzione tra “lavoro” e “non lavoro” si risolve in quella tra “vita retribuita” e “vita non retribuita”. Il confine tra l’una e l’altra è arbitrario, mutevole, soggetto a decisione politica.

8.      Tali mutamenti nel e del lavoro non portano ad una ridefinizione della struttura gerarchica tra capitale e lavoro. E’ semplicemente l’ennesima metamorfosi del rapporto di sfruttamento che vi è insito. La storia ci insegna che ogni metamorfosi del rapporto capitale-lavoro che non ne modifichi l’essenza porta ad un aumento del grado di sfruttamento stesso. Il passaggio dalla produzione artigianale alla produzione standardizzata fordista è stato caratterizzato da un’estensione quantitativa del grado di sfruttamento in presenza di una tendenziale produzione infinita. Oggi siamo di fronte ad un’estensione di tipo qualitativo, in presenza di tassi di crescita più contenuti se non nulli,  nella quale non solo le braccia ma anche le teste sono messe al servizio del capitale.

9.      La cooperazione produttiva cui la forza-lavoro partecipa (più per costrizione che per scelta, sotto le forche caudine del ricatto del bisogno) è quindi sempre più ampia e più ricca di quella messa in campo dal semplice processo lavorativo. Comprende anche il non-lavoro (esemplificato al massimo dai tempi della formazione). La forza-lavoro valorizza il capitale soltanto perché non perde mai le sue qualità di non-lavoro. Se è vero che la cooperazione sociale precede ed eccede il processo lavorativo semplice, il lavoro post-fordista è sempre, anche, lavoro “sommerso”, che non deve essere inteso, in modo riduttivo, solo come impiego non contrattualizzato o atipico, ma in primo luogo è tempo di lavoro (di vita) non retribuito, che non viene computato come forza produttiva.

10.  Si può definire tempo di produzione l’unità indissolubile di vita retribuita e vita non retribuita, lavoro e non-lavoro, cooperazione sociale emersa e sommersa.

11.  Il plusvalore oggi scaturisce dalla quantità di tempo di produzione che non viene retribuito e si traduce in guadagni di produttività ad esclusivo appannaggio dell’impresa (profitto) e della proprietà (rendita).

12.  La politica, oggi, è governo di questo tempo sociale uscito dai cardini. Ed una pratica politica all’altezza di una tradizione di civiltà e di democrazia deve rendere del tutto visibile, nella sua intera estensione, il tempo di produzione, facendo di esso l’unico criterio legittimo per la distribuzione della ricchezza.

13.  Il reddito di cittadinanza, universale e incondizionato, è l’unica forma di retribuzione dell’effettivo tempo di produzione. E’ la retribuzione della cooperazione sociale che precede ed eccede il processo lavorativo. Non è quindi salario in senso stretto, se per salario intendiamo la remunerazione del solo processo lavorativo.

14.  Il diritto al salario come esito del diritto al lavoro deve lasciare spazio al diritto al reddito tout-court, come diritto inalienabile del genere umano se inserito nel contesto produttivo attuale (post-fordista). L’unica contropartita è il solo fatto di esistere, perché il solo fatto di esistere è già fattore produttivo.

15.  Il reddito di cittadinanza, lungi dall’essere una proposta utopistica, è una misura di intervento economico adeguata alla realtà sociale dell’accumulazione flessibile e quindi più realistica oggi di quanto non lo fosse nel periodo fordista. È una misura di politica economica riformista radicale e non di modificazione strutturale dell’organizzazione capitalistica, intervenendo sul lato della distribuzione del reddito e non sul lato del conflitto capitale-lavoro. Inoltre, è una proposta di politica economica parziale, non esaustiva e non in contraddizione con altre proposte di riformismo radicale (quali riduzione dell’orario di lavoro, sviluppo dell’autorganizzazione sociale, attivazione di lavori concreti, ecc. ).

16.  Il reddito di cittadinanza non è sostitutivo allo stato sociale, ma ne è complementare. Esso crea le premesse per il suo stesso finanziamento, a patto che si verifichi una riforma fiscale fondata da un lato sullo spostamento dalla tassazione indiretta dei consumi a una tassazione diretta dei redditi derivanti dal profitto e dalla rendita finanziaria e immobiliare (mentre oggi si incide di più sui redditi da lavoro), dall’altro sull’imposizione a livello europeo di una tassa tipo “Tobin Tax” sulle transazioni finanziarie internazionali di tipo speculativo. L’incremento dei consumi conseguente all’introduzione del reddito di cittadinanza dovrebbe inoltre favorire, con un effetto moltiplicativo, un maggior gettito fiscale in grado di finanziare, almeno in parte, il reddito di cittadinanza stesso.

17.  Se il reddito di cittadinanza viene introdotto, anche in forma graduale, tramite una variazione della distribuzione del reddito e non tramite creazione di moneta ex novo, gli effetti inflazionistici sono assai limitati e da considerare positivi in una congiuntura economica in cui prevale una tendenza deflazionistica che finisce per minare lo stato di fiducia dell’attività di investimento.

Il reddito di cittadinanza come strumento di  contropotere

18.  Il reddito di cittadinanza è una misura di riformismo radicale, strumento potenziale di sovversione sociale ed economica. Esso è infatti strumento di contropotere, nel senso che favorisce lo sviluppo di un contropotere che potrebbe essere in grado di avviare un processo di trasformazione sociale che porti al superamento dei rapporti socio-economici del capitalismo. E’ condizione necessaria, ma non sufficiente, per pensare una rivoluzione.

19.  La natura dell’uomo è orientata più all’attività che alla “pigrizia”, “vizio” che è assunto agli onori delle cronache in concomitanza con lo sviluppo dell’etica protestante del lavoro. Se l’uomo viene “liberato” dal lavoro (in primis quello più pesante e alienante), ciò non significa che si dedicherà esclusivamente al “dolce far niente”. Il significato della parola lavoro – così come viene normalmente accettato nel mondo occidentale – è spesso sinonimo di fatica. Senza dilungarsi eccessivamente su queste tematiche [5], in quasi tutte le lingue occidentali la parola “lavoro” è semanticamente sinonimo di “dolore” o “fatica” (nelle lingue neolatine, deriva dal sostantivo “travaglio”, che indica o il dolore del parto o uno strumento di tortura, o dal latino labor, che significa fatica.) ma l’attività lavorativa può essere indicata anche da una seconda parola, “opera” o “messa in opera”, che definisce la prestazione liberamente svolta dalla mente umana (uomo o donna che sia) utilizzando l’ingegno e la volontà: locuzione che oggi, nel linguaggio corrente, viene utilizzata per indicare l’attività artistica (non a caso un’attività slegata dalla necessità di produrre valore di scambio e quindi non immediatamente produttiva, nel senso capitalistico del termine [6]). Ciò che il reddito di cittadinanza può favorire è la riduzione del concetto di lavoro come fatica, non in generale della capacità lavorativa, di “prestatore d’opera” dell’uomo, aumentando in tal modo il grado di autonomia e la libertà di scelta degli individui. Anzi, con la diminuzione del lavoro pesante e alienato, l’uomo avrebbe più risorse e più tempo per dedicarsi alla costruzione di “opere” e magari per organizzare in modo più libertario la produzione di ciò che gli è utile. Il “diritto all’otium” [7] non significa infatti assenza di attività, ma piuttosto la scomparsa della costrizione al lavoro e al sudore a vantaggio della liberazione della mente e della creatività umana. Da questo punto di vista, la parola d’ordine del reddito di cittadinanza è strumento di contropotere alla disciplina del lavoro e alla gerarchia sociale che ne viene generata. Infatti, se ci si muove lungo un processo di liberazione non del lavoro ma dal lavoro (nel senso capitalistico del termine), viene meno uno degli strumenti disciplinari di controllo sociale in mano agli attuali assetti di potere.

20.  Nella realtà produttiva del capitalismo, la disponibilità di moneta, vale a dire l’accesso illimitato al credito,  è riservata a chi, detenendo privatamente i mezzi di produzione, può in modo autonomo e unilaterale (nel prezzo, nelle quantità e nelle tecniche) organizzare la produzione. La possibilità di disporre di moneta e di credito segna, in tal modo, il discrimine economico (ma con tutte le implicazioni sociali che ne derivano) tra chi detiene i mezzi di produzione (gli imprenditori) e chi solo la propria forza-lavoro (i lavoratori). Da un altro punto di vista – complementare – si potrebbe osservare che la moneta capitalistica è moneta-segno, cioè moneta virtuale, perché il rapporto di debito e credito che comanda è scambio non solvibile (immateriale), non mediato da una merce  e quindi non assimilabile allo scambio mercantile; il rapporto di debito-credito ha come oggetto il tempo (il ponte tra presente e futuro, nelle parole di Keynes) ed una promessa di restituzione (da cui ha origine il tasso d’interesse, che, infatti, varia in funzione della rischiosità e della durata del prestito). Da qui deriva il ruolo discriminante della moneta, il cui accesso è selezionato sulla base, capitalisticamente determinata, della funzione economica svolta, riducibile, direttamente o indirettamente, al fatto se si ha la proprietà dei mezzi di produzione (garanzia) oppure no.

21.  Ne consegue che la sostanza del potere capitalistico della moneta sta nella suo essere fonte di discrimine tra capitale e lavoro, quindi nella sua funzione sociale di divisione in classi [8]. Alla luce di queste considerazioni, diventa necessario slegare la disponibilità di moneta, cioè reddito, dalla disponibilità di lavoro. Separare reddito da lavoro significa, da questo punto di vista, disinnescare uno degli elementi portanti del potere della moneta: essere aprioristicamente disponibile solo per chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione, cioè per gli imprenditori. Ciò ovviamente non modifica le modalità del rapporto capitale-lavoro, in quanto non viene intaccato il potere degli imprenditori di gestire in modo unilaterale l’attività produttiva e la tecnologia, ma favorisce quel processo di liberazione degli individui dalla schiavitù del lavoro e dal ricatto del bisogno. Il reddito di cittadinanza è, pertanto, strumento di contropotere monetario.

22.  La battaglia per il reddito di cittadinanza è nello stesso tempo una battaglia politica per la riappropriazione dei propri bisogni e una battaglia culturale per la riappropriazione dell’uso dei propri saperi.

23.  Il processo di formazione dei saperi sul piano culturale e dell’autocoscienza è qualcosa di differente dai processi di formazione delle competenze tecniche e della formazione professionale. Entrambi sono dipendenti dalle gerarchie economiche esistenti (come scriveva Marx, “la cultura dominante è la cultura delle classi dominanti”), ma diverso il loro peso relativo a seconda del paradigma economico esistente.

24.  Nel modello fordista, la separazione tra fase della progettazione e fase della produzione si riversava nella separazione gerarchica tra attività intellettuale (dotata di saperi e competenze) e attività manuale. Sapere e formazione erano sinonimi, non solo perché elementi che determinavano lo stesso livello “culturale” ma soprattutto perché ad appannaggio esclusivo di poche elites, posizionate nelle fasi cruciali di controllo del comando produttivo e formativo (fabbrica, scuola e università). Negli anni sessanta la conflittualità sociale si manifesta anche come diritto al sapere (strumento di conoscenza e di coscienza) e diritto di accedere ai centri istituzionali di formazione.

25.  Nel paradigma postfordista dell’accumulazione flessibile, si modifica strutturalmente il rapporto tra fase della progettazione e fase dell’esecuzione, comportando, di conseguenza, una ridefinizione dell’attività manuale e di quella intellettuale.

26.  Per quanto riguarda il lavoro manuale, uno degli effetti dell'”automazione flessibile” è stata quella di rompere la ripetitività dell’azione lavorativa tipica della tradizionale linea di montaggio meccanica tramite l’inglobazione in un solo momento operativo di più funzioni e mansioni. La possibilità di comunicare (con il linguaggio dell’informatica) tra macchine operatrici diverse consente, infatti, di poter svolgere in quasi simultaneità operazioni che fino a poco tempo fa venivano svolte sequenzialmente: in particolare, all’attività di esecuzione vera e propria, oggi ad appannaggio esclusivo della macchina (con notevole riduzione della fatica fisica), si sommano operazioni di controllo-qualità, di adeguamento computerizzato della macchina al pezzo in linea, che variando costantemente, necessitano di una continua riprogettazione della macchina operatrice. Il mix di attività manuale, di controllo e di intervento di progettazione necessariamente comporta la detenzione di competenze specifiche, vale a dire di conoscenze relative alla tecnologia utilizzata. Diventa imprescindibile un processo di formazione specializzata, permanente e continua, tanto veloce quanto è veloce la dinamica tecnologica. L’asservimento alla macchina passa oggi non solo tramite le braccia ma anche tramite il cervello. In questo contesto, lo sviluppo di formazione professionale non necessita di una preparazione culturale autonoma. Il sapere individuale si scinde sempre più dalla necessità di possedere competenze specifiche.

27.  Dal lato del lavoro intellettuale, l’impatto delle tecnologie informatiche è stato ancora più forte. La distinzione principale tra attività manuale, soggetta ad uno sforzo fisico oppure ad una ripetitività dell’agire lavorativo, e attività intellettuale, basata sull’agire del cervello e su valutazioni per definizioni individuali e differenziate, stava essenzialmente nell’impossibilità di misurare e  di valorizzare in termini di unità di prodotto e/o di tempo (produttività del lavoro) quest’ultimo, in quanto l’esito dell’attività lavorativa dipendeva dal grado di istruzione, dal livello culturale e dall’esperienza individuale. L’introduzione delle tecnologie di linguaggio consente di poter controllare oggi in termini numerici la prestazione intellettuale. Se un tempo un’attività intellettuale era valutata in quanto tale, a prestazione ultimata, la codificazione dei linguaggi e della loro formulazione, da un lato, e la standardizzazione dei processi di produzione immateriale in procedure prestabilite e informatizzate, dall’altro, permettono la misurazione della prestazione intellettiva passo dopo passo, in ogni momento. Ad esempio, oggi l’attività di scrittura e di programmazione viene remunerata sempre più sulla base del numero dei caratteri prodotti e non del livello qualitativo oppure seguendo procedure standard di presentazione dei risultati a intervalli regolari che ne consentano la misurazione in termini di unità di tempo. Nuove misure del lavoro sono stare introdotte sulla base della logica di contabilizzazione dei costi (uomini-ore, battute per pagina, ecc.), come se si trattasse di una lavorazione in serie o a cottimo. La standardizzazione delle procedure comunicative tramite l’utilizzo dei sistemi informatici ha così comportato negli anni più recenti una sorta di taylorizzazione della prestazione intellettuale. Ovviamente, questo discorso non può essere esteso a tutte le attività intellettuali: esso é maggiormente presente laddove il grado di competenza e di sapere è più diffuso e codificabile, ovvero dove il grado di specializzazione “relativa” del sapere  (vale a dire quel “sapere”, che non è codificabile ed è ad appannaggio di pochi, in maniera quasi esclusiva) è minore. Generalmente, tuttavia, si assiste ad uno svuotamento sostanziale dell’attività intellettuale a favore di una sua meccanizzazione che ne svuota il contenuto, svilendone non solo il risultato ma anche la ragion d’essere. Anche per il lavoro intellettuale, quindi, la “cultura” conta sempre meno a vantaggio della necessità di formazione specifica.

28.  Indipendentemente dalla prestazione lavorativa (se manuale, materiale, intellettiva o immateriale), la necessità della formazione professionale, meglio se continua e permanente, diventa sempre più imprescindibile per poter essere avviati all’interno del mercato del lavoro o avere nuove opportunità di lavoro. Ma sempre più si tratta di una formazione professionale asservita alle necessità della produzione, che implica una subordinazione culturale sempre più elevata [9]. E ciò non deve meravigliare. Se anche “il cervello” viene messo al lavoro, e diventa strumentale ai meccanismi di produzione e spesso il mezzo di produzione per eccellenza, è necessario che sia il più condizionabile possibile: in altre parole, dotato di competenze specifiche ma non di autoconsapevolezza e autonomia culturale.

29.  Da questo punto di vista, il reddito di cittadinanza, favorendo la liberazione dal lavoro e diminuendo il grado di ricattabilità dal bisogno, è anche strumento di contropotere culturale.

NOTE:
[1] Al fine di essere il più possibile espliciti, è necessario precisare che anche la famiglia Agnelli dovrebbe godere del reddito di cittadinanza. Occorre ricordare che per l’attuale legge italiane sono persone giuridiche gli individui che hanno più di 18 anni.
[2] Reddito di cittadinanza e reddito di esistenza vengono considerati due espressioni sinonime, anche se nella realtà dei fatti la condizione di “esistere” non implica la “cittadinanza”. Tale semplificazione deriva dal fatto che non si vuole qui discutere il concetto di cittadinanza, per la complessità di tale problematica, di cui siamo altrettanto consci.
[3] Come ad esempio il minimo vitale della proposta Onofri, applicato in Italia, in forma di progetto pilota, ad alcune famiglie di alcuni comuni italiani dal vecchio governo Prodi
[4] Come nel caso del reddito minimo di inserimento francese.
[5] Al riguardo, si rimanda alle pagine introduttive dell’ultimo saggio di A.Gorz, Misères du prèsent, richesse du possible. Ma si veda anche A.Foti, Cronocrazie.
[6] Sulla questione della definizione dell’attività artistica e del suo rapporto con il valore di scambio/d’uso, non si può non far riferimento allo splendido saggio di P.Virno: Virtuosismo e rivoluzione, edito senza note sulla rivista Luogo Comune, n. 4, maggio 1993 e ripubblicato in P.Virno, Mondanità, Manifesto Libri, Roma, 1994.
[7] Il riferimento immediato è al genero di Marx, P.Lafargue, Il diritto all’ozio, 1887
[8] Su questa tematica, si veda K.Marx, Lineamenti di critica all’economia politica (Grundrisse), in particolare quaderno 2.
[9] Per una analisi ed un approfondimento sul rapporto tra cultura e formazione, si rimanda al saggio di R. Alquati, Cultura, formazione e ricerca. Industrializzazione di produzione immateriale, Velleità Alternative, Torino, 1994.

Tratto da Infoxoa n°10 Roma, 1999