Reddito di base incondizionato: utopia o rivoluzione? Intervista con Michele Gianella


 Lucia Conti
Reddito di base incondizionato, erogato a tutti e senza che chi lo riceve abbia obblighi o vincoli: un tema che polarizza le opinioni e innesca un dibattito che spesso diventa acceso, mescolando fatti, deduzioni e reazioni emotive dovute soprattutto al portato simbolico della proposta. Ne abbiamo parlato con Michele Gianella, Coordinatore Nazionale per l’Iniziativa dei Cittadini Europei avente per oggetto l’”Avvio di Redditi di Base Incondizionati nell’Unione”. Qui la pagina ufficiale dell”iniziativa. Si ringrazia Bin Italia per la collaborazione.

Come nei referendum è necessario, perché l’Iniziativa sia efficace, raggiungere un quorum che per l’Italia è di 53.580 firme, con l’obiettivo di arrivare a circa il doppio. L’obiettivo di Michele, in questa intervista, è convincere la comunità italiana a Berlino a sostenere l’iniziativa presso amici e parenti in Italia. Possono infatti firmare i cittadini di qualunque Paese europeo, ovunque essi vivano nel mondo.

 

Reddito di base incondizionato: che si intende con questa espressione?

Detta in modo estremamente semplificato, è una erogazione monetaria destinata idealmente a tutti gli esseri umani. Una definizione più chiara, approvata dalla rete mondiale per il reddito di base (BIEN), lo definisce come: “Un reddito concesso incondizionatamente a tutti su base individuale, senza means test (controllo dei propri mezzi) o requisiti connessi al lavoro”.

Come si configura questo reddito, più nel dettaglio?

Deve avere 5 caratteristiche.
Intanto deve essere periodico, cioè versato a intervalli regolari (per esempio ogni mese) e non come un sussidio una tantum.
Deve essere in contanti, in modo da permettere a chi lo riceve di decidere come e in cosa spenderlo. Non deve quindi essere pagato in natura (in cibo o servizi) o in buoni dedicati a un uso specifico.
Deve essere individuale, e non per esempio destinato  al nucleo familiare.
Deve poi essere universale, cioè versato a tutti indistintamente.
Deve infine essere incondizionato, cioè versato senza l’obbligo di dimostrarne la necessità e senza alcuna contropartita, come ad esempio l’obbligo ad accettare un lavoro o dimostrare la volontà di lavorare.

Come suggerisce il filosofo belga Philippe Van Parijs: “Viene corrisposto in forza di un diritto incondizionato, e non è dunque collegato solo ai cosiddetti bisogni primari”.

A quanto ammonta la somma indicata nella vostra proposta?

Non vi è al momento una cifra specifica, perché la richiesta è “avviare redditi di base nei Paesi europei”, al plurale. Dunque la cifra sarà in relazione alle condizioni specifiche del Paese in cui sarà erogata.

È ovvio che 300 euro in Bulgaria esprimano un potere d’acquisto diverso dalla Finlandia. Tuttavia, se dovessimo tener conto delle indicazioni europee, come nelle risoluzioni sul ruolo del reddito minimo garantito, questa dovrebbe raggiungere almeno il 60% del reddito mediano di ogni Paese membro.

Come ritenete che una proposta di reddito di base universale possa applicarsi a diversi Stati europei, con diverse economie e diversi equilibri sociali?

Non è un’idea nuova, per le istituzioni europee: anche nei 20 Social Pillar, i pilastri dell’Europa sociale, firmati da tutti i Paesi EU, al punto 14 si legge che deve essere introdotto un “reddito minimo adeguato” e alcune risoluzioni europee indicano vie possibili, come quella che indica l’importo da introdurre nel 60% del reddito mediano nazionale. Quindi ci sono già, al momento, delle indicazioni europee che andranno tenute in considerazione.

Quali effetti positivi concreti produrrebbe il reddito di base incondizionato?

Sarebbe impossibile qui richiamare tutte le ricadute positive di un reddito di base. Ma le decine di progetti in corso in Europa e nel mondo forniscono risultati e dati empirici che mostrano l’innegabile impatto positivo sulle persone e sull’economia. Dall’impatto sulla scolarizzazione al contrasto alla povertà, dalla possibilità per le persone di cambiare lavoro ad una riduzione delle forme di disagio mentale, il reddito di base permette di avere un altro “tempo di vita”, garantisce la dignità della persona e permette quella libertà di scelta, di autoderminazione, che rende una società meno statica e più libera, perché in fondo elimina il “ricatto” che lo scambio della sopravvivenza col salario porta con sé.

Dunque sicuramente promuove la riduzione delle diseguaglianze sociali, il riscatto dalla povertà assoluta e dall’ansia alimentata dall’insicurezza economica. Una ritrovata sicurezza economica, poi, potrebbe sostenere la domanda interna e dunque il lavoro.

Quale visione politica ed economica riflette, la vostra proposta? In base a cosa si “giustifica” il reddito?

Un reddito di base diventa l’espressione materiale del riconoscimento, da parte della società, del valore delle attività umane anche oltre il lavoro formalmente inteso. Pensate a tutto il lavoro di cura svolto a beneficio dei nostri figli e parenti anziani, oppure le attività che le persone svolgono nel proprio territorio, attività culturali o di volontariato.

Se in una città delle dimensioni di Berlino ognuno curasse i parenti di qualcun altro, e ci pagassimo a vicenda, emergerebbe immediatamente un valore economico di milioni e milioni di euro. Un valore che c’è sempre stato, di cui abbiamo sempre goduto, e di cui però oggi non beneficia chi svolge quel lavoro. Anzi, spesso queste persone sono soggetti economicamente dipendenti dal partner e intrappolati in relazioni di abuso.

Ci sono altre attività economicamente valutabili che svolgiamo e che non vengono retribuite?

Per esempio non viene riconosciuto il valore prodotto dalle nostre attività in rete. Le aziende più ricche del mondo estraggono valore dall’accumulazione dei Big Data, che sono diventati il petrolio di questo inizio secolo.

Questi dati sono costantemente generati dai prosumers, produttori e consumatori allo stesso tempo: per capirci, tutti noi che siamo costantamente a produrre valore in rete, anche o soprattutto al di fuori del lavoro certificato come tale, senza avere nulla in cambio. E il mezzo di produzione (il PC, il mobile, il laptop etc.), ce lo siamo pure dovuti comprare. Non è un caso se molti venture capitalist della Silicon Valley oggi lo sostengono, perché sanno quale è l’impatto della tecnologia sulla vita delle persone e sanno anche che tutti questi Big Data stanno andando ad alimentare la nuova rivoluzione tecnologica, quella della robotica e dell’Intelligenza Artificiale.

Stai dicendo che in qualche modo il reddito potrebbe convenire anche ai tech giant?

Avere società con masse sterminate di poveri, che non possono consumare tecnologia perché disoccupati da Robot e Intelligenza Artificiale – e quindi privati di un reddito, per come è organizzata l’economia oggi – non conviene nemmeno a loro.

Su questo punto in particolare, ad esempio, il candidato Dem alle presidenziali USA del 2021, Andrew Yang, aveva proposto una tassazione sui Big Data delle compagnie tecnologiche per finanziare un “Freedom Dividend”, cioè un reddito di base destinato a tutti i cittadini adulti degli Stati Uniti, di circa 1000 euro al mese. Anche negli USA il tema è ormai nell’agenda politica e sociale ed è arrivato fino nel dibattito elettorale delle presidenziali. Una novità impensabile fino a qualche anno fa!

Ci sono altri benefici che la vostra proposta potrebbe produrre nella società? E in base a cosa lo sostenete?

Penso ad esempio agli effetti positivi sull’alimentazione. Nei diversi Paesi in cui è sperimentato, i dati mostrano come le persone abbiano migliorato le diete, contraendo meno malattie come il diabete, o in forma meno severa. Questo significa anche un costo minore, ad esempio, di costi di mantenimento della salute pubblica. Inoltre, molte delle persone che stanno partecipando a questi programmi sperimentali, dal Kenya al Canada, hanno affermato di spendere i soldi del reddito di base nell’acquisto di cibo prodotto dai contadini locali, nei negozi di quartiere etc., sostenendo un’economia di prossimità. Si capisce bene, dunque, come l’effetto sia moltiplicatore.

Avere un reddito non risolverà tutti i mali del pianeta, insomma, ma aiuta a superare le contraddizioni sempre più insostenibili della società attuale (dove l’accesso alle risorse è mediato dal denaro, il denaro si ottiene lavorando, e la rivoluzione tecnologica libera lavoro) ed entrare in un mondo nuovo.

Parliamo di sostenibilità della proposta in termini concreti. Come verrebbe finanziato il reddito? Quali risorse dovrebbe attivare lo Stato?

Potrebbe sembrare uno strumento costosissimo: in realtà, una delle più realistiche soluzioni di finanziamento consiste nella semplificazione di una lunga lista di trasferimenti già esistenti. L’economista Andrea Fumagalli dell’Università di Pavia ha dichiarato, già dieci anni fa, che “Il costo reale dell’introduzione di un reddito di base incondizionato di 600 euro mensili risulterebbe quindi pari a 20,7 miliardi, meno i 15,5 miliardi che già spendiamo, ovvero a un aumento di budget di 5,2 miliardi di euro”.
Dieci anni dopo, le cifre possono essere leggermente diverse, ma la conclusione resta: “Si tratta di una spesa del tutto abbordabile: il problema non è dunque di sostenibilità economica, ma di volontà politica”.

Inoltre, non si può fare un calcolo semplicistico, come dire: tot milioni di abitanti per tot euro del reddito di base. Non funziona solo così. Bisogna tenere in conto la “circolarità” del beneficio. In Canada è stato stimato, ad esempio, che avrebbe un enorme impatto sui costi della sanità, con un risparmio enorme per i conti pubblici. Inoltre, per essere molto chiari, dobbiamo smettere di pensare che un reddito di base abbia dei costi mentre la povertà non li abbia.

Lo storico olandese Rutger Bregman ha stimato che sollevare tutti i cittadini americani sopra la soglia di povertà costerebbe un quarto del budget federale militare annuale. Tenendo questo aspetto in considerazione, la domanda diventa: quanto pensiamo di risparmiare, mantenendo gli attuali livelli di povertà?

Sarà un caso se i Paesi con un welfare più organizzato e generoso sono più virtuosi e con una migliore qualità della vita, mentre quelli che non hanno forme di welfare sono i più disastrati, quelli da dove per lo più le persone fuggono? E non fuggono per scelta, ma per bisogno!

In Italia la vostra proposta ha incontrato pesanti resistenze, non così in Germania. Perché?

Di fronte alla sfida del reddito garantito, l’Italia ha espresso delle interessanti contraddizioni. Da un lato, infatti, meno della metà degli italiani è occupata, e i dati su crescita e produttività negli ultimi 20 anni sono sconfortanti. Dall’altro, la centralità del lavoro è stata addirittura messa in apertura della Costituzione, e consapevoli come siamo delle molte sacche di inefficienza nel mondo del lavoro, la garanzia di un reddito è stata a lungo percepita come un lasciapassare per gli scansafatiche.

Certo, sotto questa coltre di resistenza c’è una storia trentennale di importanti attivazioni sociali “dal basso”. Già dai primi anni Novanta, in particolare, i nuovi lavoratori precari avevano posto la rivendicazione di un reddito di base come uno dei principali diritti da introdurre nel Paese. Si trattava di definire, nell’epoca della flessibilità del lavoro, uno strumento che rafforzasse la capacità dei lavoratori di poter scegliere la flessibilità, agirla, e non solo subirla.

Nacquero enormi movimenti sociali, migliaia di persone si aggregarono intorno a questa proposta. Fu realizzato anche un appuntamento annuale europeo, l’Euro MayDay, in cui decine di migliaia di precari scesero in strada rivendicando diritti e reddito. E quando anni dopo il Movimento 5 Stelle fece la proposta del reddito di cittadinanza, riuscirono a raccogliere qualche milione di voti che li portarono al governo.
Tuttavia il dibattito si è limitato, fino a prima della pandemia, che purtroppo o per fortuna ha impresso un’accelerazione notevole, al tema del solo contrasto alla povertà estrema.

E in Germania?

In Germania, un dibattito pubblico e strutturato sul tema è in corso da molti anni. Per esempio, potete vantare un imprenditore miliardario come Gotz Werner che ha lanciato una provocazione sorprendente: Werner sostiene che obbligare le persone a lavorare per meritare un reddito sia un fraintendimento.

Le persone in realtà vogliono lavorare (nel senso di fare qualcosa di utile del proprio tempo e della propria vita) e il reddito deve essere un prerequisito per permetterlo loro. È l’idea stessa della libertà di scelta che dicevamo poco sopra. Si tratta di autodeterminare la propria vita, professionale e non. E il reddito di base è uno strumento che lo permette perché “libera” le persone dalla sola sopravvivenza.

Werner è il co-fondatore della famosissima catena DM. Un endorser non da poco…

E la Germania non si è certo limitata a Werner. L’imprenditore e attivista Michael Bohmeyer ha fondato la lotteria “Mein Grundeinkommen”, che attraverso la partecipazione diffusa di privati cittadini ed esercizi commerciali finanzia l’erogazione, ai vincitori, di un reddito di base per un anno. Lotteria che poi ha ispirato una sua versione continentale, intitolata “UBI4All”, associata al movimento europeo a sostegno di questa Iniziativa de Cittadini Europei, e che è appena riuscita a finanziare il primo reddito di base europeo.

Esiste poi un Istituto di Studi sul Reddito di Base a Freiburg (FRIBIS), mentre a Leipzig il Social Impact Lab ha sostenuto Palai, una criptovaluta che paga un reddito di base a chiunque apra un account.

E poi ci sono – come anche in Italia, a onor del vero – anche filosofi, economisti, giuslavoristi, ricercatori di numerose università e sostenitori di ogni sorta.
È uno dei motivi per cui ripongo molte speranze nell’attenzione della comunità italiana in Germania. Se qualcuno di voi, leggendo l’intervista, vorrà contribuire alla diffusione dell’iniziativa, ogni aiuto è prezioso.

Ci sono precedenti che possano ricordare la vostra proposta e fornire un’indicazione di massima sugli effetti positivi prodotti sulla società e sull’economia?

Sì e no. L’esempio classico che si cita in questi casi è il Permanent Dividend Fund dell’Alaska, che dal 1982 paga a tutti i suoi residenti un dividendo delle estrazioni petrolifere. Lo stesso è avvenuto in Mongolia, con il carbone, e in Iran. Ma sono esperimenti condizionati dalle ridotte dimensioni e dalle specificità territoriali: non tutti hanno petrolio o carbone, né dovrebbero estrarlo, con un clima fuori controllo. In un certo senso, quindi, non ci sono precedenti così geograficamente estesi.

D’altro canto, un rinnovato interesse per l’idea in tutto il mondo ha portato di recente a una pletora di esperimenti locali. Ad oggi vi sono decine di programmi sperimentali in tutti i continenti, come mostra questa mappa mondiale.

In Kenya sono state coinvolte di oltre 20mila persone per i prossimi 12 anni, con il coinvolgimento di alcune università statunitense che ne stanno studiano gli effetti. In India è stato sperimentato il reddito di base su circa 6.000 persone, col sostegno del sindacato delle donne SEWA e dell’UNICEF. In Corea del Sud è stato effettuato un esperimento attraverso una moneta locale, destinato a 170.000 giovani di 24 anni. In Brasile, circa un terzo della popolazione della città di Marica lo riceve, e da 13 anni esiste un esperimento nella cittadina di Quatinga Velho.

Negli Stati Uniti è nata la Mayors for Guaranteed Income, (Sindaci per un reddito garantito), che coinvolge circa 50 città comprese le grandi metropoli. Lo stesso Andrew Yang, già citato, si è recentemente candidato a sindaco di New York.

Ci muoviamo in ambito prevalentemente extraeuropeo, dunque…

Ma gli Europei non stanno a guardare: è stata sperimentata una formula simile in Finlandia, e un grande dibattito sta coinvolgendo la Scozia dove è la premier Nicola Sturgeon a sostenerlo con più forza.

Insomma, le sperimentazioni in corso in questo momento sono molte; e questo ha portato l’idea del reddito di base ad avere dati empirici, che rendono la proposta ancora più sensata anche perché smontano buona parte dei luoghi comuni sul reddito di base, primo tra tutti il fatto che le persone starebbero sedute sul divano senza far nulla. Quando l’erogazione è incondizionata, i risultati sin qui raccolti, tanto nel sud che nel nord del mondo, mostrano l’esatto opposto.

Cosa rispondete a chi ritiene ingiusto assicurare un reddito a chiunque, anche a chi non intende lavorare o assumersi alcun onere di cooperazione sociale?

Questa accusa avrebbe forse senso se il lavoro fosse l’unico modo di creare valore, e se ogni lavoro automaticamente lo creasse. Be’, non è assolutamente così. Abbiamo già parlato del valore creato, spesso gratuitamente, al di fuori del lavoro certificato: negli ultimi anni, poi, sta emergendo con sempre maggiore preoccupazione la questione dei bullshit jobs, lavori spesso anche ben pagati che non producono alcun valore. In economie avanzate, come il Regno Unito, fino al 37% degli occupati svolge un lavoro che loro stessi ritengono non dovrebbe esistere!

Ma ci sono molte altre argomentazioni possibili. La nostra qualità di vita è in gran parte frutto del lavoro dei nostri predecessori, che ha creato una ricchezza che ci siamo trovati alla nascita, e di cui oggi siamo tutti eredi collettivi.

Poi c’è la questione della riduzione del lavoro fisico a favore della robotica, che avanzerà e ci porterà ad affrontare il problema di persone che non avranno un lavoro, perciò non avranno un reddito, perciò non sosterranno i consumi, perciò non pagheranno le tasse derivanti dalla filiera dei consumi, che perciò non riusciranno a pagare i servizi. E così le strutture più profonde della nostra società, se non si interviene, inizieranno a scricchiolare.

Un tema attuale dai tempi del luddismo…

Per dare una stima delle dimensioni del fenomeno, il sociologo Domenico de Masi prevede per questo autunno l’arrivo di una tempesta perfetta dove la concomitanza di sei forze (disinnamoramento dei giovani verso l’imprenditoria, la fine del blocco dei licenziamenti, il progresso tecnologico, la delocalizzazione, gli effetti dello smart working e il recovery plan) potrebbe generare un’ondata di 15 milioni di poveri: un italiano su quattro! Magari molti di quei futuri poveri in questo istante lavorano, ma l’incertezza sul futuro ha comunque effetti deleteri su produttività e consumi.

Pensiamo poi al valore di mercato dei beni e servizi della nostra economia, che viene creato dalla nostra domanda. È a causa di quest’ultima, infatti, che mascherine, amuchina e in alcune nazioni carta igienica oggi costano moltissimo. Siamo noi a creare o distruggere il valore di scambio dei beni e servizi sul mercato, domandandoli o no, almeno quanto i manager profumatamente pagati delle aziende che li offrono.
Mettete insieme tutto questo, e capirete perché alcuni teorici (come il Basic Income Network Italia) argomentano che tutti noi meritiamo un reddito di base come remunerazione di un valore già creato.

E come garanzia di un diritto all’esistenza in un’organizzazione economica che ormai da tempo estrae valore da ogni istante della nostra vita.

Tratto da Il Mitte

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