Reddito di cittadinanza: è il rifiuto del lavoro che ci salverà!


Andrea Fumagalli

Premessa: queste osservazioni sono state sollecitate dalla lettura del contributo di Gianni Giovannelli, pubblicato su Effimera a inizio maggio 2019

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Secondo i dati del governo e dell’Inps, al 1 maggio 2019, sono 1.016.000 i cittadini che hanno presentato la richiesta del cosiddetto Reddito di Cittadinanza (RdC), tra quelle compilate on line, sul sito governativo dedicato, e quelle presentate alle Poste o ai Caf. Ricordiamo che il Governo ha previsto stanziamenti per un totale di 1.300.000 domande. Secondo le stime dei tecnici le domande accolte saranno attorno al 70%, quindi 700 mila (poco più della meta, dunque) il che prevedrebbe un esborso complessivo minore di circa due miliardi di euro rispetto a quanto stanziato dal Governo.

Nella conversione del decreto n. 4-2019 nella legge 26-2019, 28 marzo 2019, nuovi vincoli si sono aggiunti. E  ciò può spiegare al momento il minor numero di domande rispetto a quelle attese. Essi riguardano, in particolar modo, gli stranieri. Gli immigrati che vorranno accedere al RdC avranno ancora più ostacoli di quanto già previsto in sede di approvazione del Decreto-Legge. Costoro, infatti, dovranno certificare tramite la competente autorità dello Stato estero, il requisito reddituale e patrimoniale e la composizione del proprio nucleo familiare. La certificazione inoltre dovrà essere tradotta in lingua italiana e legalizzata dall’autorità consolare italiana (che ne attesta la conformità all’originale). Sono esclusi da questo adempimento esclusivamente i soggetti aventi lo status di rifugiato politico.

Inoltre, si è sancito che  il RdC non potrà essere erogato alle persone condannate in via definitiva; è prevista inoltre la revoca retroattiva, con obbligo di restituzione delle somme indebitamente percepite, nel caso di successiva condanna. Il RdC non potrà inoltre essere richiesto prima che siano passati dieci anni dalla espiazione della  condanna, una misura paradossale di natura punitiva, in contrasto con lo scopo di rieducazione che il carcere dovrebbe avere, secondo il dettame costituzionale (art. 27)

Infine, all’articolo 1, il comma 3 e’ sostituito dal seguente:

“Non ha diritto al Rdc il componente del nucleo familiare disoccupato a seguito di dimissioni volontarie, nei dodici mesi successivi alla data delle dimissioni, fatte salve le dimissioni per giusta causa”.

Tale nuovo vincolo è stato reso necessario dopo che, in modo inaspettato, nella commissione Lavoro del Senato, era stato approvato un emendamento (a prima firma Matrisciano , M5s)  che introduceva l’obbligo di accettare una qualunque offerta di lavoro (pena la decadenza del sussidio), se la sua retribuzione era come minimo pari a 780 euro (l’ammontare massimo del RdC) accresciuta del 10%, per un totale di 858 euro.

Apriti cielo!

Si è fatto immediatamente notare che un numero non piccolo di lavoratori e lavoratrici, inquadrati con contratti di lavoro stabile (non consideriamo il “nero”), già oggi prendono buste paga inferiori. L’Inps e l’Istat convergono nell’affermare che vi sono ben circa 4,2 milioni di persone che ricevono salari più bassi!

Ciò ha allarmato soprattutto le imprese e gli amanti dell’etica del lavoro (dalle associazioni padronali, al Sole 24ore, ai maggiori quotidiani nazionali) denunciando la pericolosità di un tale provvedimento che incentiverebbe l’uso del “divano” e non  la partecipazione al mercato del lavoro. Tale dibattito infatti si è incentrato sulla natura da “fannulloni” soprattutto dei giovani e non ha per nulla sfiorato invece il livello indegno dei salari italiani, tra i più bassi d’Europa. Si  è preferito guadare al dito, invece che alla luna!

Da qui le preoccupazioni di molte associazioni di categoria che intravedono la difficoltà, d’ora in poi, di reclutare personale con gli “stipendi” di prima.

Un esempio lampante è quello dell’apprendistato dove le retribuzioni sono assai basse. Ad esempio, un’apprendista parrucchiere al primo anno, in base ai trattamenti attuali, percepisce circa 825 euro per 40 ore settimanali. E lo stesso può dirsi a maggior ragione in caso di lavori stagionali, part-time, a chiamata, di lavori nell’artigianato, nel commercio o nella ristorazione.

Altre posizioni esposte al rischio “rifiuto” sono le attività agricole stagionali, dove per 180 giornate anno, si arriverebbe, col minimo contrattuale, a 505,05 euro al mese. Poi vanno considerati i part-time: un part-time al 50 per cento, col Ccnl alimentari-industria, di 5° livello, percepirebbe circa 807,41 euro per 20 ore a settimana e un commesso di negozio di 4 livello, nella stessa situazione, non più di 808,34 euro.

Nelle imprese di pulizie e dei servizi integrati si stima un 70 per cento di lavoratori part-time su una platea di 500mila addetti: dai pulitori ai portinai, dagli addetti mensa ai manutentori. Con queste retribuzioni, il percettore di reddito potrebbero essere tentato di dire no ai lavori in questione in caso di trattamento inferiore o equivalente a quello del sussidio. La stessa situazione potrebbe condizionare i Call center e portare conseguenze in attività come quelle delle colf o delle badanti.

L’emendamento  al comma 3 dell’articolo 1, prima ricordato, impedisce che ci possa essere un effetto sostituzione tra chi già lavora e si licenzia per accedere a un RdC maggiore ma non impedisce tuttavia di esercitare  da parte dei percettori inoccupati del RdC (fino ad un massimo di tre volte) il diritto al rifiuto del lavoro. Ed è proprio questo l’aspetto “sovversivo” che fa infuriare i benpensanti dell’etica lavorista che, come sappiamo, in Italia si distribuiscono trasversalmente tra i diversi schieramenti politici e sindacali.

Due sono le questioni che al riguardo è necessario evidenziare.

La prima, ovvia, è prendere atto del problema salariale che investe l’Italia oramai da un quarto di secolo, da quanto è stata abolita la scala mobile con gli accordi del 1992-93. Tale questione è collegata alla necessità, oramai, inderogabile di introdurre un salario minimo per coloro che non fanno riferimento ai contratti collettivi di lavori o hanno tipologie precarie di para-subordinazione e autonome etero-dirette. Tali realtà sono soprattutto presenti nei settori del terziario avanzato, nella logistica, nei servizi di welfare tramite il ricorso a cooperative o a forme di volontariato sussidiario.

La seconda questione è la seguente: si è più volte sostenuto su queste pagine come la forte condizionalità della misura porti ad annoverare il RdC targato 5s più come una misura di workfare che di autodeterminazione. Questo emendamento, così tanto contestato dal mainstream e dal conservatorismo capitalista, sembra invece andare in direzione opposta. Potrebbe in teoria incrementare il grado di rigidità dell’offerta di lavoro soprattutto per quelle occupazioni mal pagate, favorendo da questo punto di vista la necessità di incrementare i salari. Un risultato, quest’ultimo, che fa bene anche alla stessa economia italiana anche da un punto di vista capitalistico e per più di un motivo.

Il primo è l’effetto moltiplicatore sulla domanda interna (la cui stagnazione è tra le principali cause della scarsissima crescita del Pil) che si aggiungerebbe a quello – comunque ridotto – dello stesso RdC.

Il secondo motivo, insieme ad una maggior continuità di reddito, potrebbe consentire un miglior sfruttamento di quelle economie di apprendimento e di rete che sono oggi alla base della crescita della produttività sociale, variabile oggi nevralgica nella competizione globale e che in Italia è particolarmente penalizzata dall’esplosione della precarietà del lavoro e di vita: una precarietà esistenziale che incide negativamente sulla possibilità di aspirare, se sotto ricatto,  al “diritto alla scelta del lavoro” e quindi ad una maggiore efficienza della prestazione lavorativa stessa. Tuttavia, tale possibile effetto rischia di essere depotenziato dalla scarsità delle risorse e dal basso livello medio di erogazione  del RdC, che, secondo le parole del neo presidente Inps, Pasquale Tridico, si dovrebbe attestare in media sui 520 euro a famiglia (non a persona).

In conclusione, un maggior livello del reddito di base e l’eliminazione il più possibile  di ogni forma di condizionalità, utilizzando come fonte di finanziamento un aumento della progressività nel sistema fiscale (in direzione ostinata e contraria alla flat tax), potrebbe essere un insieme di strumenti, tra altri, per rilanciare  una politica economica più equa  e più efficace.

Il rifiuto del lavoro (mal pagato, in nero, sfruttato, ricattabile) è sempre foriero di innovazione, crescita e benessere. Ricordiamocelo!

Pubblicato anche su Effimera

 

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