Puglia: Il Reddito di dignità non è efficace


Franco Chiarello e Giacomo Pisani

L’analisi delle risorse (troppo scarse) destinate alla misura antipovertà in Puglia.

 

Dopo anni di assordante silenzio sul fronte della lotta alla povertà, da qualche mese l’Italia sembrerebbe voler recuperare il ritardo accumulato proponendosi di introdurre nel proprio sistema di protezione sociale una garanzia di reddito minimo a favore dei poveri. Su questo tema, però, la Puglia di Emiliano ha piantato già la sua bandiera: mentre il governo nazionale è ancora nella fase degli annunci del ministro Poletti. il 1° marzo scorso il Consiglio Regionale pugliese ha approvato a maggioranza il disegno di legge sul cosiddetto Reddito di Dignità (ReD).

Il ReD si propone di perseguire obiettivi universalistici, garantendo un sostegno a tutti coloro che si trovano in una situazione di povertà. Tuttavia, poiché le risorse messe in campo sono (molto) limitate, nei documenti di presentazione della legge l’universalismo diventa immediatamente «tendenziale» e «selettivo».

Il che significa che intanto (per quanto?) si partirà da coloro che si trovano in condizioni di povertà «assoluta», ossia le famiglie con una capacità di spesa mensile inferiore alla soglia minima necessaria per acquisire uno standard di vita minimamente accettabile. Su questa base, verrà assegnato un trasferimento economico, pari ad un massimo di 600 euro mensili per una famiglia di 5 componenti, a tutte le unità domestiche con risorse economiche inferiori alla soglia di 3 mila euro annui e in condizioni di particolare fragilità economica (famiglie numerose con figli minori, presenza di persone disabili, nuclei mono-genitoriali, disoccupati), i cui componenti siano disponibili a sottoscrivere un «patto di inclusione sociale attiva» con i servizi sociali locali.

Ma si può parlare di universalismo, ancorché tendenziale e selettivo, in presenza di stanziamenti la cui entità è largamente insufficiente a coprire la platea dei poveri assoluti? Oppure la presunta universalità del provvedimento è condannata a restare una mera dichiarazione di principio? Per rendere davvero universalistico il contrasto alla sola povertà assoluta occorrerebbe una somma non inferiore a 300 milioni di euro annui. Invece, la dotazione finanziaria del provvedimento regionale è di circa 70 milioni di euro all’anno. La scarsità delle risorse – presente e presumibilmente futura – pesa come un macigno sull’efficacia del provvedimento: con questo importo solo una quota minoritaria di tutte le famiglie in povertà assoluta (tra 15 e 20 mila famiglie su un totale di circa 100 mila e 45-50 mila persone su una platea potenziale di circa 250 mila) potranno usufruire del ReD.

Ciò significa che non solo vengono esclusi dal provvedimento i poveri, come dire, meno poveri (a partire dalle famiglie con risorse economiche appena al di sopra dei 3mila euro annui), ma si introdurranno anche disparità imbarazzanti all’interno della popolazione più povera. Tra i poveri assoluti alcuni saranno più meritevoli di altri, con possibili rischi di discrezionalità, con prevedibili effetti discriminanti, e con conseguenti conflitti all’interno della stessa popolazione povera per rientrare nella schiera dei meritevoli.

Una classica guerra tra poveri, insomma! Infatti, nei cinque anni previsti dal provvedimento è del tutto improbabile che tutti i poveri assoluti della Puglia possano godere del ReD: forse il loro numero aumenterà un po’ se ci saranno risorse aggiuntive, ma il ReD rimarrà comunque una misura parziale e minoritaria; più verosimilmente ci sarà una rotazione dei beneficiari, ma quelli che saranno di volta in volta esclusi non saranno certo contenti di esserlo.

Si dirà: meglio poche risorse che nessuna risorsa! Vero se la parzialità fosse solo iniziale, se ci si muovesse davvero verso l’universalismo di cui tanto si parla. Ma se questa direzione non appare plausibile, una misura come il ReD rischia di produrre una serie di effetti perversi che, anziché rafforzare la coesione sociale, minacciano seriamente di fiaccarla.

Ma c’è un altro aspetto poco convincente nell’impianto del ReD: quello legato al «patto di inclusione attiva». I criteri del «patto» sottoscritto dal beneficiario e dall’ambito territoriale di riferimento non sono minimamente definiti.

Cosa significa peraltro inclusione attiva? Pur nella sua vaghezza, si può anche dare per buona l’inclusione formativa (corsi professionali, tirocini di orientamento, percorsi di attivazione,..). Ma quella lavorativa appare allo stato una possibilità alquanto remota: l’elevato tasso di disoccupazione in Puglia (circa 20%) non dipende infatti dagli scostamenti tra domanda e offerta di lavoro, a cui il «patto di inclusione» potrebbe tentare di porre rimedio migliorando le condizioni di «occupabilità» dei poveri, ma in larghissima misura dall’insufficienza cronica di opportunità lavorative.

D’altra parte, non vi è alcun riferimento alla necessità di rendere coerenti le proposte di inclusione lavorativa (quand’anche vi fossero) con il profilo professionale del beneficiario. Così stando le cose, il «patto» rischia di essere o una pura formalità oppure uno strumento estremamente discrezionale e sbilanciato a favore degli enti di formazione e dei datori di lavoro, aumentando la ricattabilità del beneficiario. Più che una misura di attivazione e di inclusione, il ReD rischia di trasformarsi in uno strumento assistenziale che impedisce al soggetto di autodeterminarsi al di fuori del ricatto del lavoro dequalificato e sottopagato.

Per di più, poiché gli enti locali continuano a subire drastici tagli ai trasferimenti finanziari da parte del governo centrale, è legittimo chiedersi dove essi troveranno i mezzi e le competenze per organizzare processi efficaci di inclusione attiva. Per non parlare poi della verifica dell’effettivo stato di bisogno delle famiglie che richiederanno il sostegno finanziario!

Emiliano ha presentato il ReD come una rivoluzione nell’ambito del nostro welfare, da sempre caratterizzato da un impianto familistico e particolaristico-clientelare. Tuttavia, affinchè si possa parlare seriamente di welfare è necessario che le istituzioni pubbliche lo considerino come un pacchetto di diritti sociali e quindi provvedano sistematicamente alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dei propri cittadini in stato di bisogno, e non solo di alcuni di essi. Sono questi diritti, infatti, ad immergere il soggetto nella sostanzialità dei rapporti economici e materiali e a riconoscere una sfera fondamentale, quella della dignità, al di fuori della quale è impossibile esercitare qualsiasi altro tipo di diritto.

Sotto questo profilo, il provvedimento della Regione adotta un concetto troppo impegnativo per esserne davvero all’altezza: e la dignità di cui si ammanta rischia di stemperarsi in un più prosaico assistenzialismo per pochi.

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno

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