Perché il reddito di cittadinanza apre una sfida


Giacomo Pisani

In questi giorni il “reddito di cittadinanza” è l’argomento per eccellenza. Al di là della terribile campagna sulla vocazione assistenzialistica e parassitaria del Sud, con annesse ridicolizzazioni di presunte file ai Caf per richiedere il reddito, l’interesse che la misura sta suscitando è questione decisiva. Ciò testimonia un’urgenza che investe la carne delle persone, le difficoltà materiali, l’impossibilità di vivere dignitosamente. Tutto questo proprio in quel Sud che, storicamente, più ha pagato i costi dello sviluppo settentrionale, offrendo manodopera all’occorrenza, in relazione alle esigenze legate alla produzione e alla regolazione del costo del lavoro.

Di certo il reddito di cittadinanza non è stato il motivo principale dell’exploit dei 5 stelle, che esprime, piuttosto, una rottura rispetto a quei partiti colpevoli di aver approfondito l’esclusione e il disagio sociale attraverso le politiche di austerity, in linea con gli imperativi europei. Il reddito, però, costituisce una risposta fondamentale, di fronte all’impoverimento e all’esclusione che hanno investito, negli ultimi anni, porzioni di società sempre più ampie.

Forme di sostegno al reddito sono presenti in tutto il resto d’Europa, tranne che in Grecia. Al di là delle differenze, esse sono accomunate dal fatto di consistere in una somma monetaria che permetta all’individuo di raggiungere una soglia minima, che molto raramente coincide con la soglia di rischio della povertà. Tali misure si coniugano con progetti di attivazione e integrazione socio-lavorativa, come prospettato dal modello sociale europeo a partire dal Consiglio di Lisbona del 2000.

Il reddito di cittadinanza va in questa direzione, consistendo in un contributo individuale per individui in stato di bisogno, che consiste in 780 euro al mese o in una somma sufficiente a portare il reddito del beneficiario a 780 euro, somma calcolata sulla base dei parametri europei che definiscono la condizione di rischio di povertà.

Il Reddito di inclusione (ReI), approvato in Italia lo scorso anno, consiste, proprio come il Reddito di dignità pugliese, in un sussidio per famiglie povere, che esclude i soggetti individuali, in stato di bisogno, che vogliano emanciparsi dalla famiglia d’origine. Il reddito proposto dal 5 stelle, invece, fa un salto in avanti, non avendo un impianto familistico e coprendo una base di beneficiari molto più ampia, grazie alla quantità molto più alta di risorse stanziate.

Tuttavia, chi si scaglia contro il reddito di cittadinanza dei 5 stelle perché andrebbe a coprire anche i “fannulloni”, non coglie nel segno. Il beneficiario è costretto ad iscriversi ai centri per l’impiego e a iniziare un percorso di ricerca di un’occupazione, frequentando corsi di formazione e facendo colloqui con gli operatori dei centri, impegnandosi, nel frattempo, in progetti sociali per 8 ore alla settimana. Inoltre, non può rifiutare più di tre proposte ritenute congrue sia sotto il profilo delle competenze e dei desideri del beneficiario che dal punto di vista economico.

Insomma, anche qui un passo avanti rispetto al reddito di inclusione, a proposito del quale non sono chiariti i criteri per stabilire la congruità fra le proposte di lavoro e il profilo del beneficiario: ciò rischia di tradurre il ReI in un sussidio caritatevole, tutto sbilanciato a favore dei datori di lavoro, condizionato nei tempi e del tutto subordinato alle esigenze del mercato.

Questo rischio, in realtà, è presente anche nel “reddito di cittadinanza”: nella proposta di legge presentata dai 5 stelle, durante la scorsa legislatura, era stabilito che, una volta trascorso un anno dall’iscrizione al centro per l’impiego, se beneficiario non dovesse aver accettato nessuna proposta di lavoro sarebbe costretto ad accettare proposte anche non attinenti alle sue competenze e propensioni. Speriamo che questa condizione possa essere eliminata nel dispositivo: il rischio è che vengano ridotti ulteriormente i margini di autonomia dei beneficiari in merito alla decisione sui percorsi professionali, sulle scelte quotidiane, sui percorsi di vita. Più che strumento di lotta alla povertà si tratterebbe di un dispositivo di controllo dei poveri, che creerebbe manodopera gratuita o a basso costo.

Le critiche al reddito, in questi giorni, sembrano invece andare nella direzione opposta. Il povero viene rappresentato come colpevole o, al più, come un incapace, da indirizzare, a suon di ricatti, verso la condotta di vita “buona”, che è quasi sempre quella dettata dal mercato.

Il reddito dovrebbe liberare i soggetti dai ricatti, invece che crearne di nuovi, riconoscendo la possibilità di vivere dignitosamente e liberamente, al di là delle condizioni imposte da un mercato che è sempre più sinonimo di esclusione e sfruttamento. Per questo è necessario un reddito di base incondizionato, che rompa la subordinazione e moltiplichi il campo del possibile, dando spazio alle decisioni, ai progetti e ai desideri di ciascuno, perché tutti possano essere protagonisti della propria esistenza, e non ingranaggi di un mondo già tutto scritto, e per questo sempre più decadente.

 

Tratto da Blog L’Espresso

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