Perché continuiamo a sostenere che in Italia è necessario avere un reddito minimo


Nicoletta Teodosi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Nicoletta Teodosi del CILAP EAPN (la rete europea di lotta alla povertà) in merito alla necessità di introdurre anche in Italia un reddito minimo garantito. L’articolo prende spunto dall’esperienza del Progetto EMIN (European Minimum Income Network) che ha studiato i diversi sistemi di reddito minimo in Europa.

Perché continuiamo a sostenere che in Italia è necessario avere una misura come il reddito minimo per ridurre la povertà e le disuguaglianze!

Nicoletta Teodosi (Cilap-Eapn)

È terminato il biennio di studio europeo sul reddito minimo, svoltosi tra il 2013 e il 2014, finanziato dalla Commissione europea, e gestito da EAPN (European Anti Poverty Network) in partenariato con le sue 30 reti nazionali. La proposta del progetto iniziale, dal titolo EMIN (European Minimum Income Schemes – Misure per un Reddito Minimo Europeo), si basava sulla definizione comune dei diversi schemi di reddito minimo attivi in Europa. Il Reddito minimo, infatti, deve essere “un supporto al reddito che garantisca una rete di sicurezza per coloro che non possono lavorare o accedere a un lavoro decente, o non possono accedere ai sistemi di sicurezza sociale (ammortizzatori socio-economici) o non ne hanno titolo. Il reddito minimo deve garantire uno standard minimo di vita, per individui e persone da essi dipendenti, e che non hanno altri strumenti di supporto finanziario”.

Su 30 paesi europei osservati durante il progetto EMIN, 28 hanno misure di Reddito Minimo corrispondenti alla definizione usata dal programma e riconosciuta dal Parlamento europeo e dalla Commissione. Invece Italia e Grecia non hanno una misura specifica corrispondente, anche se nel caso italiano vi sono state sperimentazioni nazionali (1997), e vi sono attualmente strumenti economici quali le Social Card (2008 e 2013), ma non equiparabili al Reddito minimo europeisticamente inteso. Alcune Regioni, a seguito della Riforma del Titolo V della Costituzione, hanno emanato negli anni normative in favore di un supporto al reddito, facendo emergere ancora di più la macchia di leopardo del sistema italiano.

In Grecia nel 2014 il Governo ha annunciato l’introduzione di un “reddito sociale garantito”, con una sperimentazione di 6 mesi, al termine della quale la misura dovrebbe essere estesa in tutto il territorio nazionale.

EMIN ha evidenziato che In Europa emergono 4 tipologie di Reddito minimo:

1.    Accesso per tutti coloro che hanno insufficienti strumenti per sostenersi (AT, BE, CY, CZ, DE, DK, FI, FR, IS, LU, NL, NO, PT, RO, SE).

2.    Sistema di accesso non categoriale, ma ridotta eleggibilità e copertura (EE, HU, MK, LT, LV, PL, SK).

3.    Sistemi complessi, spesso categoriali, che coprono più destinatari (ES, IE, MT, UK).

4.    Sistemi frammentari e parziali per categorie ristrette di persone e che non coprono gli aventi bisogno (BG, EL, IT, RS).

Le condizioni di eleggibilità, la possibilità cioè di essere considerati possibili beneficiari di una misura di reddito minimo, sono legate alla quantità di risorse finanziarie messe a disposizione dai governi, all’età del beneficiario, alla nazionalità e alla residenza. La condizionalità è legata alla volontà di accettare un lavoro. La crisi economica ha ulteriormente accentuato questo obbligo, pur in carenza di lavoro o di trovare un lavoro retribuito decentemente.

Una questione chiave, emersa durante EMIN, è cosa si intende nei diversi paesi coinvolti nel progetto per “livello minimo standard di vita”, che determina il livello che può essere considerato adeguato per vivere in maniera dignitosa e poter partecipare alla società: altrimenti se ne resta esclusi.

In molti Stati il livello di vita standard è stabilito per legge o dal governo, in altri è dato dal rapporto con le pensioni, in Danimarca e Germania dalla indennità di disoccupazione, in Olanda dal salario minimo. In Norvegia e Islanda il livello di Reddito Minimo è stabilito dalle autorità locali, basato su linee guida nazionali su cosa si intende “minimo decente”, quelli che in Italia chiameremmo Livelli essenziali, e che le diverse riforme, da quelle Costituzionali a quelle del Lavoro non hanno mai stabilito. In Germania e Islanda il mensile non deve essere inferiore alla indennità di disoccupazione. In Svezia, Lituania, Austria il livello di standard decente è stabilito attraverso un paniere di beni e servizi.

L’Europa è estremamente frastagliata anche dall’interesse che gli Stati danno ai nuclei familiari: si va da un ammontare mensile di 2267,00 euro per una famiglia con due minori che vive in Lussemburgo, ai 100,00 euro in Polonia. I Paesi con gli standard migliori per i nuclei familiari sono, oltre al già citato Lussemburgo, Austria (1514,00), Belgio (1634,00), Cipro (949,00), Danimarca (3800,00), Finlandia (1659,00), Francia (1048,00), Germania (1295,00), Irlanda (1605,00), Norvegia (1963,00), Olanda (1354,00), Svezia (1358,00), Gran Bretagna (1272,00). Sarebbe sufficiente in Italia stabilire un livello minimo come Cipro per dimostrare realmente attenzione verso la famiglia, tanto per iniziare.

A livello europeo la soglia sotto la quale si è a rischio di povertà è pari al 60% del reddito mediano di ciascun paese. Dal Rapporto del Comitato Economico e Sociale si evince che solo la Danimarca ha il Reddito minimo superiore al 60% del suo reddito mediano, sia per una persona che per una coppia con due figli a carico, dove il reddito minimo può raggiungere anche l’80%; mentre nessun paese raggiunge il 50%, anche se in Irlanda, Lussemburgo, Belgio e Malta il reddito minimo per una persona sola è tra il 40 e il 50%, e in paesi come Bulgaria, Svezia, Estonia, Romania non arriva al 20%.

Anche per quanto riguarda il livello minimo standard, attraverso cui una persona o una famiglia può condurre una vita in dignità e senza essere esclusa dalla società, in Europa emergono 5 diverse “generosità”:

1.    Alto livello di generosità, con un reddito minimo sopra il 50% in Danimarca e Islanda;

2.    Livello medio-alto di generosità, tra il 40 e il 50% in Austria, Belgio, Irlanda, Lituania, Lussemburgo, Macedonia, e Olanda;

3.    Livello medio-basso di generosità, tra il 30 e il 40% a Cipro, Germania, Spagna, Finlandia, Francia, Malta, Norvegia, Portogallo, Gran Bretagna;

4.    Basso livello di generosità, tra il 20 e il 30% in paesi come Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Romania e Svezia;

5.    Livello molto basso di generosità, sotto il 20%, in paesi come Bulgaria, Latvia, Polonia e Slovacchia

Italia e Grecia non hanno riferimenti equiparabili, perché mancano di Misure nazionali riferibili al reddito minimo.

Cosa è emerso da questo studio: per prevenire le conseguenze di crisi economiche e di impoverimento delle popolazioni a rischio di povertà, o che già sono in una condizione di povertà economica che conduce a condizioni di esclusione sociale e mancanza di partecipazione alla società, è fondamentale istituire a livello europeo una misura universale di reddito minimo per coloro che, in un dato momento della loro vita, si trovano nella condizione di non poter lavorare, o che hanno un reddito che non permette loro di vivere una vita dignitosa, che hanno perso i benefici degli ammortizzatori sociali o non hanno raggiunto l’età pensionabile.

A sostegno di questa affermazione, da oltre 20 anni è andato costruendosi un consenso “europeo” intorno al reddito minimo, a partire dalle Raccomandazione del Consiglio (Capi di stato e di governo) del 1992, in cui veniva stabilito il diritto di base di una persona ad avere risorse e assistenza sociale sufficiente a vivere in dignità. Nel 2008, la Commissione ha emanato la Raccomandazione sull’Inclusione Attiva, avallata dal Consiglio, che prevedeva 3 assi, tra cui il reddito minimo adeguato. Purtroppo, però, ancora nel 2013 solo 7 Stati membri avevano fatto progressi relativamente alla implementazione della strategia per l’inclusione attiva, e tra questi non risulta esservi l’Italia. Nel 2013, sempre la Commissione europea con il Programma di Investimenti sociali (Social Investment Package) prevede il rafforzamento della strategia per l’inclusione attiva, stabilendo anche i budget di riferimento per aiutare gli Stati membri a definire un adeguato sostegno al reddito.

Il Parlamento europeo, nel 2010, ha adottato una Risoluzione sul ruolo del Reddito Minimo nel combattere la povertà e l’esclusione sociale, e promuovere società più inclusive in Europa, chiamando gli Stati a stabilire una soglia per il reddito minimo. Sempre il Parlamento chiedeva che il livello di reddito minimo non fosse inferiore al 60% del reddito mediano di ciascun paese. Nel 2011 chiedeva alla Commissione di lanciare una consultazione sulla possibilità di un’azione legislativa in favore del Reddito minimo che consentisse crescita economica, prevenisse la povertà e fosse una base di partenza per vivere con dignità.

Nel 2011 il Comitato delle Regioni ha adottato una Opinione a supporto di una Direttiva Quadro sul Reddito Minimo.

Il Comitato Economico e Sociale nel 2013 ha emanato una Opinione sulla urgente necessità di garantire un adeguato reddito minimo nella UE, attraverso una Direttiva quadro, e ha chiesto alla Commissione di studiare le possibilità per un Reddito minimo europeo.

La Confederazione europea dei Sindacati sta supportando l’introduzione di un reddito minimo sociale, e ha chiesto nel 2013 alla Commissione di avviare iniziative appropriate.

Infine, la Piattaforma Sociale cui aderiscono le reti europee, e di cui EAPN è fondatrice, ha chiesto nel 2014 al Consiglio Affari Sociali una Direttiva per il Reddito Minimo.

Anche in Italia, durante questi due anni, la Rete italiana per il reddito minimo ha costruito il consenso intorno all’introduzione del reddito minimo a partire dal dibattito nazionale, e con le campagne portate avanti in questi anni dagli aderenti alla rete nazionale di EMIN.

La Rete che si è costituita intorno a EMIN è composta da realtà strutturate, già impegnate nel dibattito pubblico nazionale ed europeo incentrato su “Reddito garantito”, “Reddito adeguato”, “Reddito di cittadinanza”, ecc.  Anche la visione della povertà, lavoristica e/o assistenziale, risente degli orientamenti di ciascun partner all’interno della Rete.

Sono diversi gli accorgimenti sulla base dei quali è possibile considerare l’efficacia di un programma di reddito minimo nel prevenire e ridurre la diffusione e l’intensità della povertà. Il confronto con i soggetti coinvolti nell’analisi di un possibile MIS (Minimum Income Schemes) ha permesso di individuare alcuni highlights (o indirizzi di policy):

1.    Individuare i destinatari degli interventi e le azioni di inclusione pertinenti. In particolare: individuare delle categorie di priorità che riguardino misure di reinserimento sociale e/o di promozione dell’occupazione.

2.    Stabilire diversi criteri nell’individuazione del soggetto beneficiario: un esempio può riguardare l’erogazione degli assegni alle donne perché considerate più “responsabili”.

3.    Considerare il MIS e l’accesso ai servizi sociali come precondizioni necessarie per l’integrazione nel mercato del lavoro (e non viceversa: i programmi di reddito minimo non possono essere disegnati in funzione di un’integrazione lavorativa).

4.    Non contrapporre l’integrazione sociale all’integrazione lavorativa.

5.    Considerare i due diritti, al MIS e al lavoro, connessi ma non dipendenti l’uno dall’altro: l’integrazione lavorativa è una forma di integrazione sociale quando è subordinata al tipo di lavoro offerto e alle caratteristiche del soggetto, altrimenti “si rischia di cadere nell’integrazione squalificante più vicina al controllo che non all’arricchimento e all’abilitazione”.

6.    Costruire un sistema fortemente integrato tra politiche sociali e politiche del lavoro, integrando il MIS con le altre misure di welfare sociale, e con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione.

7.    Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità di soggetti  – il MIS, come misura di contrasto dell’esclusione sociale, oltre al reddito per accedere a bisogni primari, dovrebbe garantire autonomia e consapevolezza da parte dei beneficiari sui propri diritti e sulle proprie capacità.

8.    Legare il MIS all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario.

9.    Elevare le competenze degli operatori.

10.  Migliorare il ruolo di coordinamento da parte di un organismo centrale di gestione: affidare un peso rilevante alle azioni di monitoraggio e valutazione delle misure e dei programmi realizzati.

Infine la Rete italiana per il reddito minimo concorda che, senza una misura legislativa europea vincolante come la Direttiva, sarà difficile raggiungere uno schema di reddito minimo europeo come auspicato anche dalle istituzioni europee.

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