Oltre l’elemosina di Stato: la battaglia sul reddito è aperta!


Tratto da Global Project

Intervista a Roberto Ciccarelli

Grazie alla campagna per un “reddito di quarantena – verso un reddito universale” si è riaperto in Italia un dibattito sulla questione del reddito. Mai come in questo momento la battaglia è aperta  sta diventando un tema cruciale per far fronte in cui il “tempo dell’emergenza” e quello della “normalità” sembrano sovrapporsi. Per approfondire la questione abbiamo intervistato Roberto Ciccarelli, giornalista de Il Manifesto e autore di numerosi saggi sui temi della precarietà e del Welfare.

 

Sabato 28 marzo, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’economia Roberto Gualtieri hanno annunciato alcune misure che hanno l’obiettivo di allargare il fronte dei soggetti beneficiari del cosiddetto decreto “Cura Italia”, considerato da più parti gravemente insufficiente per far fronte all’impoverimento di massa che già sta colpendo il Paese in queste settimane. Al netto della vaghezza di queste misure, quali sono i principali limiti che se ne riscontrano?

Sta emergendo il profilo di una nuova misura occasionale, e non strutturale, chiamata “reddito di emergenza” (Rem) destinata a tutti coloro che non sono stati interessati dall’estensione della cassa integrazione, dalle misure per le partite Iva e i parasubordinati iscritti alla gestione separata dell’Inps e per i lavoratori autonomi iscritti agli ordini professionali (un bonus da 600 euro). Queste ultime sono misure contenute nel decreto di marzo. Ad aprile ne sarà fatto un altro che dovrebbe contenere un “reddito di emergenza”. In questo momento è forse troppo presto spiegare che cos’è, mancando le informazioni tecniche di base. Mi limito dunque alle prime dichiarazioni di vari esponenti del governo (Pd e Cinque Stelle), non del tutto congruenti tra loro. La situazione si è sbloccata quando i Cinque Stelle hanno aperto alla rivendicazione fatta dalla campagna “reddito di quarantena” e dal Basic Income Network -Italia (Bin) che ha raccolto migliaia di firme a sostegno di una petizione. Entrambi chiedono un’estensione del reddito di cittadinanza a coloro che ne sono attualmente esclusi e la sua profonda modifica in senso universalistico e incondizionato.

Nelle ore successive a questa apertura – senza il via libera dei Cinque Stelle nel governo non si fa nulla, almeno su questo tema – è tuttavia emerso il profilo di una misura sostanzialmente diversa da quella rivendicata da più di un mese a questa parte. Questo “Rem” non è una misura di semplificazione, ma anzi sembra aggiungersi al già caotico orizzonte delle misure anti-povertà e degli ammortizzatori sociali. Non modifica, ma si aggiunge al cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Al momento, la mia è solo un’interpretazione e spero davvero di sbagliarmi. Tuttavia il ministro dell’economia Roberto Gualtieri, che ha un certo peso nel governo, ha detto che questo “non è tanto il momento di riformare strumenti ordinari ma di far fronte a una situazione straordinaria”. Una nota apparsa sul blog delle stelle ha suffragato questo approccio, evidenziando il ruolo del bonus chiamato “reddito di ultima istanza” contenuto nell’articolo 44 del decreto Cura Italia, quello che oggi va ai lavoratori autonomi ordinisti. Ad aprile questo bonus, e non il reddito di cittadinanza istituito l’anno scorso in Italia, dovrebbe essere esteso ad una platea vastissima di esclusi, ancora tutta da determinare dal punto di vista tecnico.

Per il ministro del Sud Giuseppe Provenzano questo è il momento di estendere il reddito di cittadinanza in questi termini: «Volevamo migliorarlo già prima del coronavirus, adesso diventa indispensabile. Rivedendo i vincoli patrimoniali, chi ha una casa familiare o dei risparmi in banca che non vuole intaccare oggi non può accedervi. Rafforzando il sostegno alle famiglie numerose. Rendendolo compatibile con il lavoro, per integrare il reddito se necessario».

Questi approcci sono componibili all’interno di una stessa misura: l’ennesimo bonus, e non una riforma del welfare che può iniziare da pochi, ma decisivi, cambiamenti normativi di una legge che esiste, non dal solito decreto che aggiunge confusione a confusione. Sia dal punto di vista della tecnica normativa, che dell’impostazione di governo, emerge l’improvvisazione politica, e la debolezza di cultura politica, di un partito come il Pd che non ha mai frequentato seriamente queste questioni. E, quando lo ha fatto, lo ha fatto sempre in maniera parziale, incompleta, emergenziale. La vicenda del cosiddetto “reddito di inclusione” (ReI) è esemplare di questo atteggiamento. Che oggi si replica nell’emergenza da coronavirus.

Mi auguro che prevalgano le ragioni di una modifica strutturale di una misura molto pericolosa di workfare, così come è stata concepita dai Cinque Stelle. Ma proprio per queste ragioni, una modifica della loro legge, mi sembra difficile. I Cinque Stelle non lo permetteranno. Stiamo a vedere, ma almeno cerchiamo di non cadere nelle ambiguità di queste misure.

Nell’ultimo articolo che hai scritto per il Manifesto fai riferimento a una duplice visione in campo sul tema del reddito: da una parte quella universalistica, che si connette con la costruzione di un “nuovo Welfare”; dall’altro lato, quella che va verso un’idea di Stato paternalistico e assistenzialistico. In che modo i movimenti sociali possono spostare l’asse della discussione verso la prima visione, in un momento come questo?

I “movimenti sociali” hanno spostato il dibattito nazionale sul cosiddetto “reddito di cittadinanza”. La risposta del governo – Pd, Cinque Stelle e LeU – del “reddito di emergenza” è alla campagna sul “reddito di quarantena” e alle altre iniziative che hanno permesso di meglio definire la sua idea iniziale che tendeva a limitare un intervento solo al periodo di quarantena. A dispetto del nome, oggi la campagna ha individuato lo strumento – il “reddito di cittadinanza” – e una prospettiva – estensione strutturale anche dopo l’emergenza.

È una proposta molto intelligente, senz’altro superiore alla povertà di strumenti culturali che di solito caratterizza le forze politiche in Italia. Mi auguro che tutti ne siano consapevoli e che si continui a lavorare in questa direzione. In secondo luogo questa campagna è fatta da coloro che condividono la stessa condizione sociale. Questo è un elemento decisivo della politica: per farla devi stare in una questione sociale, non solo rappresentarla. Significa partire da sé, significa parlare e cooperare con gli altri. La campagna potrebbe essere il primo strumento per dare forma a una condizione comune. E non bisogna farsi scoraggiare da quella che sarà la probabile risposta del governo e delle forze politiche che hanno chiaramente reinterpretato al ribasso la rivendicazione del “reddito di quarantena”, purtroppo prendendo alla lettera questa dizione. Un reddito solo per la quarantena non basta per affrontare le conseguenze drammatiche – precarietà e disoccupazione – che seguiranno l’attuale blocco di un intero paese.

Il fatto che chi sta al governo non lo capisca, e non lo voglia capire, non mi sorprende. Mi auguro che lo capiscano i tanti che hanno compreso il problema. Il loro problema, a cui si può rispondere con una riforma del welfare, l’accesso gratuito ai servizi, un reddito di base. Quello che si può fare in questi giorni difficili è aumentare la pressione, usare tutti gli strumenti a disposizione, superare le divisioni, riscoprire nuove alleanze, inventarne di nuove e impensabili, allargare, includere e ricominciare a fare politica a un grande livello. È possibile. Ed è necessario, oggi. Dopo, ci sarebbe da augurarselo, nulla sarà come prima anche dal punto di vista dei movimenti.

La campagna per il “reddito di quarantena” si è posta su una duplice temporalità: una di carattere emergenziale, una di lunga durata. Posto che nella situazione che stiamo vivendo è difficile tracciare una linea di confine tra i due “tempi” rimane aperto l’annoso problema delle risorse per finanziare queste proposte. Se da un lato si sta aprendo un dibattito su una possibile espansione del debito pubblico a livello europeo, dall’altro emerge con forza la richiesta di una ristrutturazione complessiva della fiscalità, che garantisca un’inversione di tendenza rispetto alla concentrazione di ricchezza e patrimoni avvenuta nell’ultimo decennio. Si tratta di uno scenario plausibile?

L’idea di estendere il reddito di cittadinanza, eliminando vincoli e condizionalità, è un modo di fare politica dentro e contro l’emergenza. Significa sapere che l’emergenza esisteva prima di oggi, e che continuerà anche dopo. Vivere nell’emergenza significa sia subirne i colpi, sia essere pronti all’emersione di nuove occasioni. Avere prospettato ora uno strumento utile anche per dopo è il frutto di una cultura politica, oltre che di una sensibilità sociale molto importante. In un certo senso è un superamento della politica dei “due tempi” a favore di un sapere della congiuntura politica. Lo definirei un movimento machiavelliano che comprende la “fortuna” e sa usare la “virtù”. Ciò permette di offrire alla discussione politica in corso sulle nuove politiche economiche un’alternativa sia pratica che sociale.

Inoltre, va detto che nella nuova congiuntura economica non è un problema il finanziamento di misure tendenzialmente universali. Una delle principali discontinuità che abbiamo registrato nel primo mese della crisi pandemica è che stanno cambiando le priorità: da una politica monetarista del pareggio di bilancio e dell’austerità sociale sono stati riconosciuti il valore della spesa sociale, la necessità di un sistema di tassazione progressiva capace di finanziare i servizi pubblici come la sanità o la scuola e iniziano ad essere ipotizzate economie del debito che contemplano la possibilità di una sua rinegoziazione. Sono elementi importanti anche per reimpostare il discorso sociale sulla solidarietà e non più sulla competizione. Non bisogna nemmeno trascurare l’ipotesi di un significativo cambio delle politiche monetarie e del loro rapporto con le politiche fiscali a livello sovranazionale. Si è tornati a parlare di un uso diverso del denaro dall’elicottero distribuito in questi anni dalle banche centrali di tutto il mondo per acquistare titoli di stato e finanziare banche ed imprese.

Si parla di “Helicopter money”, denaro dall’elicottero. Fino ad oggi questo denaro non è arrivato alle persone. Potrebbe invece arrivarci attraverso il finanziamento di politiche come quella del “reddito di base incondizionato” o il finanziamento di schemi sovranazionali di tutela contro la disoccupazione già previsti dalla Commissione Europea. Per fare questo bisogna definire un nuovo canale di trasmissione della liquidità, con la mediazione dei governi. Certo, per fare questo ci sarebbe bisogno di una politica fiscale ed economica unica in Europa. E, in più, modificare il ruolo della Banca Centrale Europea in prestatrice di ultima istanza, senza passare dalle complicate ipotesi di intermediazione, anche le più improbabili, come ad esempio il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes-Fondo Salva Stati) sul quale si è molto discusso. Va detto che è molto difficile che un cambiamento avvenga, almeno nei prossimi tempi. Ma va anche detto che, già ora, il finanziamento delle misure come il reddito è già possibile perché una delle necessità oggi è garantire la massima liquidità alle famiglie e alle imprese. In questo quadro rientra anche la tutela delle persone.

Lo ha evidenziato lo stesso Mario Draghi nel suo intervento sul Financial Times da tutti celebrato. Il suo punto di vista è quello di chi vuole garantire il sistema che affronta una crisi considerata “esogena” alla normalità del funzionamento capitalistico. In realtà questo virus ha dato corpo a una crisi latente che in molti avevano avvertito già dall’anno scorso. Era imprevedibile che fosse di questo tipo, e di questa portata, ma c’era. Il capitalismo vive di crisi e cerca sempre di gestire la crisi come un’opportunità per superare i suoi stessi limiti. Accadrà anche questa volta, anche se non sappiamo ancora come.

Il “reddito di base” è uno degli strumenti per intervenire in queste dinamiche epocali, e per porre il problema della direzione della transizione verso un modello dove, è presumibile, sarà riscoperto il ruolo dello Stato. Siamo davanti a un’alternativa politica e culturale: da una parte c’è una visione universalistica della giustizia sociale, e una riforma strutturale del Welfare nel XXI secolo; dall’altro lato un solidarismo pauperistico e individualistico che rischia di trasformare lo Stato sociale discriminatorio e malmesso esistente in uno Stato assicurazione paternalistico e assistenzialistico. Su questa base ci si può preparare al nuovo momento politico.

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