Non basta un reddito di emergenza. Serve un reddito che trasformi la normalità


Emanuele De Luca e Tiziano Trobia

Da qualche giorno illustri economisti, analisti finanziari e giornalisti fanno rimbalzare dalle pagine dei giornali dichiarazioni forti, sottolineando la necessità di intervenire in maniera drastica per rispondere all’emergenza Coronavirus. Ieri molti esponenti della maggioranza di governo hanno rilanciato l’idea di un “Reddito di Emergenza”, un reddito che permetta di sopravvivere anche a tutti quei soggetti rimasti fuori dai sostegni del decreto ”Cura Italia”.  Le agenzie hanno battuto centinaia di dichiarazioni su chi era d’accordo, chi contrario, chi lo immagina in un modo e chi in maniera totalmente diversa.

Per noi che da settimane (anzi, da decenni) chiediamo a gran voce una misura immediata e universale, per tutti e tutte, a prescindere dal contratto, dal settore produttivo e dal tipo di lavoro svolto, questa non può essere che una buona notizia. Ma nelle pieghe del dibattito possiamo già osservare i primi, giganteschi rischi.

La maggior parte dei ministri interessati si affrettano a dire che «non è il momento delle riforme ma delle misure straordinarie», quasi a voler tranquillizzare tutti quelli che, Confindustria in testa, hanno dimostrato di avere a cuore i profitti molto più della salute dei cittadini, smaniando per superare “l’emergenza” con meno perdite possibili, frettolosi di poter tornare alla “normalità”.

La questione su cui soffermarsi, però, è che è l’emergenza stessa a essere la normalità, i cui effetti ora sono esasperati dalla pandemia, che tira le maglie elastiche della precarietà provocando irreparabili lacerazioni. È normalità l’emergenza della sanità pubblica, soffocata da decenni di tagli e investimenti a ribasso, è normalità l’emergenza di chi lavora per salari da fame e senza ammortizzatori sociali, per gli intermittenti,  per i lavoratori occasionali, gli stagionali, per chi lavora in nero e all’interno degli infernali meccanismi di lavoro grigio, per le partite Iva chiamate, con un elegante definizione, «scarsamente affluenti» (leggi «povere»), è normalità per tutte quelle milioni di persone che “galleggiano”, mese dopo mese, tentando di pagare rate, mutui, affitti, bollette.  Comincia ad apparire sempre più chiaramente che si tratta di una crisi che non è iniziata con la quarantena e che, soprattutto, non si risolverà in poche settimane.

Anzi, nei prossimi giorni gli effetti saranno ancora più evidenti. Siamo quasi alla fine del primo mese di quarantena e ci iniziamo a chiedere chi darà lo stipendio a chi ha perso un lavoro in nero, come farà chi ha 500 euro segnati in busta e 600 fuori e vedrà, se è fortunato, 400 euro di cassa integrazione? Come si terranno in piedi situazioni sempre sul filo del rasoio, strozzate da debiti, con affitti sul groppone e la consapevolezza di sempre? Basta poco per rompere l’equilibrio delicato della precarietà nel mondo del lavoro e nella vita in generale. Ciò che sta succedendo è tutt’altro che poco.

Possiamo anche continuare a raccontarci che nessuno la poteva prevedere una situazione del genere, ma sarebbe solo tentare di girare intorno a un problema diventato troppo grande. Sono gli effetti di questa situazione che potevano essere previsti, che erano e continuano a essere sotto gli occhi di tutti, prima e ancor più a esasperazione avvenuta. La precarietà nel mondo del lavoro, i salari bassi, il lavoro in nero, l’assenza di ammortizzatori sociali adeguati ci rendono equilibristi che camminano su un filo: alla prima raffica di vento rischiamo di cadere sul serio.

Se è questo il quadro dentro cui ci muoviamo, non potranno esistere misure efficaci se immaginate dentro «una temporalità limitata», come rassicura il ministro dell’economia: se l’obiettivo è quello di ricostruire e ripartire, i provvedimenti dovranno durare nel tempo e avviare un cambio di paradigma.

Nei mesi che verranno, se la salute e la dignità delle persone valgono più dei profitti, se questa situazione ci ha mostrato come il mercato del lavoro frammentato in mille pezzi crea situazioni di povertà, marginalità e disperazione, se tutto quello che accade è frutto di un modello di sviluppo insostenibile, le scelte dovranno essere radicalmente diverse da quelle compiute finora. Non potranno essere i 400 milioni per i buoni spesa, annunciati sabato da Conte in conferenza stampa, a fermare il domino del tracollo economico che stiamo iniziando ad intravedere.

Non ci si potrà accontentare di qualche “una tantum” o dell’erogazione di denaro per uno o due mesi, non sarà sufficiente per riuscire a «non lasciare indietro nessuno», come ieri Conte annunciava in una conferenza stampa utile solo a prendere tempo e tentare di rispondere ai segnali drammatici che tutti noi riusciamo a cogliere. Ci vorranno coraggio e scelte radicali, ci vorrà, solo per iniziare, un reddito universale, incondizionato, per tutte e tutti.

In questo senso la proposta del Bin di allargare le maglie del Rdc individua la giusta direzione, cogliendo l’occasione di eliminare tutte le storture presenti all’interno della legge voluta dai 5 Stelle, ma non sarà sufficiente.

Dovremmo trovare altri soldi, e tanti. Ci vorrà il coraggio di affrontare una stagione veramente redistributiva della ricchezza, dovremmo tassare subito i grandi capitali, dovevamo probabilmente già averlo fatto. Fa male agli occhi leggere i rapporti sulla concentrazione della ricchezza in poche mani. Dobbiamo avere il coraggio di dire che non è possibile ancora tollerare una situazione in cui in Italia i 3 uomini più ricchi detengono più denaro dei 6 milioni di cittadini più poveri. Sei milioni.

Eccola qui l’emergenza, camuffata con la maschera della normalità. Siamo anche coscienti che un cambio di direzione così epocale non avverrà da solo, non sarà un’evoluzione naturale, non sarà nemmeno facile da ottenere. Starà, come sempre, alle lotte, determinare questo scarto necessario, oggi più che mai.

Tratto da DinamoPress

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