Misure contro la precarietà esistenziale e distribuzione sociale del reddito: appunti per una pratica politica operativa


Andrea Fumagalli

Definizione di reddito di esistenza e sue implicazioni come strumento di lotta politica e ricomposizione delle soggettività precarie.

Nelle attuali condizioni di crescente precarietà del mercato del lavoro e di generale impoverimento, rivendicare una continuità di reddito è un obiettivo fondamentale, nonché “strumentale”. Strumentale perché chi è in grado di contare su un reddito minimo garantito può sviluppare conflittualità per il miglioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro: riteniamo, infatti,  che l’accesso a un reddito di esistenza sia condizione propedeutica per poter accedere a una serie di diritti primari che rendono meno precaria la vita: dalla casa, alla mobilità, al sapere, alla socialità, al piacere, all’informazione.

In secondo luogo, ma non meno importante, è la considerazione che uno dei perni su cui maggiormente si fondano il livello di sfruttamento, la riduzione del potere d’acquisto salariale, l’allungamento dei tempi di lavoro, la crescente individualizzazione del rapporto di lavoro è proprio la ricattabilità dei/lle lavoratori/trici sul piano dei bisogni e della sopravvivenza, che induce non solo alla passiva subalternità nei luoghi di lavoro e alla rassegnazione ma anche all’accettazione di forme di controllo sociale e repressive sempre più marcati.

Il nodo strategico che siamo chiamati a risolvere è come rompere il circolo vizioso che impedisce la ripresa su larga scala di un’elevata conflittualità sociale, per il cui sviluppo vi sono tutte le condizioni sociali ed economiche: un circolo vizioso che si fonda, da un lato, sull’illusione di poter migliorare individualmente la propria condizione di vita accettando qualunque condizione di sfruttamento (magari pensando che sia una condizione solo temporanea oppure sulla base di una logica competitiva individuale), dall’altro, sull’idea che non vi sia alternativa possibile, visto anche il comportamento collusivo delle maggiori forze sindacali e la vacuità e la corresponsabilità dell’opposizione di centro-sinistra.

Crediamo che sia il caso di sperimentare strade nuove. Alle “tradizionali” iniziative di agitazione sindacale dal basso, tramite gli strumenti reticolari del mediactivism, le azioni di denuncia della precarietà,  le lotte per la riappropriazione di quote di reddito indiretto (occupazioni di case, lotta contro il carovita, lotta per l’accesso al sapere, ecc., ecc.), occorre aggiungere, parallelamente, anche iniziative volte a definire e a smascherare le controparti sociali, che più di altre controllano e comandano i flussi economici sul territorio. Occorre cioè pensare a iniziative rivolte non solo a sviluppare consenso, partecipazione e coscienza critica e di classe ma anche in grado di immaginare obiettivi concreti, da imporre direttamente alle istituzioni del potere politico ed economico.

La praticabilità e la definizione degli obiettivi da porci è tanto più necessaria quanto più riteniamo che la fase della denuncia e della resistenza agli attacchi portati avanti sul piano delle tutele e delle garanzie del lavoro e della vita lasci sempre più spazio a una fase offensiva volta a migliorare la nostra condizione di partenza.

In fin dei conti, è questo ciò che ci ha insegnato la lotta dei tranvieri e del trasporto locale pubblico.

La prima (ma non l’unica) questione che vogliamo porci è la seguente: è possibile chiedere e perseguire l’obiettivo del reddito di esistenza, come battaglia che coaguli e ricomponga (anche simbolicamente e mediaticamente) tutte le questioni inerenti la precarietà della vita e del lavoro?

Per rispondere è necessario affrontare tre questioni spinose:

  1. Definizione dell’obiettivo del reddito di esistenza (che cosa chiediamo?)
  2. Definizione delle controparti istituzionali e non (a chi lo chiediamo?)
  3. Individuazioni dei soggetti sociali che possono portare avanti la lotta di rivendicazione (con chi lo chiediamo?).

1. Definizione del reddito di esistenza

La questione del reddito è sempre più centrale in Italia e in tutto il mondo. La manifestazione del 22 novembre scorso ha segnato, pur con tutti i suoi limiti,  non solo un successo per il movimento dei precari (occupati e disoccupati), ma un punto di svolta fondamentale: per la prima volta in Italia (e forse in Europa) una manifestazione ha assunto come obiettivo unico e diretto la parola d’ordine: reddito per tutti e tutte.

Nel contempo, è evidente agli occhi di tutti, grazie alla lotta degli autoferrotranviari, l’esplosione della questione salariale in Italia. La firma dell’accordo nazionale di categoria lo scorso 20 dicembre ha segnato la definitiva morte (peraltro già in corso) della sciagurata politica dei redditi instaurata con l’accordo sul costo del lavoro nel luglio 1993. E’ chiaro che si pone un problema di ridefinizione di una nuova “regolazione salariale”. E’ in questo vuoto che diventa sempre più impellente il nostro intervento e una nostra proposta all’altezza degli obiettivi e radicale nei contenuti.

Tuttavia, ciò non ci deve nascondere il fatto che dietro la parola reddito esistano diverse e anche opposte interpretazioni. Alcuni nodi al riguardo devono essere risolti e ampiamente discussi. I principali nodi sono:

  • il rapporto tra il concetto di salario e il concetto di reddito: si tratta di due sinonimi oppure di due concezioni diverse?
  • oppure, in altre termini: che rapporto tra il diritto al reddito e la questione salariale esplosa negli ultimi anni?
  • la forma del reddito di esistenza: semplice erogazione monetaria (quanto?) o commistione di denaro e servizi?
  • Il tema del finanziamento: occorre occuparsene (proponendo delle soluzioni) oppure fregarsene?
  • i tempi di attuazione: il reddito di esistenza deve essere richiesto ora e subito oppure con gradualismo?
  • chi è il soggetto che ne ha diritto? Tutti o una parte?

Proviamo ad azzardare qualche risposta, da porre all’attenzione e alla discussione di tutti/e.

1.      Reddito e salario non sono mai stati sinonimi, ma nel contesto attuale i due termini si stanno sempre più assimilando. Ciò dipende dal fatto che dopo la crisi del paradigma fordista-taylorista con la sua netta divisione tra tempo di vita e tempo di lavoro, oggi nell’era dell’accumulazione flessibile e, in Occidente, del capitalismo cognitivo, l’intera vita viene messa al lavoro. Se il salario è la remunerazione del lavoro (dipendente e indipendente) e il reddito è la somma di tutti gli introiti che derivano dal vivere e dalle relazioni in un territorio (lavoro, famiglia,  sussidi, eventuali rendite, ecc., ecc.) e che determinano lo standard di vita, finchè c’è separazione tra lavoro (salario) e vita (reddito), c’è anche una separazione concettuale tra i due termini. Tale separazione concettuale è anche giustificata dal fatto che il salario è una variabile che si determina nella sfera della produzione e dello sfruttamento, mentre il concetto di reddito si determina nella sfera della distribuzione e della domanda. Ma anche tale separazione tende a scomparire, in un contesto in cui ogni atto umano diventa atto produttivo. In un ambito bioeconomico, dove vige la sussunzione reale dell’agire umano da parte del capitale, il consumare in quanto attività relazionale, immateriale e informativa, comporta la produzione di valore. Esempi analoghi possono essere fatti nell’ambito del rapporto tra attività di produzione e attività di riproduzione. Occorre tuttavia considerare che tale dinamica dei meccanismi di accumulazione non è ancora riconosciuta e non trova riscontro nella sfera della distribuzione. Al momento attuale, infatti, l’attività di lavoro considerata socialmente produttiva e quindi remunerata  è ancora definita come porzione (sempre più variabile e flessibile) del tempo di vita. Di fatto, la totale sovrapposizione tra lavoro e vita e quindi tra salario e reddito non è ancora considerata (ed è questo, non a caso, uno dei motivi per cui chiediamo il reddito di esistenza, ovvero reddito di vita). Dobbiamo partire da qui. Il reddito di esistenza è quindi definito da due componenti: la prima è una componente prettamente salariale, sulla base delle prestazioni di vita che immediatamente si traducono in prestazioni lavorative (tempo di lavoro certificato e remunerato, ma anche il tempo di vita utilizzato per la formazione, l’attività relazione e l’attività riproduttrice): la seconda è una componente di reddito (aggiuntiva alla prima) che è il frutto della distribuzione ad ogni individuo della ricchezza sociale frutto della cooperazione e della produttività altrettanto sociale del territorio (e che oggi è del tutto ad appannaggio dei profitti e delle rendite mobiliari e immobiliari).

Salario e reddito non sono quindi in contraddizione ma complementari.

2.      L’esplodere della questione salariale pone l’accento su una delle due componenti del reddito di esistenza, quella relativa alla diretta remunerazione del tempo di lavoro così come viene artificialmente definito dall’attuale contrattazione sindacale (laddove esiste). Sappiamo bene che nella realtà i tempo di lavoro effettivo è di gran lunga superiore a quello contrattualmente definito anche al lordo degli straordinari (basta pensare, ad esempio, al tempo necessario per recarsi al lavoro). Per molti lavori, il tempo di lavoro effettivo non è neanche misurabile, in quanto tende a coincidere con il tempo di vita. Al riguardo, riteniamo che sia necessario porci come obiettivo l’introduzione di un salario minimo orario nazionale (meglio europeo) per ogni tipo di prestazione lavorativa: è la condizione di partenza, generale, per porre un limite inferiore alla flessibilità e al dumping salariale, soprattutto laddove non esiste alcun tipo di potere contrattuale. Tale limite potrebbe essere ravvisato in 10 euro lordi da rivalutare ogni anno sulla base del tasso d’inflazione. Proposte e commenti al riguardo sono più che benvenuti.

3.      Il reddito di esistenza è essenzialmente costituito da erogazione di moneta. Per definire il suo ammontare, non vi è un’univoca risposta. Al momento vi sono tre posizioni:

  • Il livello di reddito ritenuto dignitoso è quello immediatamente superiore alla soglia di povertà relativa, sulla base di parametri calcolati dagli Istituti di Statistica nei vari paesi. L’opinione più comune è che tale somma sia pari al 60% del reddito pro-capite. In Italia, secondo i dati relativi al 2002, la soglia di povertà relativa è secondo l’Istat pari a circa 500 euro netti (494,07, per la precisione) per individuo[1]. Tale somma varia di anno in anno in funzione del tasso di crescita del reddito.
  • Un secondo approccio invece fa riferimento al concetto di povertà assoluta. Sulla base delle indicazioni relative al costo della vita e al godimento dei servizi essenziali (casa, trasporto, istruzione, abbigliamento, abitudini alimentare, tempo libero), si determina un paniere di consumo che viene ritenuto sufficiente al godimento della vita in modo dignitoso. Sulla base di tale paniere, si calcola l’ammontare del reddito necessario che viene mantenuto costante negli anni al variare del costo della vita (viene cioè indicizzato) e quindi non è dipendente dal tasso di crescita del reddito. Per il 2002, l’Istat ha calcolato che la soglia di povertà assoluta individuale era pari a 382,66 euro[2].
  • Infine, e non da ultimo,  occorre considerare che ciò non significa che parte integrante del reddito di esistenza non possa essere costituito da servizi reali, la cui definizione è in funzione delle specificità del territorio di riferimento (vedi oltre).

L’ammontare del reddito di esistenza è, quindi uno dei temi più complessi. Possiamo qui presentare alcune ipotesi di partenza, sulle quali la discussione è aperta. La componente di reddito, che dovrebbe ridistribuire la produttività sociale, dovrebbe essere uguale per tutti e funzione del livello di ricchezza sociale raggiunto (qui bisogna fare dei conti, a secondo dell’area considerata). Tale parte può essere costituita anche dall’accesso gratuito ad alcuni servizi primari (trasporto, istruzione, ecc.,ecc.). Riguardo la componente salariale essa varia al variare delle tipologie lavorative e alla condizione lavorativa.

4.      Il tema del finanziamento non può essere evaso. Le due componenti del reddito di esistenza: la parte salariale e la parte reddituale, hanno forme di finanziamento diverse. La prima componente dipende dai rapporti di forza tra capitale e lavoro e dalla regolazione di tale rapporto. La componente di reddito dipende, invece, dalla produttività sociale e dal tipo di attività economiche che danno origine alla ricchezza sociale. Per questo si tratta di erogazione di reddito incondizionato, cioè non sottoponibile a qualche forma di contropartita (ad esempio, l’obbligo di frequentare corsi di riqualificazione professionale oppure di accettare date condizioni lavorative, ecc., ecc.). Il livello di produttività e il tipo di attività economiche variano da area ad area, da regione a regione, se consideriamo come unità territoriale di riferimento la regione (per approfondimenti, vedi oltre). Ne consegue che:

  • il finanziamento è su scala regionale;
  • tale finanziamento trae origine dalla fiscalità generale a livello regionale. In altri termini, il reddito di esistenza non può essere pagato con i soldi dei contributi sociali, ma solo con il prelievo fiscali sui redditi diretti e indiretti.

5.      L’ideale sarebbe l’introduzione immediata e per tutti del reddito di esistenza. Siccome siamo realisti e chiediamo l’impossibile, è auspicabile un certo gradualismo nella sua introduzione, coinvolgendo in primo luogo i soggetti più bisognosi e poi, via, via, tutti gli altri, secondo modalità attuative da decidere e discutere.

In conclusione, si può parlare di reddito di esistenza solo se si è in presenza di almeno quattro requisiti minimi essenziali:

  • titolarità individuale (e non familiare): individualità
  • residenza e non cittadinanza, ponendo un vincolo di residenza di almeno 6 mesi per tutti (da discutere); residenzialità;
  • inesistenza di contropartite ovvero di precondizioni comportamentali per accedere all’assegnazione: incondizionabilità;
  • il finanziamento è a carico della collettività nel suo complesso secondo regole di progressività fiscale: fiscalità generale progressiva.

Oltre a questi requisiti, sulla base delle osservazioni fatte, sarebbe auspicabile aggiungere anche quello dell’universalità. Ma come abbiamo detto, è possibile, a questo riguardo, pensare ad un’introduzione graduale (vedi punto 5), ovvero, come proposta esemplificativa, pensare inizialmente a garantire un reddito continuativo a colui/colei che si trova in una situazione di disoccupazione e/o che percepisce un reddito non continuativo o continuativo, comunque non superiore, inizialmente, ai 25.000 euro imponibili individuali all’anno.

2. Individuazione delle controparti

Se il reddito di esistenza è dato dalla somma di due componenti, una di integrazione salariale, l’altra puramente reddituale, i referenti a cui chiederlo sono diversi.

2.1. La rivendicazione salariale

Per la parte di integrazione salariale, per i precari, gli intermittenti, i disoccupati, e i lavoratori “poveri” la controparte è costituita dai diretti datori di lavoro.  Ma l’individuazione di un “padrone” non è di per se sufficiente a sviluppare una vertenza rivendicativa. Al riguardo, occorre come minimo, individuare tre condizioni base:

1.      esistenza di contrattazione sindacale

2.      esistenza di una catena di subfornitura

3.      esistenza di sola contrattazione individuale

Laddove esistono forme di contrattazione sindacale, la tutela del salario e delle garanzie relative alla dignità del lavoratore/trice è demandata alle rappresentanze sindacali esistenti. Esse dovrebbero essere in grado di individuare la controparte datoriale e gli strumenti più opportuni per raggiungere gli scopi prefissi in termini di mantenimento e allargamento del potere d’acquisto salariale diretto e della componente differita. La recente vertenza degli autoferrotranviari, nonché dieci e più anni di politica concertativa a perdere hanno dimostrato ampiamente l’incapacità e la non volontà da parte dei sindacati confederali di perseguire tali obiettivi. Si manifesta in tutta la sua gravità l’esistenza di una questione sindacale italiana, declinabile da un lato nella totale mancanza di una democrazia sindacale nei luoghi di lavoro che impedisce di fatto l’azione sindacale di base, dall’altro nell’elevata frammentazione degli stessi sindacati di base e conflittuali. Il risultato congiunto è la grande difficoltà di promuovere processi  di auto-organizzazione dei lavoratori/trici in grado di sviluppare nuove forme di conflitto e di rappresentanza[3].

Laddove, invece, l’attività lavorativa è inserita in un processo produttivo strutturato su filiere e catene di subfornitura nazionale e internazionale, la dimensione di riferimento della rivendicazione salariale assume immediamente una connotazione sovranazionale. L’individuazione della controparte si basa sull’analisi dei centri di comando e di direzione indiretta del processo produttivo e non solo dall’unità produttiva da cui si dipende in modo diretto.L’ambito europeo diventa in un simile contesto il referente d’obbligo. Le forze sindacali antagoniste, i diversi collettivi che operano sul tema della precarietà e del lavoro migrante sono in grado di sviluppare forme di coordinamento tra i vari nodo che costituiscono la catena della subfornitura? E’ questa una condizione essenziale perché, da un lato, sia possibile sviluppare una forte carica conflittuale e, dall’altro, impedire che sulla divisione tra ambiti nazionali e/o locali si sviluppa un processo di frammentazione e competizione inerna alla filiera produttiva e quindi di dumping sociale[4].

Laddove, infine, non c’è possibilità di intermediazione sindacale, a livello di singola unità o di filiera produttiva, perché vige la sola contrattazione individuale, la possibilità di poter incidere sulle proprie condizioni di lavoro e di salario dipende dalle condizioni di supporto esistenti al di fuori dello stretto ambito lavorativo. In un simile contesto, l’individuazione della controparte non è sufficiente ne è spesso possibile. E’ questa la condizione di maggior ricattabilità, per la quale lo sviluppo di potere contrattuale, necessariamente individuale , è tanto più forte quanto maggiore è il supporto che si sviluppa nell’ambito territoriale di riferimento, ovvero maggiori sono le reti di sicurezza e protezione esistenti e maggiori sono le garanzie di reddito e socialità.

Queste veloci considerazioni evidenziano che l’esistenza di modelli organizzativi plurali e variegati impone un diverso modo dell’operare sindacale, altrettanto flessibile e variegato, in grado di operare nella pratica quotidiana dell’agitazione sindacale, sia all’interno dei luoghi di lavoro sia, soprattutto, sul territorio circostante, in grado di sviluppare reti si supporto e di sostegno, capacità di incidere e colpire le controparti aziendali e territoriali, tramite strutture organizzative agili, più a contatto con le soggettività del lavoro e meno burocratizzate e distanti di quelle attuali.

2.2. La rivendicazione di continuità di reddito e di reddito d’esistenza

Il reddito d’esistenza e la continuità di reddito non sono altro che il riconoscimento e la remunerazione di quella cooperazione e produttività sociale che scaturisce dal solo fatto di esistere e di operare su un territorio. Come già ampiamente sottolineato, si tratta di attuare un processo di redistribuzione sociale del reddito indipendente dalla condizione lavorativa e dalla regolazione salariale esistente.

Tale redistribuzione, quindi, deve attingere ad un fondo sociale creato appositamente a questo scopo, finanziato da coloro che gestiscono direttamente i flussi economici e finanziari del territorio in questione. Essi sono le organizzazioni padronali, il sistema finanziario e il sistema della rendita immobiliare, commerciale e altra. Sono a costoro che dobbiamo estorcere il denaro per finanziare il reddito di esistenza. Essi rappresentano la controparte economica, a cui però è necessario aggiungere la controparte politica, costituita da coloro che gestiscono il potere politico del territorio, spesso in forte collusione con quello economico[5].

Il finanziamento di questo fondo – denominato Fondo per il reddito di esistenza – si basa, così,  sulla tassazione degli utili derivanti dalla gestione dei flussi economici principali. Più in particolare:

  • per quanto riguarda il profitto delle imprese, un addizionale regionale sull’Irpeg;
  • per quanto riguarda la rendita finanziaria, l’introduzione di una sorta di Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, gestite, come contraente, da una banca, o da una Sim, che opera sul territorio
  • per quanto riguarda la rendita immobiliare, è possibile ipotizzare una sorta di progressività nelle aliquote Ici, che differenzi tra la proprietà di chi ci abita e la proprietà di chi specula (società immobiliari, ecc.) e l’introduzione di una Iva differenziata a carico del venditore, se il venditore è una società immobiliare, per colpire gli incrementi di valore che si realizzano nella compravendita.
  • per quanto riguarda la grande distribuzione, l’introduzione di una tassa sul terreno occupato dal centro commerciale a carico della società di distribuzione, sia che esso sia di sua proprietà o in affitto.
  • per quanto riguarda, infine, l’intercettazione del reddito che deriva dalla funzione di comando e di logistica che viene svolta nei diversi territori, con diverso grado di incidenza, diventa sempre più necessaria una riforma dell’Irap, ovvero l’imposta regionale sulle attività produttive. Oggi il 90% dell’Irap viene utilizzato per finanziare quel (poco) che resta del servizio sanitario nazionale a livello regionale. Sarebbe auspicabile, che il sevizio sanitario pubblico – come gli altri servizi primari (istruzione, giustizia, trasporto, ecc.) venissero finanziati con entrate fiscali statali e non regionali, così da liberare risorse per il finanziamento dei servizi sociali locali di natura suppletiva o di integrazione.

In conclusione, la nostra proposta è di proporre un pacchetto di misure, costitite dall’introduzione di un reddito di esistenza monetario con l’aggiunta di servizi primari da declinare su scala municipale, in aggiunta ad un livello base fornito a livello nazionale e europeo. In altre parole, proponiamo che venga istituito un nuovo concetto di welfare, basato sull’idea di FlexIcurity, ovvero, la combinazione differenziata di reddito continuativo con servizi primari (casa, trasporto, istruzione, formazione, informazione).

Il pacchetto di riforma fiscale prima abbozzato ha da un lato lo scopo di garantire continuità di reddito monetario tramite il Fondo per il reddito di esistenza, utilizzando i proventi dell’Ici progressiva, della Tobin Tax regionale e della Tassa sulla rendita commerciale, mentre, dall’altro, l’offerta di servizi primari in termini reali può essere finanziati con l’addizionale Irpef regionale e i proventi dell’Irap.

La domanda che ci poniamo è: è possibile aprire una vertenza territoriali su questi punti? Noi crediamo di sì e che sia giunta l’ora.

Le parole d’ordine potrebbero essere:

  • Diritto alla scelta del lavoro
  • Garanzia di reddito a tempo indeterminato
  • Per una flessibilità libertaria, attiva e dal volto umano.

 

3. I soggetti in lotta

In questa sede possiamo immaginare solo i soggetti potenziali: sono tutti i lavoratori/trici precari e non.. Quelli reali, sono coloro che stanno portando avanti la lotta, dai precari Tim, a quelli Inps, alle educatrici della scuola, ai ricercatori (Istat e Universitari), a quelli dell’Alitalia e delle società di catering, ai lavoratori della grande distribuzione, oltre agli autoferrotranviari, ecc., ecc.

Il problema è che spesso queste lotte sono frammentate e non in comunicazione fra loro e sono inesistenti a livello mediatico. La lotta degli autoferrotranviari ha avuto risalto nazionale perché ha colpito nel vivo uno dei colli di bottiglia della produzione reticolare post-fordista: il trasporto delle persone.

Tuttavia, le recenti esperienze di microconflittualità e le inchieste in corso stanno evidenziando il sorgere di una sorta di “identità precaria”, che tende ad accomunare le diverse soggettività interessate. Se sino a qualche anno fa, il termine “precario” veniva considerato insultante dagli stessi che vivevano una condizione di precarietà e il termine “cognitario” appariva ai più come qualcosa di incomprensibile e privo di significato, oggi sempre più spesso si assiste ad una sorta di rivendicazione positiva della condizione di “precarietà” e di “cognitariato”, quasi ad indicare un processo di maggiore consapevolezza e coscienza del proprio sfruttamento: si tratta di una condizione fondamentale e imprescindibile per la ripresa della conflittualità sociale su larga scala[6].

Dobbiamo cominciare a ragionare su nuove forme di lotta in grado di fare “male”, di colpire la produzione non solo sul luogo di lavoro (spesso e sempre più fuggente), ma sul territorio. L’equivalente dello sciopero generale di 30 anni fa quando si bloccavano con i picchetti le fabbriche, è oggi il blocco del territorio. L’ideale (ben lungi dall’essere raggiunto, ma non impossibile) sarebbe il contemporaneo blocco nel trasporto delle persone, delle merci e dei flussi informativi. Solo in questo caso, la produzione materiale e immateriale e il consumo vengono interrotti. Gli strumenti più adeguati al riguardo sono quelli dei “piqueteros” e degli “hackers”: blocco dei mezzi pubblici, blocco delle principali arterie del traffico cittadino, sabotaggio dei server informatici pubblici e privati.

Occorre continuare a fare agitazione sindacale dal basso, quasi come in una situazione ottocentesca, quando c’erano gli operai di mestieri. Occorre fare mediattivismo sindacale e creare reti e nodi di comunicazioni. Occorre cercare di coordinare, non dirigere, le lotte in corso e fomentarne di nuove. Occorre porre obiettivi praticabili e comprensibili. Occorre sognare.

 

Tratto dalla rivista Posse – 2006

 


[1] Tale somma deriva dalla media degli standard di vita in tutto il paese. Se si considerano le diverse aree territoriali, essa diventa prossima agli 650 euro al Nord e di poco superiore ai 400 al Sud. Inoltre, occorre considerare che tale somma varia all’aumentare dei componenti della famiglia, con un aumento meno che proporzionale. Ad esempio, per una famiglia di 4 persone (due adulti e due bambini), la soglia di povertà relativa è calcolata in 1342 euro mensili netti, il che equivale ad un reddito imponibile lordo famigliare di circa 29.000 euro (cfr. Istat, La povertà in Italia nel 2002, 22 lug. 2003, Roma, pag. 8,  reperibile all’indirizzo Internet: www.politichesociali.com/files/documenti/poverta2002.pdf).

[2] cfr. Istat, La povertà in Italia nel 2002, 22 lug. 2003, Roma, pag. 8,

[3] Il caso degli autoferrotranviari non è purtroppo isolato. La pratica sindacale di firmare contratti al ribasso e dividere poi i lavoratori è prassi consolidata in quasi tutti i settori, dall’editoria (si veda il caso Rcs, descritto da C.Morini, cfr. C.Morini, “Sono una giornalista, non una giornalaia”, in Posse, marzo 2003) al comparto metalmeccanico ad altri, a prescindere dal tipo di prestazione lavorativa erogata. Ne consegue che sempre più oggi la funzione politica dei sindacati confederali è quella di sviluppare strumenti di controllo sociale delle potenziali conflittualità che serpeggiano nei diversi ambiti di lavoro. E’ forse questa la vera questione sindacale italiana.

[4] Il caso delle Acciaierie di Terni è al riguardo emblematico. Il gruppo Thyssen-Krupp procede ad una ristrutturazione finalizzata ad acquisire tecnologia (e non per far fronte ad una crisi congiunturale) dopo aver comporato l’impianto di Terni per un valore inferiore di 4/5 al suo effettivo valore, grazie alle politiche di svendita e di privatizzazione che regolano i mercati europei, a partire dagli accordi di Cardiff (al riguardo, cfr. A.Fumagalli, “Gli accordi di Cardiff e il processo di liberalizzazione dei mercati in Europa” DeriveApprodi, n. 21). La forte reazione operaia e cittadina è riuscita a dilazionare nel tempo la chiusura degli impianti, ma è evidente che tale lotta rimarrà sempre sulla difensiva (e quindi destinata alla sconfitta) se non riuscirà a denunciare e a mettere in crisi l’intero piano strategico della Thyssen-Krupp grazie allo sviluppo di lotte coordinate da parte ei lavoratori di tutti gli impianti siderurgici controllati dal gruppo tedesco.

[5] Anzi, spesso, come nel caso di Milano, il potere politico è diretta emanazione dei potere economici forti.

[6] Durante l’incontro svoltosi a Pisa il 20 e 21 febbraio 2004, la definizione e la declinazione delle nuove forme soggettive dell’identità precaria sono state al centro della discussione, dopo la relazione introduttiva di Cristina Morini e Gigi Roggero.