Metropoli inchiesta precariato


Andrea Tiddi, Agostino Mantegna

Appunti e riflessioni sul metodo dell’inchiesta sul precariato metropolitano

Il metodo della conricerca denuncia esattamente questa assunzione aprioristica e ipostatica della preminenza del sistema rispetto al soggetto. L’obiettivo dell’inchiesta non è quello di acquisire una conoscenza astratta e formale dei processi, bensì una conoscenza pratica delle istanze del soggetto, del lavoro vivo assunto come portatore di indicazioni strategiche, del suo rifiuto (implicito ed esplicito) delle articolazioni sistemiche del capitale e del loro ordine formale, rifiuto che definisce le traiettorie della soggettivazione antagonista del lavoro vivo, delle sue diserzioni come momenti di autovalorizzazione, comuni, collettivi. La sola politica che aveva diritto d’espressione nella fabbrica era quella del comando sul lavoro vivo, del comando del processo meccanico come qualcosa di esteriore rispetto al lavoro vivo, e il lavoro vivo come qualcosa di irriducibile di fronte all’automatismo dell’apparato meccanico. La direzione del processo concreto è lasciata all’ingegno della forza lavoro.

Il lavoro cambia. Ossia di fronte al divenire sempre più immateriale del lavoro, al suo divenire con ciò pienamente sociale. Lavoro flessibile, lavoro atipico, lavoro postfordista sono concetti che guardano alla medesime realtà, ad un lavoro di servizi, modulare e immateriale. Un lavoro che soddisfa bisogni sociali, che produce “beni comuni”, servizi che sono a fondamento della costituzione materiale del vivere in comune, del vivere in società.

Per iniziare un ragionamento sulle modalità d’inchiesta è, innanzitutto, necessario diradare alcuni pregiudizi formalistici provenienti dalla sociologia accademica che spesso sono motivo di fraintendimento anche per i militanti che si accingono al lavoro di inchiesta-intervento (di ‘conricerca’, per dirla altrimenti). Questa presentazione ci permette di esplicitare gli obiettivi d’inchiesta e di tracciare una linea divisoria netta tra le intenzioni della pratica militante che si serve del metodo della conricerca e quelle dei metodi accademici. Dietro queste differenti intenzioni, quella della sociologia accademica e quella militante, dietro questi moventi della ricerca, si nascondono differenti pratiche, diverse esigenze, e obiettivi politici inconciliabili. La critica al formalismo accademico non è una critica di metodo in sé, non è una critica dal punto di vista del metodo “più corretto”, “più vero”, ma una critica che mette al centro gli obiettivi che con questa o quell’altra metodologia di ricerca si intendono raggiungere e su quelli che, invece, si intendono elidere.

Il metodo accademico mette al centro il processo e il suo funzionamento. Questo formalismo sociologico rincorre una verità sistemica, opera una descrizione formale del sistema, e si tiene sul ragionamento del suo puro funzionamento oggettivo. L’elemento politico-strategico di questa ricerca è evidente: considerando la fenomenologia del puro funzionamento del sistema la sociologia accademica trova il modo per non mettere mano alla questione dei soggetti che muovono il sistema stesso. Non solo la scienza sociale si esime in questo modo dal porre sotto giudizio il sistema (ossia il rapporto di sfruttamento che ne spiega il funzionamento e ne definisce l’ordine), ma sospende anche la questione della sua trasformazione (dell’eliminazione dello sfruttamento), che per noi è, invece, centrale e urgente. La sociologia, in questo modo, non può che esplicitarsi come pratica che subordina il soggetto alle esigenze di riproduzione autocratica del sistema. Non c’è politica che possa darsi a partire da ciò se non quella della sottomissione dell’elemento soggettivo alle esigenze di riproduzione sistemica.

L’inchiesta intende partire da esigenze assolutamente diverse. Per essa si pone evidentemente il problema opposto rispetto ai principi formali della sociologia, che è cioè quello di favorire la costituzione autonoma dei soggetti e la loro espressione politica diretta. Ogni processo di produzione sociale è mosso da soggetti concreti, reali, che dentro la configurazione del sistema produttivo fanno esperienze, assumono criteri di valutazione, dispiegano certi comportamenti anziché altri. Queste linee della soggettività nel processo sono occultate dal metodo formalista per il quale il soggetto non è che una variabile integrata, e vieppiù passiva, del funzionamento oggettivo del sistema. Il metodo della conricerca denuncia esattamente questa assunzione aprioristica e ipostatica della preminenza del sistema rispetto al soggetto. Denuncia praticamente la valutazione implicita e oggettivata nei metodi di ricerca che l’accademia propone quale soluzione ideale di conoscenza. “Praticamente” perché pone da subito come centrale la comprensione non della forma sistemica, ma del movente soggettivo che la anima, che le dà vita e movimento. In termini ancor più radicali, possiamo dire che la conricerca vede il soggetto come fondamento del funzionamento del processo, non solo in quanto esso opera dentro il sistema e ne muove la dinamica, ma in quanto è il sistema stesso che si è formato, trasformato, adeguato alle caratteristiche del soggetto. Il sistema si struttura a partire dal soggetto, si sostanzia nelle relazioni reali tra soggetti.

E’ qui che è utile assumere quel livello di critica dell’epistemologia esplicitato da Michel Foucault, una critica centrata sul rapporto “microfisico” tra sapere e potere, tra soggetto e potere. Soprattutto perché in esso si mette in luce la dinamica contraddittoria tra il soggetto (con le sue pratiche) e i dispositivi di potere (in quanto dispositivi di formalizzazione sistemica, di “sistematizzazione”). Sono, d’altro canto, rilevanti tutte quelle riflessioni che, come per Michel De Certeau, pongono l’accento sul carattere di “invenzione” dell’attività sociale generica, extrasistemica, proletaria. L’invenzione produce qualcosa di nuovo di cui il potere ha bisogno per innovare le sue procedure e ristabilire la sua legittimità, ma chi produce questo qualcosa è una cooperazione non determinata da maglie sistemiche, non programmata, spontanea e permanente: l’innovazione è dentro i percorsi più propri del vivere-in-comune, la sua produzione è da essi inseparabile, è però appropriabile dai poteri sistemici.

L’accademia è uno di questi poteri – un potere che conosce attraverso una pratica di permanente sottomissione e sussunzione dei saperi dei soggetti nelle esigenze di riproduzione del sistema. Da questo punto di vista è la stessa struttura accademica a dover essere posta sotto accusa epistemologica, ma questo praticamente, mostrando un’altra soluzione già in opera. Una critica, quella che promuoviamo, che assume i soggetti quali referenti di verità. La verità dei soggetti, il loro modo di esperire, percepire, comprendere e trasformare la realtà: la critica epistemologica è qui già immediatamente una questione politica.

Oggi che, nella configurazione postfordista del lavoro, i processi di produzione si sono ristrutturati esattamente sulle qualità soggettive del lavoro vivo, un lavoro vivo oltremodo socializzato e generalizzato, questa dinamica contraddittoria tra le linee di autocostituzione del soggetto e la ristrutturazione del sistema su queste striature soggettive è un punto evidentemente decisivo. Porre in posizione centrale il soggetto in quanto tale e non solo in quanto parte di un sistema di ruoli, comprenderlo nelle sue dinamiche di autovalorizzazione, non a caso dovrebbe essere – e spesso lo è – un’esigenza tanto degli scienziati del management quanto dei militanti politici. I primi perché da questa conoscenza traggono informazioni sulle linee possibili della ristrutturazione, sulla possibilità di mettere a valore i soggetti, la loro cooperazione. I secondi perché, al contrario, indagano questa conoscenza immanente ai soggetti per trarre indicazioni strategiche e politiche dai comportamenti spontanei, dai fenomeni d’aggregazione, d’autovalorizzazione, indicazioni per la prassi, per l’intervento politico. Indicazioni sul modo con cui i soggetti percepiscono la propria condizione e su come provano e riescono a contrastarne gli elementi negativi o a valorizzarne quelli positivi. L’obiettivo dell’inchiesta non è quello di acquisire una conoscenza astratta e formale dei processi, bensì una conoscenza pratica delle istanze del soggetto, del lavoro vivo assunto come portatore di indicazioni strategiche, del suo rifiuto (implicito ed esplicito) delle articolazioni sistemiche del capitale e del loro ordine formale, rifiuto che definisce le traiettorie della soggettivazione antagonista del lavoro vivo, delle sue diserzioni come momenti di autovalorizzazione, comuni, collettivi. Questa differenza tra formalismo sociologico e inchiesta-intervento non dovremmo mai stancarci di sottolinearla teoricamente e di affermarla praticamente.

 

Parole, potenza e crisi

Il linguaggio è una sintesi sociale di tempo comune, di lavoro sociale. Il linguaggio è un flusso di lavoro sociale che condensa esperienze, passioni, modi di sentire e d’essere. Il linguaggio che dovremmo riuscire a costruire durante l’attività d’inchiesta, a differenza di quello del management delle risorse umane, col quale pure sembra condividere uno stesso campo di interesse – ossia i processi costitutivi e produttivi della soggettività del lavoro vivo -, non è un linguaggio formale e individualizzante, ma un linguaggio aperto ai momenti d’espressione comuni e spontanei con i quali i soggetti precarizzati articolano la loro percezione-valutazione-azione rispetto al contesto. Bisogna assumere i soggetti come portatori di una conoscenza reale del  processo, una conoscenza che si produce nella loro esperienza di vita. La raccolta di informazioni, valutazioni e comportamenti dei precari è un momento di conoscenza decisivo per la riuscita dell’inchiesta, per determinare la sua articolazione d’intervento politico. Il linguaggio dell’inchiesta è un linguaggio dell’autovalorizzazione del soggetto evidentemente differente e contrapposto a quello dell’autovalorizzazione del capitale.

Qui è indispensabile trovare un nome che esprima il legame comune che attraversa i soggetti, che dia una base linguistica concreta alla comunanza tra i precari, alla prossimità delle loro condizioni e dei loro interessi. ‘Precari’ è un nome comune. Precari rispetto alla possibilità di progettare un’esistenza a lungo termine che non sia la somma infinita di prestazioni saltuarie e interrotte, di pensare un proprio progetto di vita pieno. La crisi è l’orizzonte esistenziale, ontologico, del precariato. In questo contesto di crisi l’individuazione di momenti di separazione e di convergenza, di miseria e di ricchezza, tutto quanto costituisce la carne, il sangue e la materia grigia del precariato è centrale per l’attività d’inchiesta.

I “nomi” che andiamo cercando sono parole che esprimono i flussi di percezioni e i modi di sentire comuni in questa condizione di “equilibrio instabile” che è la precarietà. Sentire il rischio, lo spaesamento, la dispersione, l’insicurezza, l’inadeguatezza, l’incertezza, e cogliere l’attualità dei loro rovesci di comportamento, il costruirsi reti di protezione, la scoperta di nuove forme mutualistiche. Si tratta di costruire su questo sentire e questo conoscere dei precari, si tratta di rovesciare le presenti passioni tristi in costruzioni di possibilità, in costrutti dinamici. Si tratta di “darsi un nome”. Riuscire ad articolare dei nomi comuni. E’ da questo punto in poi che il discorso non solo assume il carattere di prodotto collettivo, ma prende specificamente carattere antagonistico. Il punto di vista oggettivo sul contesto viene qui stravolto, ed è conquistato alla ricchezza dei soggetti. Il mondo deve essere ribaltato. La conricerca è la lente ottica che ci permette questo ribaltamento, là dove la precarietà subita (oggettivata) si rovescia in precarietà agita (soggettivizzata), dove “ciò che è comune” diventa carattere distintivo, che differenzia sia oggettivamente che soggettivamente da “ciò che non è comune”, che non parte né giunge a momenti di comunanza, che sono prefigurazioni di un essere-in-comune possibile e pensabile sul soggetto contemporaneo.

Le esperienze di questa flessibilità, le biografie che raccolgono la pluralità e la vitalità di questi elementi costitutivi dell’essere precario, diventano momenti comuni di conoscenza. Partendo da esse potremo articolare una biografia collettiva del soggetto precariato. Fare inchiesta serve a questo,  serve a costruire uno spazio comune, un punto focale nel quale far convergere l’agire e il sapere collettivo, per soddisfare il ‘bisogno di comune’ dei precari, il bisogno di riconoscersi collettivamente, di agire insieme, di esprimere il proprio antagonismo. Si tratta di costruire le parole usando la materia delle passioni, delle percezioni, dell’espressione, dell’antagonismo. Usare e creare linguaggio, mettere in comune le passioni del precariato, puntare sugli elementi trasversali per creare un luogo dell’intendersi, un’intendersi giocato sul concretamente comune, su ciò che è comune al lavoro sociale.

L’inchiesta dovrebbe costantemente segnalare quei tratti che tendono verso una generalità, ossia che possono essere assunti come tratti comuni del precariato. Ogni singolarità del precariato è in sé tratto di una condizione diffusa, generale. Un lavoro d’inchiesta dovrebbe essere in grado di intercettare questi tratti comuni alla condizione precaria, le generalità singolari del precariato, il comune come tensione, ossia ciò che definisce il precariato come soggetto.

Quello dell’inchiesta è un approccio dinamico che non si chiude nella rappresentazione del reale, ma che vi interviene, e trasforma, crea, sperimenta mentre osserva. Un approccio che, non solo di coglie, ma è esso stesso espressione della potenza del soggetto, suo linguaggio, un’articolazione espressiva attraverso la quale produce realtà, attraverso cui trasforma la realtà. Un linguaggio che possa essere il modo d’espressione proprio dei precari, del loro comune antagonismo. Quindi l’inchiesta come pratica di emersione dell’essere-in-comune dei precari e come pratica di espressione-costruzione del loro antagonismo.

 

Composizione tecnica e composizione politica

Il contesto sociale e produttivo postfordista mostra una realtà profondamente mutata rispetto al quello nel quale prendeva vita l’inchiesta operaia negli anni Sessanta, l’inchiesta dei Quaderni Rossi. Un’esperienza, quest’ultima, alla quale spontaneamente siamo portati a riferirci, non foss’altro perché essa rappresenta un precedente storico ancora insuperato per potenza interpretativa e capacità di trasformazione, ma che oggi ha bisogno di essere reinventata.

L’inchiesta operaia, negli anni dell’espansione del modello fordista, assegna centralità analitica al concetto di composizione organica del capitale, attraverso cui comprende il processo di capitale come un antagonismo permanente tra apparato tecnico rappresentato dall’insieme delle condizioni oggettive che formano il capitale – come l’organizzazione dei ruoli, dei tempi e degli spazi di produzione, le macchine, ecc. (ossia quella che veniva detta composizione tecnica del capitale) – da ciò che costituisce l’operaio in quanto soggetto, quell’irriducibile, ma non eliminabile, alterità con la quale la direzione e il comando del processo devono confrontarsi costantemente, il soggetto con la sua politicità, con proprie forme di organizzazione spontanea, con proprie rivendicazioni e forme di lotta e di rifiuto (ossia la sua composizione politica). Nel contesto fordista nel quale queste concettualizzazioni sono nate la distinzione tra momento tecnico e momento politico aveva un indubbio valore pratico e rispondeva a una realtà concreta, la realtà della fabbrica, spiegava il processo a partire dalla separazione strutturale tra fabbrica e  società, tra struttura tecnica del capitale e istanze soggettive di autovalorizzazione sociale.

Prendendo atto del cambiamento che nella struttura del lavoro è stato introdotto dalla ristrutturazione postfordista dei processi produttivi, si capisce come l’assunzione acritica di queste categorie possa farci incorrere in gravi distorsioni prospettiche, ma, d’altro canto, anche privarsi completamente di questi strumenti concettuali può significare limitare le possibilità di comprensione concreta del rapporto di sfruttamento tra capitale e lavoro vivo, concretezza che rappresentava il carattere più interessante di quello sforzo concettuale operaista. L’inchiesta postfordista deve comprendere cosa di questo armamentario concettuale si può portare dietro, e con quale utilità.

Oggi distinguere tra un aspetto soggettivo e uno oggettivo, tra un aspetto politico e uno tecnico della composizione del capitale non è facile, forse non è più possibile. Questa difficoltà risiede principalmente nelle mutate condizioni di produzione che il postfordismo ci presenta rispetto al contesto di fabbrica. Il fordismo vedeva l’incontro tra i due momenti della composizione del capitale come qualcosa di necessariamente forzato, una irriducibile distinzione tra un interno e un esterno dal processo, tra un dentro e un fuori la fabbrica. La struttura tecnica, quando assumeva dentro di sé il soggetto operaio, lo faceva a scapito della sua singolare possibilità d’espressione, della sua autonomia soggettiva, della sua capacità politica, le quali potevano darsi solo come esteriorità del soggetto rispetto al processo “razionalizzato” della linea di produzione. La sola politica che aveva diritto d’espressione nella fabbrica era quella del comando sul lavoro vivo, del comando del processo meccanico come qualcosa di esteriore rispetto al lavoro vivo, e il lavoro vivo come qualcosa di irriducibile di fronte all’automatismo dell’apparato meccanico. L’articolazione tecnica del processo lavorativo è progettata dal capitalista. E’ il capitalista che definisce la forma del processo lavorativo fordista, e con essa impone al lavoro vivo la sua razionalità produttiva, la definizione dei ruoli e funzioni.

Nel postfordismo, con l’affermarsi di processi di valorizzazione del capitale centrati sulla autovalorizzazione delle soggettività sociali, non c’è più nulla che non sia dentro il processo di capitale (si parla a proposito di sussunzione reale del lavoro nel capitale). Eppure, da un altro punto di vista, non c’è più nulla che non sia fuori dall’integrità del lavoro vivo, compresi gli strumenti di produzione, compreso l’apparato di organizzazione del processo che è sempre più determinato dal libero cooperare dei lavoratori piuttosto che da un piano organico progettato e imposto dal capitalista (almeno per ciò che concerne i processi lavorativi immediati). Il lavoro vivo è diventato esso stesso centro produttivo articolato, convergenza di capacità organizzative, direttive, operative, in breve lavoro immateriale, non semplicemente portatore di forza fisica, ma elemento base di una forza di cooperazione integrale. Ciò che resta fuori dall’organizzazione del processo lavorativo diretto (obiettivi di produzione in primo luogo) è il capitale stesso.

Nel postfordismo la divisione tra “tecnico” e “politico” sfuma fortemente e, d’altro canto, entrambi gli aspetti della composizione del lavoro sociale si presentano permanentemente esteriori rispetto al rapporto di capitale, il quale può ancora comprenderli in sé soltanto forzando l’autonomia costitutiva di forze produttive largamente socializzate. Lo sviluppo delle forze produttive è, in certa misura, piuttosto esterno al capitale, esterno rispetto ad un comando ridotto a puro comando finanziario, in pratica esercitato attraverso la discrezionalità sull’erogazione dei fondi, con il controllo sugli stanziamenti monetari e sugli investimenti finanziari. Per la forza lavoro l’obbligo a sottomettersi, la coazione a ubbidire, ad accettare le condizioni di riproduzione del capitale, dipende dal puro calcolo economico delle opportunità di profitto. Si lavora e si produce sotto il comando diretto del mercato e della sua variabilità. La flessibilità contrattuale si comprende in relazione all’instabilità e fluttuazione dei mercati postfordisti, in relazione all’esigenza di investire su progetti che non possono avere come riferimento nessuna continuità del processo, ma che sono piuttosto condizionati da queste oscillazioni.

Si è prodotta una rottura decisiva rispetto al lavoro che caratterizza il contesto fordista. La direzione del processo concreto è lasciata all’ingegno della forza lavoro. Il lavoro è portato fuori dai centri di lavorazione stabili e delimitati, fuori dalla fabbrica, verso il territorio, coinvolgendo in questo out sourcing agenti esterni in relazione solo temporanea. Questa dislocazione della produzione pone questioni inedite per l’inchiesta la quale dovrebbe continuamente misurare la tensione dei soggetti alla riappropriazione comune di beni e di ricchezze – questione che qui sembra completamente dislocata e decentrata rispetto al processo lavorativo. Il postfordismo vede fondersi apparato tecnico e soggettività dentro lo stesso orizzonte di autovalorizzazione, dentro una cooperazione diffusa centrata sulla comunicazione, sull’attività di servizio, sulle capacità linguistico-relazionali dei soggetti. Una cooperazione allargata sulla riproduzione della società in quanto tale, che coinvolge qualità fondamentali per il vivere in società.

Questa estensione sociale della cooperazione produttiva, questa articolazione dei rapporti di capitale sui rapporti spontanei e cooperativi del vivere associato, questa convergenza in un insieme produttivo, di passioni, intelligenza, macchine, corpi, forse non permette di utilizzare senza riserve la distinzione operaista tra composizione tecnica e composizione politica. Però ci consegna un potenziale e permanente orizzonte di lotta in cui il lavoro vivo assume su di sé gran parte dell’organizzazione del processo produttivo, una capacità di direzione e di discrezione sul processo immediato sconosciuta all’operaio fordista. Il capitale non deve poter più vantare nemmeno la sua utilità quale organizzatore del processo, perché tutto è già nelle mani del lavoro vivo sociale, l’organizzazione, la decisione sul processo immediato, la definizione delle relazioni tra i soggetti messi in produzione, la capacità produttiva nel suo insieme. La composizione politica è già parte della composizione tecnica del precariato, e viceversa. Questa dislocazione di un momento sull’altro indica una traiettoria di ricerca fondamentale, ossia il territorio, la metropoli, come luogo della convergenza dei momenti e dei soggetti.

 

Metropoli e impresa

Si è detto che bisogna “fare inchiesta”, ma ancora più specificamente si deve “fare inchiesta sul precariato”. Per chiudere questa presentazione di appunti preparatori per un percorso d’inchiesta ci sembra necessario delineare un quadro generale delle condizioni che introducono la precarizzazione nel mondo del lavoro. Anche se esposto a grandi linee e per nulla esaustivo dei temi che anticipa, questo exursus sulle trasformazioni postfordiste ci può essere utile per un inquadramento generale del percorso d’inchiesta oggi. Dobbiamo, perciò, darci come riferimento alcuni nodi problematici intorno ai quali raccogliere e far cadere il materiale d’inchiesta per procedere con una certa sicurezza operativa.

In primo luogo dobbiamo porci alcune domande. Cosa intendiamo con precarizzazione del lavoro? La precarizzazione è un processo che coinvolge il lavoro vivo ad un livello storicamente determinato della sua relazione con il capitale. La precarizzazione è un processo che ha avuto una nascita, uno sviluppo e un’affermazione concreta, reale, materiale. La precarizzazione è un processo oggettivo che coinvolge il lavoratore flessibile postfordista, ma è anche un processo di soggettivazione, crea la precarietà come sentimento comune tra coloro che a esso sono esposti.

Dal punto di vista oggettivo l’affermazione sociale del regime di prestazione lavorativa flessibile è stata coadiuvata dall’iniziativa legislativa – che ha reso possibile l’introduzione di contratti di prestazione flessibile – e dall’iniziativa imprenditoriale – che ha sottoposto a ristrutturazione l’intero apparato tecnico dell’impresa -. La legislazione e l’iniziativa imprenditoriale da sole non bastano a dar conto della nuova soggettività del lavoro vivo, è partendo dal soggetto che si può capire perché esse siano possibili. Evidentemente, se la legislazione introduce rapporti di lavoro flessibili e l’impresa si deterritorializza coinvolgendo nei suoi processi l’intero spazio metropolitano, è perché già c’è un soggetto reale sul quale è possibile sia la flessibilità del lavoro che la socializzazione territoriale della produzione.

Qual è, invece, la situazione dal punto di vista soggettivo? Il precariato, ovviamente, in questo contesto si presenta come soggettività reale, e non soltanto come riflesso oggettivo dell’iniziativa altrui. Un soggetto, nato dal rifiuto del lavoro fordista degli anno Sessanta e Settanta, sul quale, per determinate caratteristiche sociali che gli sono proprie, queste iniziative sono state possibili. E’ indispensabile introdurre le linee generali che definiscono il contesto nel quale il soggetto precario nasce, il contesto della produzione postfordista, un contesto che spiega non solo le condizioni entro le quali si dà la precarizzazione del lavoro vivo, ma anche le potenzialità di trasformazione proprie della soggettività precaria, imprescindibili per la definizione di un adeguato intervento politico (che dovrebbe essere l’obbiettivo ultimo dell’inchiesta e dell’autoinchiesta).

Negli ultimi decenni si sono affermate, in Italia come in ogni paese capitalistico avanzato, profonde e radicali trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della produzione. Si parla a proposito dell’avvento di una società postfordista per distinguere l’attuale organizzazione della produzione e del tessuto sociale che la sostiene da quella che ha caratterizzato il Paese negli anni del Dopoguerra, ovvero da una società incentrata su un’organizzazione del lavoro di tipo fordista.

Il lavoro cambia. Una prima, evidente, trasformazione si è avuta dal punto di vista quantitativo. La produzione, ad una prima osservazione, sembra espellere un gran numero di individui divenuti superflui e l’efficienza delle imprese operanti inizia a dipendere sempre più dall’introduzione massiccia di tecnologia avanzata. Si pensi, per esempio, al ruolo che nel cambiamento delle forme di organizzazione e di lavoro hanno assunto le tecnologie informatiche e la comunicazione. In questo contesto tecnologicamente avanzato ha acquisito rilievo il fenomeno detto della disoccupazione strutturale, nel senso che la produzione sembra prevedere la permanente esclusione di una parte consistente della forza lavoro disponibile dall’impiego.

Le categorie, però, vanno sempre sottoposte a verifica: il concetto di “disoccupazione” non fa eccezione. Questa drastica riduzione quantitativa della quota di lavoro impiegata in realtà nasconde, parallelamente alla riformulazione della produzione, una riformulazione anche del concetto di lavoro, e quindi di occupazione? Ciò che oggi è definito principalmente per negazione – il disoccupato come colui che non ha lavoro – può in verità essere compreso in positivo come parte di una trasformazione più generale dell’universo del lavoro e, quindi, attraverso categorie in grado di dare conto dei fenomeni emergenti. In sintesi: la “disoccupazione strutturale”, come categoria, nasconde nuove forme di impiego, l’emergere cioè di una fascia consistente e in continua crescita di lavoratori flessibili che male vengono compresi da quelle categorie costruite su quel lavoro a tempo pieno e indeterminato oggi sempre più raro.

Il concetto di disoccupazione, se era definito come negativo di quello di occupazione a tempo pieno, come può oggi comprendere la realtà delle forme di lavoro flessibile e “atipico” (come è significativamente definito dalla recente letteratura sociologica, anch’essa ancora forse troppo legata al lavoro “tipico” fordista)? Siamo di fronte ad una ulteriore trasformazione, questa volta di carattere qualitativo, del lavoro e della produzione. Ossia di fronte al divenire sempre più immateriale del lavoro, al suo divenire con ciò pienamente sociale. Un lavoro centrato sulla produzione di servizi, che non rappresenta né la “fine del lavoro”, né la sua semplice “terzializzazione”, ma un orizzonte prospettico completamente nuovo della trasformazione sociale. Lavoro flessibile, lavoro atipico, lavoro postfordista sono concetti che guardano alla medesime realtà, ad un lavoro di servizi, modulare e immateriale. Viene progressivamente meno il ruolo dell’organizzazione di fabbrica, la continuità del lavoro, la centralizzazione degli spazi e la scansione regolare dei tempi. La produzione è diffusa sul territorio, la sua organizzazione riguarda sempre più una rete di imprese, non necessariamente prossime da un punto di vista spaziale. I tempi si dilatano o si restringono, comunque non sono più regolarmente scanditi, né predefiniti, né predefinibili.

 

1. La ristrutturazione produttiva

Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta le fabbriche sono state sottoposte ad un processo di decentramento produttivo con il quale i padroni intendono rompere quell’unità di lotta della classe operaia che era stata favorita dalla concentrazione della forza lavoro dentro un unico spazio produttivo, la grande fabbrica. Questa fase, in cui parti della produzione dall’impresa centralizzata iniziano ad essere spostate verso sedi periferiche, è solo l’inizio di un generale processo d’esternalizzazione della produzione. Progressivamente parti del processo produttivo vengono, non solo assegnate a sedi periferiche, ma completamente appaltate ad agenti esterni all’impresa, formalmente non dipendenti da essa. E’ una tendenza generalizzata all’out-sourcing con la quale le imprese raccolgono a sé capacità produttive disperse sul territorio (dette esternalità positive) senza essere vincolate dalla assunzione stabile di queste dentro la struttura aziendale.

All’impresa rimangono soprattutto le funzioni amministrative e di comando, comando soprattutto di carattere finanziario, giocato sulla definizione dei programmi d’investimento. Le funzioni che l’impresa esternalizza, invece, sono prioritariamente le funzioni di servizio, le quali si condensano su quella fascia di servizi alla produzione, la quale a sua volta  si aggiungono, nella generale tendenza affermativa della produzione di servizi, ai servizi al consumo e alla persona, anelli più larghi della produzione dispiegata sui territori metropolitani. Intorno alla struttura centrale dell’impresa si formano agglomerazioni territoriali della produzione, concentrazioni sulla rete produttiva metropolitana, caratteristiche dell’economia dell’informazione e dei servizi. Il centro polare della produzione è rappresentato, dal punto di vista della concentrazione di capitale, dalle imprese che detengono il comando e le funzioni amministrative, mentre il lavoro vivo, formalmente disperso e frammentato sul territorio, è realmente unito nel respiro simultaneo che unisce i progetti appaltati alle entità produttive autonome.

 

2. Il precariato metropolitano

La metropoli è quindi lo spazio di articolazione del lavoro sociale precarizzato. Lì si muove il lavoro vivo in quanto la abita, in quanto la transita, in quanto vi opera e vi produce. Il territorio è la convergenza di vita e produzione. Qui lavoro e non-lavoro si confondono l’un l’altro. La metropoli, in quanto spazio di riproduzione e spazio di produzione, coincidenza di tempo di vita e tempo di lavoro, non può che essere anche lo spazio di convergenza delle energie disperse del lavoro sociale diffuso. Dall’estensione territoriale della produzione vediamo formarsi un precariato diffuso, un lavoro vivo soggetto ad un elevato turn-over, spazialmente e temporalmente mobile, impiegato in attività che richiedono una prestazione modulare, capacità di attivazione sulla modularità tipica del lavoro di servizio. Il precario opera in maniera discontinua e alternata, perché la sua prestazione è ormai soggetta al regime contrattuale flessibile, questo perché la sua attività è innanzitutto discontinua e flessibile rispetto al servizio che è chiamato a svolgere. La forma flessibile dei contratti corrisponde all’egemonia nella produzione di un lavoro vivo capace di svolgere attività di servizio, capace della discontinuità e modularità operativa propria dell’attività di servizio. L’attività di servizio non prevede continuità e standardizzazione delle procedure operative, è una continua modulazione tra operatore che fornisce il servizio e l’utente che ne riceve i benefici, è un rapporto modulare perché è immediatamente cooperativo.

Il lavoro dei servizi coinvolge qualità che nel modo di produzione fordista erano escluse dalla prestazione. Le sue procedure operative implicano comportamenti e attitudini che coinvolgono i piani dell’affettività, della corporeità, le capacità relazionali, le competenze comunicative e le dinamiche intellettive, qualità soggettive che definiscono un lavoro sempre più astratto, sempre più lavoro “in generale”, sempre più sociale, soggettivo, precario. Qualità soggettive che costituiscono il modo d’essere del lavoratore postfordista, qualità non riducibili al contesto di lavoro, ma che attraversano i territori del tempo generale di vita dei soggetti.

Questa interazione tra produzione di soggettività e produzione di merce, tra dinamiche di soggettivazione e dinamiche di riproduzione del capitale, tra qualità dei soggetti e qualità produttive, è sempre presente nel postfordismo, ed è il nesso che l’inchiesta dovrebbe comprendere e sciogliere. L’inchiesta dovrebbe comprendere proprio le filiere soggettive che conducono alla valorizzazione del capitale, la formazione della soggettività sociale messa in produzione, e soprattutto capire come questo frattale della produzione sociale può essere usato come leva dell’iniziativa di lotta del precariato, come esso può essere inceppato, deviato, ribaltato. Dovrebbe riuscire a decostruire la struttura e tentare le strade per ricomporre il soggetto. Dovrebbe riuscire a trovare il modo per il precariato diffuso di piegare verso un possibile le tensioni dell’esistente.

 

3. Cooperazione sociale diffusa

La produttività si estende  oltre il lavoro, oltre i ritmi e i tempi definiti del lavoro, un’estensione metropolitana della produzione che coinvolge tutti i soggetti, nella loro interezza, con loro dinamiche soggettive e qualità sociali. Si verifica un cortocircuito che sconvolge completamente i piani consolidati sui quali il capitale si è prodotto storicamente. Il tempo di vita, il tempo di non-lavoro dei soggetti, è immediatamente coinvolto nella produzione, una produzione che è già oltre il tempo di lavoro, uno spazio produttivo che già coincide con la metropoli in sé.

Su questo territorio striato dai canali della valorizzazione del capitale, le cui traiettorie sempre più tendono a coincidere con quelle che striano la metropoli e che definiscono i percorsi della vita nello spazio urbano, si formano sacche di forza lavoro precaria, forza lavoro potenzialmente in cooperazione. Un lavoro che soddisfa bisogni sociali, che produce “beni comuni”, servizi che sono a fondamento della costituzione materiale del vivere in comune, del vivere in società. La formazione, l’informazione, la comunicazione, la mobilità, la socialità, sono ambiti immediatamente coinvolti nella produzione di beni che soddisfano i bisogni di soggetti che si danno dentro una vita sociale. Beni che realizzano una produzione sociale di soggettività. Beni che costituiscono le fondamenta del legame sociale, la forza attrattiva che tiene insieme la collettività sociale. Si producono beni che incorporano ed esprimono relazioni, affetti, intelligenza collettiva. La cooperazione diffusa in una metropoli è una manifestazione di intelligenza collettiva dispiegata. E, proprio l’accesso a questi beni, viene continuamente negato al precariato. Il bisogno comune dei precari ad accedere alla ricchezza che egli stesso produce e che costituisce il nucleo stesso del loro essere-in-comune, la possibilità di un legame comune, è una traiettoria dell’antagonismo e dell’autovalorizzazione che l’inchiesta metropolitana potrebbe promuovere. Anche la proposta di un reddito di cittadinanza per tutti può essere letta in questo quadro di bisogni comuni, dove precarietà, metropoli e inchiesta s’incontrano, essa stessa potrebbe diventare un’ipotesi d’inchiesta e l’inchiesta uno strumento di agitazione.

Tratto da Infoxoa N° 16 – 2002