Mappe inchiesta e reddito


Sandro Gobetti

Dall’inchiesta sulla precarietà alla percezione di se, alla rivendicazione del reddito garantito.

Come nascono

Partivamo già da una esperienza di inchiesta nella metropoli romana. Si trattava, ai tempi (siamo alla fine degli anni ’90) di indagare, intervenendo politicamente, sulle trasformazioni del lavoro, sul nuovo soggetto emergente, il precario, sulle sue e nostre possibilità di intervento e rivendicazione. In quel periodo l’inchiesta, mai vissuta come sondaggio né come mera raccolta di dati, era per noi un vero e proprio terreno di intervento politico. Si trattava sì di indagare le trasformazioni nel mondo del lavoro, ma con i lavoratori, con i precari che emergevano, con i soggetti in agitazione laddove ve ne fossero stati. L’inchiesta operaia, nel suo senso più stretto. Quando, dunque, arrivammo alle mappe, avevamo già di fatto costruito una esperienza di inchiesta sul territorio, sulle trasformazioni produttive, sul soggetto precario. Le mappe furono un ulteriore passaggio. Spesso, quando si innescano questi processi conoscitivi e di intervento, una delle prime cose che salta agli occhi, in particolare sul tema della precarietà, è la necessità di narrazione del sé. O meglio, oggi forse possiamo dire: era la narrazione del sé, visto che la condizione di precarietà è ormai un dato introiettato come forma di organizzazione della propria vita. Insomma la narrazione, la necessità di parlare della propria condizione, spesso nascosta, vissuta come una sfiga, andava agita. La narrazione del sé era un modo di inchiestare il presente a partire dai soggetti. Le mappe – biomappe – sulle quali abbiamo sperimentato alcuni passaggi di intervento, nascevano proprio dall’evoluzione di questo racconto individuale e, allo stesso tempo, di massa. Abbiamo pensato fosse utile e necessario, nel grande racconto della contemporaneità e delle forme di intervento all’interno delle sue contraddizioni, dotarci di uno strumento, di qualcosa che fotografasse dall’alto alcune cose, lo spazio (metropolitano romano), il tempo (di lavoro e non lavoro), i desideri (su cosa intervenire), il metodo (come intervenire).

Una prima sperimentazione

La questione ruotava, quindi, intorno alla voglia di tracciare i percorsi della nostra quotidianità provando a prendere in prestito categorie politiche e urbanistiche, sintetizzando bisogni, necessità, motivazioni e desideri. Volevamo provare a vedere, al di là dell’ovvio (tanto ovvio da non dover essere criticato) quali tragitti, con quali motivazioni, per quali scopi e inseguendo quali bisogni, ciascuno di noi compiva. A questo scopo si sono individuate alcune dimensioni che sarebbero poi state riportate sulle mappe sia come tragitti che come tempo impiegato o dedicato alle varie attività: lavoro (eo ricerca del lavoro), affetti (e socialità), consumo, interessi, formazione. Innanzitutto quindi una mappa, quella di Roma per noi, così da poter osservare da un altro punto di vista lo spazio in cui ci si muove. Poi, attraverso una legenda di colori, abbiamo cominciato a disegnare tratte, percorsi, cicatrici. A un dato colore, corrispondeva una dimensione, un segno della nostra vita, un tempo nostro in relazione con lo spazio. Il nero per il lavoro, il rosso per la socialità, in blu i consumi, in verde gli affetti e così via. Ogni giorno avremmo dovuto segnare, per una settimana, i nostri percorsi temporali dentro un oggetto spaziale, la mappa. Oltre a questo avevamo a disposizione un altro strumento, in cui segnare le ore dedicate, cioè il tempo dedicato a ciascuna attività svolta (quante ore di lavoro, quante di socialità, quante di cura degli affetti etc.) e infine dovevamo segnalare i desideri, cioè come invece ci sarebbe piaciuto impegnare il tempo. A fare da cornice a tutto ciò, avevamo ragionato anche un questionario, che ci indicasse, ad esempio, quali fossero le rivendicazioni più significative per rispondere ai bisogni: il reddito garantito, una casa, maggiore formazione, più tempo libero etc. etc. Insomma, come per tutte le sperimentazioni, siamo partiti da un ragionamento, poi ci siamo dotati di uno strumento di base.

Una prima sperimentazione della biomappa (questo è il nome che le fu attribuito perché aveva l’obiettivo di andare a mappare la vita) la facemmo su noi stessi per capire cosa andava e cosa no. Ma la sperimentazione di maggior coinvolgimento fu quella realizzata dentro uno spazio occupato a Roma, insieme ad un trentina di compagne e compagni. Una mappa per uno e dopo una prima riunione, ognuno fece propria la sperimentazione. Fu così che questa forma di autoinchiesta prese vita. Ognuno fece la sua biomappa, tracciò la sua settimana a colori, ne evidenziò i percorsi, i tempi, le finalità, gli spazi. Ognuno giocò con i suoi pennarelli colorati a definirsi dall’alto, a narrarsi davanti ad uno specchio, con se stesso e se stessa. Iniziò un gioco in cui la mappa dava l’opportunità di prendere alcune misure, la possibilità di scoprirsi di nuovo, di guardare come trascorreva la giornata, la settimana, di quanto determinavamo la nostra vita in base alle nostre scelte o di quanto venivamo determinati da altri, dalle esigenze, dalle costrizioni, dai bisogni, dai doveri. I risultati furono estremamente significativi. C’era chi viveva il centro della città solo per andare a lavorare, ci passava tante ore ma non viveva lo spazio metropolitano centrale se non per attraversarlo; c’era chi viveva il viaggio all’interno della metropoli esclusivamente con finalità di riproduzione e consumo, girava la città come in un tour senza senso per centri commerciali; c’era chi non usciva dal proprio rettangolo di zona, di quartiere, di poche centinaia di metri o di qualche chilometro; c’era chi faceva sempre lo stesso tragitto e solo quello; c’era chi non curava gli affetti o curava affetti solo in una dimensione bidimensionale, di coppia, in cui il percorso segnalato era sempre uguale e sembrava identico nella sua cadenza a quello lavorativo; c’era chi aveva come elemento di socialità solo la politica e solo in uno spazio, molte riunioni in un unico centro sociale; c’era chi segnava con il tratto nero la sua follia lavorativa, evidenziando tragitti confusi nella città, come di chi corre continuamente tra un opportunità ed un’altra; c’era chi, studente, sembrava segnare la sua quotidianità come un lavoratore qualsiasi, con la stessa cadenza ripetitiva; insomma c’era un mondo fatto di persone in movimento dentro uno spazio metropolitano in cui si leggeva il tempo delle attività individuali. Per qualcuno fu una grande sorpresa. Finita la settimana, quando ci ritrovammo tutti insieme, ognuno doveva raccontare la propria esperienza, i risultati ottenuti dalla mappa e su quei dati, su quei tragitti, sui quei tempi, abbozzare una analisi del sé e della complessità sociale, delle contraddizioni e dei desideri, delle condizioni materiali e delle costrizioni, delle necessità e dei modi di risolverle. Quell’incontro fu un piccolo passo per la costruzione di una figura collettiva, molteplice, con tratti di somiglianza evidenti e bisogni condivisi, un superamento in comune della rappresentazione individuale verso una rappresentazione collettiva, dalla precarietà di ciascuno alla precarietà di tutti. Non si trattava più infatti di narrare se stessi con la distanza del racconto a terzi, il racconto si faceva materia, diventava vita vissuta, si toccava, era visibile con i colori, i luoghi del piacere e quelli del dovere, quelli del tempo costretto o quelli del tempo scelto. Nacque una discussione interessante e approfondita, si prendeva coscienza di sé nel mondo, del proprio tempo di vita. Era un passo in avanti rispetto alla narrazione della propria condizione, era un prendere piena consapevolezza della propria condizione.

Bisogni e desideri

Fatto questo passaggio, si procedette al livello successivo: i desideri. Cioè come avremmo voluto vivere altrimenti quel tempo. Tra i desideri furono molti quelli che inserirono semplicemente l’opportunità di fare meglio le cose che già facevano, come ad esempio maggiore formazione per lavorare. Questo genere di considerazioni mise in luce come, seppure inconsapevolmente, la nostra capacità di immaginare e progettare alterità fosse saldamente ancorata a ciò che già avevamo, nulla di nuovo, sopravvivenza piuttosto che liberazione. La capacità di criticare quello che ci circonda tende spesso verso la generalizzazione (tutto fa schifo), portando noi stessi in un altrove in cui riparare; ma in quel momento la mancanza di parole e di aspirazioni alternative per pensare il proprio presente e futuro furono evidenti, piene di argomenti di discussione critica. La costrizione quotidiana della materialità spaziotemporale, dentro una metropoli che richiede ingegno e velocità per sopravvivere, costringeva anche i desideri. Il cervello, il corpo, le scelte, le forme di vita sembravano già indirizzate e rinchiuse dentro una gabbia ed uscirvi non è cosa semplice, nelle scelte personali e in quelle collettive. Insomma, il dibattito fu approfondito e chiaro uscirono fuori le vite, i bisogni, il piacere e lo strazio della consapevolezza del sé, del proprio tempo di vita.

Dalla mappa alle proposte

Da questo passaggio uscì rinvigorito il dibattito sul lavoro oltre il lavoro, già ampiamente teorizzato e discusso un po’ ovunque, che portò questa esperienza a una lettura della precarietà nel lavoro e nella vita da cui far discendere la necessità della rivendicazione di un reddito garantito come forma di rottura del ricatto indotto dalla precarietà e di liberazione di tempo nuovo per agire altrove, su altri tempi e spazi, finalità e obiettivi che non fossero solo quelli della sopravvivenza. Un reddito come riconoscimento della produzione oltre il lavoro, un reddito come opportunità di ricomposizione di quei soggetti sparsi in solitudine nella metropoli e che sembra non riescano mai a fare massa critica; un reddito come rivendicazione oltre il lavoro. Altro risultato della sperimentazione dello strumento biomappa e delle discussioni che aveva suscitato, fu il fatto di evidenziare la necessità di intervenire sulle forme di comunicazione nella città, giocando proprio sugli spazi di attraversamento dei soggetti precari, dei lavoratori della metropoli, a partire dal riconoscimento dei luoghi e dei percorsi quotidiani. Forse si sarebbe parlato a migliaia di precari intervenendo, anzi usando gli spazi delle pubblicità esistenti (come i cartelloni), per comuni care con chi attraversava la città; magari destrutturando le pubblicità stesse con significati diversi e richiamando ad appuntamenti o rivendicazioni unitari. Insomma, uscirono fuori le idee e presero vita dei percorsi.

La mappa è uno strumento

 Per lavorare abbiamo bisogno degli strumenti adatti, quando serve un martello non serve un cacciavite, la scelta degli strumenti, degli attrezzi non è mai per sempre e risolutiva, però ne abbiamo bisogno se vogliamo intraprendere una attività. Ancor di più se questa è una attività politica, cioè che tende a trasformare il presente. La mappa può essere utilizzata in molte forme, così come l’inchiesta può essere realizzata in molti modi. C’è chi necessita, per il suo discorso politico e il suo intervento, di puri e freddi dati statistici, chi invece con l’inchiesta fa intervento in uno spazio specifico, chi con lo strumento costruisce aggregazione sociale, chi la produce in senso prettamente sociologico, chi accademico. Con le mappe si possono creare forme di autoinchiesta finalizzate alla “costruzione” di soggettività politica, di conoscenza e consapevolezza del proprio tempo in un determinato spazio, si possono identificare i percorsi comunicativi di una data soggettività (immaginiamo i migranti…dove e come vengono “comunicate” le opportunità di lavoro, dove e come le relazioni si fanno opportunità di sopravvivenza? E come possiamo intervenire?). Con la mappa, se fatta su grandi numeri, possiamo scoprire i percorsi di chi va al lavoro, da quali zone e verso quali altre, le aggregazioni dei piccoli bacini produttivi e come intervenire. Possiamo individuare le rivendicazioni che questi soggetti fanno, i luoghi della socialità e quelli della riproduzione. Insomma, cosa scoprire, cosa inchiestare, come intervenire, sta alla fantasia e alle necessità dell’intervento politico, del settore sociale di riferimento, delle finalità che si vogliono raggiungere.

La mappa è la stessa cosa, con un martello si può battere un chiodo o toglierlo, rompere un asse o aggiustarla. La nostra esperienza, le nostre sperimentazioni, hanno portato a diversi esiti: il fatto di continuare a credere che questo sia uno strumento utile viene proprio dalla ricchezza che i soggetti generano e mettono in circolazione nel momento in cui si pongono domande, fanno ricerca, agiscono per la propria liberazione.

Tratto da Infoxoa n° 21 Roma, 2008