Luca Santini sul posto fisso di Tremonti


Intervista su Linkontro, al presidente del Bin Italia dopo le dichiarazioni del Ministro dell’economia Giulio Tremonti sulla nuova centralità del posto fisso.
Posto fisso o flessibilità con garanzie? Luca Santini, Bin Italia: “Discutiamo di reddito di cittadinanza”

Intervista a Luca Santini di Giulia Pandolfi

Mentre l’ABI annuncia la possibilità di concedere dal gennaio 2010 una sospensione per un anno delle rate dei mutui per l’acquisto di casa in favore delle famiglie più colpite dalla crisi – secondo le prime stime saranno circa 110 mila i potenziali beneficiari tra chi ha perso il posto di lavoro, chi è in cassa integrazione, ma anche chi ha visto la cessazione dell’attività di lavoro autonomo e chi ha avuto la morte di uno dei componenti del nucleo familiare percettore del reddito di sostegno della famiglia – continuano a susseguirsi le reazioni politiche alle dichiarazioni del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti a favore del posto fisso. Abbiamo chiesto un commento a Luca Santini, Presidente del Bin Italia, un network composto da sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, che da anni si occupano di studiare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia.

“Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”. Come giudichi queste affermazioni del Ministro Tremonti?

Da un lato l’uscita di Tremonti è inaspettata, nonché poco credibile, perché appare in contraddizione con le politiche che i governi di cui fa e ha fatto parte in passato ha portato avanti da almeno un decennio a questa parte. Del resto rispetto ai processi di precarizzazione, che hanno sgretolato l’idea del posto fisso sia sul piano materiale che sul piano dell’immaginario, il centrodestra – ma anche il centrosinistra – ha delle evidenti responsabilità. Dall’altro lato, però, a voler accordare un po’ di credito al Ministro, c’è da dire che i periodi di crisi servono appunto per determinare quelli che gli anglosassoni definiscono i fundamental changes ovvero dei cambi di indirizzo fondamentali, per cui il fatto che si pensi di rimettere in discussione anche i fondamenti delle politiche economiche seguite negli anni passati – laddove, però, vi sia in effetti un progetto reale di ripensamento – è un discorso plausibile. Quello che un po’ sconcerta, a mio avviso, è la reazione dell’opposizione che non sa rispondere con un’una idea di politica sociale alternativa.

D’altro canto la riforma degli ammortizzatori sociali appare sempre più come un tema cruciale in Italia. Per l’associazione che presiedi il reddito di cittadinanza pone la questione centrale su cosa siano oggi, a fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti sociali, cosa significa garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali. Insomma, al posto fisso credete poco. Ci spieghi perché?

Noi crediamo che la sfida della politica sociale vada raccolta ma portata su un piano completamente diverso: non tanto sul piano della difesa del posto fisso ma semmai cercando di accompagnare i processi di flessibilizzazione con delle garanzie sociali adeguate. Occorre, a nostro avviso, fare un salto teorico-politico in avanti in direzione della sperimentazione di nuovi diritti. Laddove vi sia la possibilità per l’individuo di scegliere tra una flessibilità con garanzie e il posto fisso non siamo del tutto convinti che il corpo sociale preferisca la via indicata da Tremonti e non piuttosto la prima.
Certo, è vero che sulla flessibilità e precarietà in Italia si è ecceduto per cui se da un lato la flessibilità è divenuta intrinseca al modo di essere della produzione odierna è anche vero che si è precarizzato perfino nella pubblica amministrazione – e in questo caso siamo di fronte ad una precarietà che va riassobita attraverso la reinternalizzazione – però non credo che possiamo farci illusioni sul fatto che un ritorno generalizzato al posto fisso possa essere la risposta per tutti i settori più avanzati della società, penso a quelli terziari. E allora non c’è altra soluzione: o si continua la strada della precarizzazione e della negazione progressiva dei diritti oppure si fa un salto in avanti verso la sperimentazione di nuove forme di garanzie sociali.

La Regione Lazio, a quanto pare, ha colto questo punto, visto che a settembre è partita la prima sperimentazione in Italia del reddito minimo garantito.
E’ un primo segnale certamente importante di cui seguiremo l’evoluzione.

Parlavamo di reddito di cittadinanza, come è spesso stato definito il basic income che da decenni ormai è al centro delle politiche dei paesi europei, tutti tranne Italia e Grecia…

L’idea del reddito di cittadinanza è una garanzia di base, perché garantendo all’individuo una soglia di base di ricchezza, di reddito e di diritti al di sotto della quale non si scende mai ed è garantita sempre anche e soprattutto nelle fasi di transizioni lavorative – sia quelle involontarie, nel momento in cui piomba la disoccupazione, sia quelle volontarie, dovute ad una precisa scelta dell’individuo di interrompere un’esperienza lavorativa per cercarne un’altra più gratificante – sicuramente è una misura che può incentivare la flessibilità, ma in termini evolutivi di opportunità. Quello a cui dobbiamo tendere, perciò, non è tanto il ritorno alle rivendicazioni di una volta come il posto fisso o l’orario garantito, ma piuttosto la sperimentazione di nuovi diritti adatti a un’epoca post-fordista: il diritto a scegliere, formarsi, ricollocarsi e cercare spazi di libertà nuovi.

(21 ottobre 2009)