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Luca Santini: sì al reddito minimo per affrontare la precarietà

di Anna Guida intervista Luca Santini Presidente del BIN Italia

La crisi economica odierna viene combattuta a colpi di austerity. Ma questa non è l’unica soluzione: ci sono strumenti per la politica economica, come il reddito minimo garantito, che sono in grado di ripristinare un sistema economico con un maggior livello di equità e di tutelare la dignità di ogni persona in quanto tale, senza abbandonarla a un welfare di tipo familistico. È questa l’opinione di Luca Santini, avvocato e presidente del Basic Income Network (BIN) Italia, un’associazione di sociologi, economisti, giuristi e ricercatori che si occupano di studiare e promuovere interventi indirizzati all’introduzione del reddito minimo in Italia.

Immaginiamo che passi la proposta di legge di iniziativa popolare che vuole garantire il sussidio a tutti coloro che hanno un reddito personale imponibile sotto i 7.200 euro. Quante persone ne beneficerebbero in Italia?

Secondo la Commissione d’indagine sull’esclusione sociale il numero dei poveri relativi (con reddito inferiori ai 600 euro al mese) è pari a quasi 8 milioni di persone. A tutte queste persone andrebbe il sussidio, ma per la maggior parte di loro si tratterebbe solo di un’integrazione al loro reddito. Infatti i poveri assoluti, con reddito inferiore a 385 euro mensili, sono circa 3 milioni.

L’Italia, con il suo 29,8% di spesa sociale sul totale del Pil, si colloca nella media europea (29,5%). Tuttavia se analizziamo l’efficacia dei sistemi di protezione nel combattere la povertà e l’emarginazione sociale il nostro Paese sembra mostrare un enorme deficit rispetto agli altri Stati. Come mai?

La spesa sociale totale è assimilabile alla media europea, ma se osserviamo le singole voci notiamo un vistoso scostamento. L’Italia riserva ben il 60% delle sue risorse per le spese sociali all’assistenza agli anziani e ai superstiti. Mentre il nostro sistema pensionistico è relativamente generoso (si pensi alle pensioni totalmente sganciate da qualsiasi ammontare contributivo, ma anche alle pensioni di reversibilità concesse a persone ancora giovani o già titolari di altri redditi propri), siamo ultimi in Europa nel contrasto all’esclusione sociale e nell’assistenza abitativa, spendiamo circa la metà degli altri Paesi in tutela della famiglia e dei minori, e oltre il 60% in meno in sostegno ai disoccupati.

In Italia un esperimento di reddito minimo garantito c’è stato qualche anno fa nella Regione Lazio. Ci può raccontare quest’esperienza?

Il reddito minimo garantito è stato introdotto nel Lazio nel marzo 2009 con legge regionale. Il sussidio era destinato a disoccupati, inoccupati e “precariamente occupati” tra i 30 e i 44 anni il cui reddito imponibile non superasse gli 8mila euro. L’importo massimo del sussidio era fissato in 7mila euro, ma era integrato da misure di sostegno indiretto (trasporto pubblico gratuito, contributi per l’affitto ecc.). La risposta è stata sorprendente: per il 2009 sono state presentate 115mila domande, a fronte di una previsione di 60mila. La sperimentazione ha contribuito in primo luogo a far emergere un bisogno di tutela che sarebbe altrimenti rimasto inespresso. La discrepanza tra dati previsti e reali è il sintomo tangibile di una crisi sociale misconosciuta, che la politica non è stata fin qui in grado di intercettare e men che meno di affrontare.

Quali sono stati i limiti di quest’esperienza?

Purtroppo l’investimento economico è stato molto limitato, per cui si sono dovute redigere delle graduatorie e questo è stato uno degli aspetti più dequalificanti, perché contravviene agli stessi principi universalistici alla base di tutte le forme di reddito minimo garantito. Ma il limite più evidente è stata la sua brevissima durata: la sperimentazione laziale è durata un solo anno, perché nel maggio 2010 è cambiata la maggioranza del governo regionale e la legge non è stata rifinanziata.

Secondo lei è giusto che il reddito minimo garantito sia dato non solo ai disoccupati o agli inoccupati, ma anche a i precari a basso reddito?

Assolutamente sì. Le divisioni nette fra lo stato di occupazione e quello di disoccupazione oggi non sono più adeguate a descrivere la realtà del lavoratore flessibile, precario e costantemente a rischio di emarginazione sociale. Alla deregolamentazione contrattuale che ha caratterizzato il lavoro precario sono spesso seguiti salari insufficienti a garantire livelli di vita che si collochino al di sopra della soglia di povertà, anche per molti lavoratori.

Quali sono gli aspetti più rivoluzionari del reddito minimo garantito?

Il reddito minimo garantito è un diritto soggettivo: la situazione economica da osservare è quella strettamente individuale e non quella della famiglia di appartenenza. La norma deve infatti tutelare la dignità di una persona in quanto tale, senza abbandonarla alla “carità” parentale o coniugale. Un cambiamento di prospettiva particolarmente significativo per i giovani e le donne, in un Paese in cui il welfare è tradizionalmente di tipo familistico.

Pensa che l’introduzione del reddito minimo garantito avrebbe conseguenze positive, cioè al rialzo, sulle retribuzioni offerte dai datori di lavoro, soprattutto nel caso dei lavoratori atipici? 

Penso proprio di sì. Garantendo al lavoratore un livello minimo e intangibile di diritti, anche fuori dal rapporto contrattuale con l’impresa, lo si porta a un livello di maggiore forza nel momento della contrattazione delle condizioni di lavoro. Un incontro finalmente più bilanciato tra domanda e offerta potrebbe dare luogo a dinamiche sociali fortemente innovative, capaci di coniugare le esigenze di flessibilità delle imprese con le incomprimibili esigenze vitali dei lavoratori.

Pensa che il reddito minimo garantito costituirebbe un disincentivo al lavoro?

Attribuire un reddito, ad esempio di 600 euro mensili, non disincentiverebbe il disoccupato a lavorare per raggiungere soglie più alte, disincentiverebbe esclusivamente lo sfruttamento del lavoro, l’abuso di contratti precari, le simulazioni contrattuali. Il lavoratore avrebbe un’altra scelta, mentre alle imprese irregolari verrebbe a mancare lo strumento con il quale fare concorrenza sleale a quelle regolari.

Nel valutare la platea dei possibili beneficiari quanto peso avrebbe la situazione patrimoniale? Per esempio, se una persona si trovasse senza lavoro ma avesse una casa di proprietà, verrebbe inclusa o esclusa? E riceverebbe lo stesso sussidio di chi, oltre a non avere reddito da lavoro, deve anche pagarsi un affitto?

Il testo della proposta di legge di iniziativa popolare prevede che per beneficiare del reddito minimo garantito non si debba essere in possesso di un patrimonio mobiliare o immobiliare superiore a una certa soglia, ancora da stabilire, ma afferma già con decisione che nella determinazione di questa soglia non si tenga conto della prima casa, né degli altri beni necessari ai bisogni primari della persona. Detto questo, in molti Paesi europei accanto all’erogazione del sussidio economico si prevedono anche agevolazioni e contributi extra per le spese sostenute per l’affitto o per il mutuo, che ovviamente non spettano a chi non debba sostenere queste spese.

Qual è l’obiettivo culturale che avete in mente quando ponete il reddito garantito al centro della vostra riflessione economica e politica?

Credo che tra le tutele universalistiche da introdurre per legge vi sia certamente la garanzia di un reddito minimo in tutte le fasi della vita produttiva e non. Solo quando sarà realizzato questo obiettivo si potrà dire superata la condizione di precarietà esistenziale che oggi affligge gran parte della popolazione. Occorre insomma che al lavoratore sia garantito, anche al di fuori del rapporto contrattuale con l’impresa, un livello minimo e intangibile di diritti.

Pubblicato su: La Repubblica degli stagisti 27 marzo 2013

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