Libertà di essere o non essere madri. Il reddito di base oltre gli strumenti di concilazione


Elena Monticelli e Giovanna Campanella

Qualche mese fa la campagna comunicativa del Ministro della Salute Lorenzin, che promuoveva il Fertility Day nel nostro Paese, ha sollevato non poca indignazione e diverse proteste: una ragazza, ritratta con una clessidra in mano, ricordava alle giovani donne italiane di non perdere tempo ed assolvere al ruolo di madri, al fine di non incorrere in problemi di infertilità. Nella sua semplicità la campagna del Fertility Day raccontava meglio di molti trattati la logica del neoliberismo: scaricare sulle spalle dei singoli responsabilità che sono collettive. Da altro lato sembrava riproporre, non troppo velatamente, un paradigma patriarcale che ricordava quello delle campagne fasciste del secolo scorso: la donna deve assolvere al ruolo di madre anche per risollevare le sorti del calo demografico italiano, quasi fosse un dovere nei confronti del Paese.
Così pare non scontato, nel 2017, dover ribadire nuovamente che la maternità debba essere una scelta libera per tutte le donne, e come l’autodeterminazione femminile passi anche dalla libertà di scegliere di non essere madri. Al contempo risulta fondamentale affermare la necessità di una genitorialità condivisa, che non scarichi totalmente sulle donne il peso del lavoro di cura.
A partire da queste considerazioni è possibile svolgere un’analisi più approfondita del rapporto causa-effetto che lega l’aumento della precarietà esistenziale e la riduzione dei tassi di fecondità nel nostro Paese, quindi come la scelta di fare un figlio o meno, dipenda sempre più da condizioni economiche, lavorative e sociali e quindi non sia davvero una scelta libera, o alla portata di tutte le donne.
I dati della fecondità, infatti, mostrano come le donne in Italia abbiano in media 1,4 figli, un tasso di fertilità tra i più bassi d’Europa ed inferiore a quello necessario per il ricambio generazionale che è pari a 2,1 figli per donna, (donne italiane hanno in media 1,3 figli, mentre le donne straniere residenti in Italia hanno 2,0 figli), con una considerevole diminuzione rispetto al 2008(ISTAT 2014). Per quanto riguarda le divergenze territoriale, si registra un rovesciamento della dinamica tra Nord e Sud del paese: le regioni più prolifiche, grazie ai fenomeni migratori, sono infatti oggi quelle del Nord (1,5 figli) e del Centro (1,4 figli), mentre nel Sud la media è di 1,3 figli per donna nel 2013.
Una peculiarità che riguarda l’Italia rispetto al resto d’Europa, è questa scissione è avvenuta principalmente a scapito delle giovani donne, che risultano sovra rappresentate in tutte le forme di lavoro temporaneo (Saraceno 2005; Semenza 2004; Villa 2010, Fullin 2004; Deriu 2014), maggiormente presenti nelle forme contrattuali meno tutelate e più discontinue, più povere (Esping-Andersen, 2005, 2009) e maggiormente a rischio di esclusione sociale. La flessibilità introdotta, se da un lato le ha favorite per una partecipazione più attiva nel mercato del lavoro dall’altro ne ha aggravato significativamente la loro condizione dentro il mercato del lavoro (Salmieri, 2006) obbligandole a fronteggiare una precarietà lavorativa sempre più crescente (Fullin 2004, Deriu 2008) e costringendole a rivedere e procrastinare le proprie scelte di maternità e nuzialità (Schizzerotto 2002, Saraceno, Naldini 2007). Questo è un aspetto che riguarda nello specifico la vita lavorativa della donna e la sua crescita professionale e che è correlata alle già tante disparità che la donna subisce all’interno del proprio contesto lavorativo. In primo luogo, le donne riscontrano ancora vari ostacoli sul versante del loro sviluppo professionale e di carriera, fronteggiando la persistenza di una segregazione cosiddetta ‘orizzontale’ (concentrazione dell’occupazione femminile in determinati settori) ed una ‘verticale’ (diversa posizione degli uomini e delle donne nei livelli gerarchici di una professione) (Salmieri, 2009). Non solo esistono ancora mestieri e settori occupazionali tipicamente femminili, ma anche le opportunità di sviluppo professionale e le condizioni di lavoro si differenziano sensibilmente in base al genere (Piccone Stella, Viteritti, 2009). Il terzo aspetto che evidenzia ambiguità del modello politico-economico adottato, e che risulta conseguente ai due aspetti precedenti, è relativo alla forte conflittualità creatasi tra professione, maternità e famiglia. Anche questo aspetto rappresenta una peculiarità tutta italiana.

Le indagini EUROSTAT (2014) stimano che in Italia 2,3 milioni le donne risultano inattive per motivi di famiglia, di queste il 40% ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario e il 45% vive al sud. Si stima inoltre che 270.000 donne inattive non abbiano cercato lavoro a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura forniti a bambini, anziani, malati e disabili e che il 18% delle donne inattive lavorerebbe se i servizi fossero adeguati (Istat 2013). Per le donne lavoratrici italiane la maternità rappresenta un forte rischio di fuoriuscita dal mercato del lavoro. L’ISTAT, nell’indagine “Avere figli negli anni 2000” (2014), ad esempio evidenzia con uno studio demografico sulle nascite e le condizioni occupazionali delle madri che il 22,4% delle madri ha perso il lavoro (o lasciato) dopo due anni dalla nascita del proprio figlio. Bassa partecipazione al mercato del lavoro dunque e basso tasso di fecondità. Se infatti è chiaro che i comportamenti e le scelte femminili rispetto all’occupazione hanno delle ripercussioni sulle scelte riproduttive non è altrettanto evidente che tali scelte implichino una diminuzione dei tassi di fecondità. Anzi, come evidenzia Adsera (2004), nel corso degli ultimi decenni il rapporto tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro europea registra una correlazione positiva al punto che i paesi con i più alti tassi di fecondità sono oggi quelli scandinavi, gli stessi che registrano la maggiore partecipazione femminile (Ahn e Mira 2002 ).
Se i dati relativi all’occupazione non restituiscono un quadro completo della relazione fra precarietà esistenziale e riduzione della fecondità, risulta importante analizzare anche altri dati, in particolare quelli relativi al tempo ed alla conciliazione.
I dati sull’uso del tempo, infatti, rilevano che le donne Italiane (popolazione over 15) dedicano al lavoro domestico e di cura non pagato circa 5 ore e 9 minuti al giorno,a fronte di un impegno degli uomini paria 2 ore e 22 minuti (ISTAT 2008); la media italiana è al di sopra della media dei paesi OCSE in cui le donne passano 4 ore e 31 minuti del proprio tempo in attività di cura contro le 2 ore e 17 minuti degli uomini. Le differenze sull’uso del tempo sono ben rappresentate dall’indice Istat relativo all’asimmetria del lavoro familiare ,che in Italia nel 2008-2009 è paria 71,9% per le coppie (ISTAT 2008).

Il tema della conciliazione tra lavoro e vita privata resta il discrimine in Italia, ed incide in modo rilevante sul benessere della madri e delle loro famiglie. Secondo la ricerca ISTAT “Avere figli in Italia negli anni 2000”(2014) , il 42,7% delle mamme coinvolte nella ricerca ha dichiarato che ci sono aspetti del proprio lavoro che rendono difficile la conciliazione. Gli aspetti del proprio lavoro che sono ritenuti particolarmente problematici per le madri sono principalmente: “l’orario di lavoro troppo lungo” (33,2%), “il lavoro a turni, pomeridiano o serale, nel fine settimana” (22,8 %) e “la rigidità dell’orario di lavoro” (22,5%).
La conseguenza di questi problemi, pertanto, resta ancora per molte donne la rinuncia al lavoro, (sotto forma di rinuncia dopo la maternità o di un ricorso al part-time), o al ricorrere a lavori con contratti che permettano una maggiore flessibilità negli orari e nell’organizzazione del tempo (Save the Children, Rapporto Mamme 2016).
Per queste ragioni è importante mettere a fuoco la centralità del tema del modello di welfare adottato nel nostro Paese e del ruolo che potrebbe svolgere una forma di reddito universale (come chiamato da alcune autrici “reddito di autodeterminazione”).

L’intensa letteratura sulla crisi del welfare e sugli effetti prodotti dalla flessibilità in termini di instabilità, precarietà e insicurezza (Guy Standig, 2011, 2014; Gallino, 2007; Saraceno 2005, Fullin 2004, Naldini, Solera 2012) o più nello specifico di “vulnerabilità sociale” (Ranci, 2008, 2010; Negri 2006, Naldini 2002) evidenziano le profonde ambiguità connesse al modello politico-economico adottato. Un primo aspetto, come evidenziato in gran parte della letteratura di stampo lavorista, è la scissione del welfare italiano in due parti: garantista (i) «per quella parte di società ancora integrata in un sistema produttivo di tipo salariale» (Ranci, 2002, pag. 253), residuale (ii) per tutti quei soggetti che vivendo in condizione di discontinuità lavorativa e/o reddituale sono fuori dal sistema di protezione pubblica. Il mancato investimento per politiche sociali ha infatti sostanzialmente ridotto le possibilità di ottenere una copertura reddituale utile a fronteggiare la condizione di disagio provocata dalla perdita di lavoro e l’assenza quasi totale di investimento in spesa sociale rivolta a famiglie e al sostegno ai figli. Unico sistema di “protezione sociale” per questi tipi di soggetti, ovvero gli outsider del mercato del lavoro, è rappresentata dalla famiglia. In particolare, in materia di politiche di conciliazione, l’Italia si è caratterizzata per un approccio estremamente segmentato: i diversi c.d. bonus bebè, “bonus mamma domani”, voucher baby sitting, voucher asili nido, non si sono rivelati all’altezza del grosso problema di conciliazione tra i tempi di cura ed i tempi lavorativi.

Risulta evidente come il welfare italiano risenta della mancanza di un approccio universale e di una misura universale di sostegno al reddito. Il punto su cui si intende concentrare maggiormente l’attenzione riguarda quei benefici che deriverebbero da politiche volte ad accrescere (seppur relativamente) l’indipendenza economica e la libertà di scelta delle donne. La carenza di reale autonomia economica, che può derivare dalla perdita del lavoro a causa della scelta della maternità, costituisce ancora oggi un problema che favorisce il ritorno delle donne entro circuiti di dipendenza da strutture sociali tradizionali in cui permane il principio secondo cui le donne debbono continuare a provvedere alla cura di bambini o parenti anziani e malati. La condizione di precarietà difficilmente consente loro la possibilità di operare scelte in totale autonomia e facilmente ne condiziona l’esistenza e la durata. L’unica “sicurezza” e rete di protezione sociale sembra essere talvolta, ancora come sempre, la famiglia di origine e dunque il welfare familiare. Lungi dall’essere un problema privato questo è un immenso problema sociale. Una siffatta situazione limita infatti fortemente le possibilità di valutazione indipendente e lo spettro delle possibilità della donna madre. In più di un caso le donne madri, pur restando nel mondo lavoro nel caso in cui percepiscano un salario che non le consente di crescere il figlio in autonomia, restano vincolate ai legami familiari. E allora la famiglia, mantenendo pressoché inalterato il proprio ruolo di ammortizzatore sociale, continua a vincolare la libertà di scelta delle donne. Le tensioni collegate alle problematiche economiche hanno influenza tutt’altro che remota anche su fenomeni come la violenza in famiglia.

E’ evidente che anche misure come il neo Rei (Reddito di Inclusione) non possano assolvere al compito di liberare le donne dai vincoli familiari, nel momento in cui vengono erogate su base familiare. La titolarità individuale del reddito è una caratteristica imprescindibile affinché si possa passare dall’assistenzialismo all’autodeterminazione.
Per tali ragioni una misura di reddito erogata su base individuale, di importo adeguato, slegato da criteri di condizionalità, rappresenterebbe un punto di avanzamento per il nostro sistema di welfare, un reddito come remunerazione di tutto il lavoro non certificato che oggi fuoriesce dalla categoria troppo stretta di lavoro per la produzione, pur generando, esattamente come è stato (e continua ad essere) per il lavoro domestico, grande valore in termini economici, sociali e in termini di senso (Morini, 2015).

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°6 Non un reddito di meno Reddito di base per l’autodeterminazione

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