Le nostre vite valgono. Qualcosa manca nel conto: il reddito di autodeterminazione


Cristina Morini

La battaglia per il reddito di base va tenuta bene in evidenza in occasione della giornata internazionale di mobilitazione delle donne, 8 marzo 2017. Le donne sanno meglio di chiunque altro che cosa significhi essere escluse da criteri di valore imposti da strutture sociali e di pensiero governate da uomini. Lo stesso concetto di “lavoro” è una costruzione maschile, frutto di logiche sottostanti alla divisione sessuale del lavoro e al contratto sessuale d’epoca moderna, funzionali a sancire che i compiti riproduttivi svolti tra le mura domestiche – vale a dire il resto del lavoro, o meglio dell’operato dell’umanità, cioè l’operato delle donne – non avevano alcun “valore”. Il “lavoro” che le donne fanno per tutta la vita, nelle diverse fasi della vita, è fondamentale per la sua sostenibilità ma non è mai stato remunerato. È interessante notare come la società abbia puntato a introdurre forme di compensazione simbolica, angelicando la figura della madre, cantando il lavoro di cura come sostenuto da solo disinteresse e da puro amore. Ma, my friends, dietro c’è sempre stata una fregatura: convincervi a portare avanti un compito complesso e faticoso che non ha (ancora) sostituti di mercato in regime di assoluta gratuità. Non nego affatto che le donne rappresentino, in questo, potenzialmente, un altro modello, portatore di altri concetti di interrelazione e di altri indicatori di valore. Resta tuttavia che, fuori da premi di consolazione etici e morali, l’economia da sempre dimentica completamente il problema. L’identità è stata fortemente ancorata al lavoro retribuito (un modello maschile) come, di conseguenza, l’appartenenza alla “cittadinanza”.

Di questa lunga storia è necessario non dimenticarsi oggi. Oggi che è la concezione stessa di salario, tradizionalmente intesa, a essere entrata in crisi. Il concetto di salario ha espresso e sintetizzato l’integrazione tra modo pubblico e mondo privato. Ma nel momento in cui i piani si fondono, nel momento in cui la riproduzione diventa il baricentro stesso dei processi di valorizzazione cioè nel momento in cui la produzione non ha più a che vedere (solo) con merci codificate, istituzionalizzate (visibili e tangibili) ma coincide con un’azione continua e invisibile, cangiante e comune sulla realtà, diventa più complesso stabilire che cosa è lavoro e chi lavora con relativa netta separazione tra gli attivi e gli inattivi, cittadini o meno, tra coloro che lavorano regolarmente e coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro. La società salariale prevedeva un’occupazione fissa, mansioni stabili, contratti di lavoro collettivi con orari di lavoro precisati e minimi salariali prefissati. Tale società è in progressivo declino, con fabbriche che chiudono o macchine (robot) che prendono il posto degli uomini. Secondo le stime di due ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborn, il 47 per cento dei posti di lavoro degli Stati Uniti sarebbe a rischio.  Cassieri, guide turistiche, conducenti di autobus, baristi, archivisti, arbitri sportivi, assicuratori: in venti anni potrebbero non esistere più.

L’ingresso, davvero definitivo, nell’era precaria si fonda sull’indebolimento delle regolazioni collettive e delle forme di protezione sociale assicurate dalla condizione salariale che ha garantito fino a ieri soprattutto i maschi lavoratori. È segnata dalla variabilità delle forme contrattuali, non ha riferimenti agli orari di lavoro e soprattutto non ha minimi tabellari per i pagamenti, fino, appunto, a generalizzare l’orizzonte del lavoro gratuito e della desalizzazione generalizzata. L’organizzazione del lavoro, a questo stadio dello sviluppo del capitale, è imperniata sulla precarietà esistenziale, mentre la riproduzione sociale (il complesso delle interazioni e degli scambi che si generano, nel vivere, all’interno del tessuto sociale; i processi cooperativi e di convivenza e di relazione facilitati da tutte le piattaforme informatiche, da tutti i device che usiamo) è oggi esplicitamente cuore (e non più la fase nascosta, rimossa, invisibilizzata, come segnalato dal femminismo degli anni Settanta) dei processi di accumulazione. All’interno di tutti questi nuovi processi ri-produttivi le donne hanno ruolo di non poco conto, ma a questo punto non è interessante fare quote o distinguo: il punto è riconoscere veramente, finalmente, a partire da una radice già nota, il valore che viene prodotto da questa nuova forma di “lavoro” umano, ancora una volta fino ad ora non riconosciuto.

Per questi motivi, la questione di una distribuzione adeguata alle nuove forme della produttività sociale, diventa cogente, impellente. A partire dalla dimensione sociale del lavoro che connota massimamente la nostra esperienza contemporanea, si apre, insomma, il punto fondante della discussione attuale sul reddito: è necessario spostare interamente il fuoco sulle forme di riappropriazione del valore prodotto nei processi diffusi e capillari della riproduzione sociale attraverso un reddito di base incondizionato e il libero, e tendenzialmente gratuito, accesso ai beni comuni, materiali e immateriali.

Si tratta di un passaggio nevralgico dell’intervento politico e le donne non debbono perdere l’occasione di ricordarlo durante le manifestazioni che l’8 marzo, soprattutto in Italia dove manca ancora una misura di questo tipo. Si tratta, in sostanza, di riappropriarsi di se stesse, smontando quella rimodulazione delle dinamiche di accumulazione capitalista che si appoggiano oggi sulla naturale tendenza umana a cooperare. Così come la riproduzione domestica favorì l’accumulazione originaria senza che venisse prevista alcun tipo di distribuzione, l’accumulazione tecnologica è sospinta dalla riproduzione sociale e anche qui non si vede ancora alcuna forma riconoscimento.

Il reddito di base può sostenere il soggetto contemporaneo nelle scelte e può aiutarlo a fare resistenza a un modello che, complessivamente, lo aliena da sé o lo costringe a subire varie forme di violenza, dalla violenza domestica alla violenza economica. Vedo nel basic income incondizionato uno strumento per facilitare contro-condotte che aiutino a recuperare proprio l’essenza della convivialità, a ravvivare i desideri e ad attrarre le forze, sovvertendo, attraverso pratiche che alludano al completo rinnovamento sociale, un destino disegnato dal neoliberismo rispetto al quale, altrimenti, si rischia di rimanere impotenti. La sua possibile introduzione viene ostacolata proprio perché un reddito di base il più incondizionato possibile può essere strumento di autodeterminazione e di autonomia di scelta e di vita, elementi centrali per le donne, aprendo anche spazi per possibili forme di produzione e autorganizzazione, al di fuori dell’ambito capitalistico. Uno strumento equo nell’emerge del problema della povertà di chi sta nel lavoro e si misura con le sempre maggiori difficoltà connesse allo smantellamento delle forme di assicurazione sociale, che può favorire una riappropriazione democratica dei servizi collettivi del welfare e la transizione verso un modello di sviluppo fondato sul primato del valore d’uso e sulla riproduzione dell’umanità per l’umanità.

L’8 marzo in piazza rivendichiamo il fatto che le nostre vite valgono e che il sistema lo sa bene, infatti sfrutta volentieri tutte le potenzialità dei nostri corpi-mente. Perciò qualcosa manca nel conto: il reddito di autodeterminazione.

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°6 – Non un reddito di meno. Reddito di base per l’autodeterminazione – numero speciale in occasione dello sciopero generale delle donne: 8 marzo 2017

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