Lavoro: riforma al contrario


Antonietta Demurtas

Pubblichiamo un articolo correlato da una serie di prese di posizione sul tema della riforma degli ammortizzatori sociali realizzata dal quotidiano indipendente online Lettera 43

Dopo l’intenzione annunciata dal ministro del Welfare Elsa Fornero di eliminare la cassa integrazione straordinaria, il quarto round tra governo e parti sociali si è concluso lasciando sul ring gli stessi problemi. Tanto che il 20 febbraio al termine del tavolo il segretario generale della Cgil Susanna Camusso ha commentato: «È stata una discussione molto faticosa. Usciamo dall’incontro con molti più interrogativi che certezze».
Nonostante la richiesta unanime dei sindacati: «La cassa integrazione straordinaria non va abolita, non vogliamo che si tocchi», ha intimato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, perché «in questo momento è pericoloso per la sicurezza delle persone», dal ministero nessun passo indietro. Ma solo una proroga: «La riforma degli ammortizzatori sociali non potrà partire prima dell’autunno 2013», ha rassicurato Fornero.
Cgil: sono 800 mila i lavoratori che senza cigs avrebbero bisogno di un sussidio
E Bonanni ha sottolineato: «Se non chiariamo questi due aspetti: le risorse disponibili e gli strumenti per trovare una nuova occupazione, tutto diventa più nebuloso».
Per ora di certo restano solo i circa 800 mila lavoratori che secondo la Cgil, rimanendo senza la cassa integrazione straordinaria, avrebbero bisogno di un sussidio. Oltre a un riordino della cassa integrazione ordinaria (che potrà essere usata anche per il settore credito, assicurazione e commercio sotto i 50 dipendenti), il governo ha infatti proposto una tutela con sistema assicurativo che dia vita all’indennità per disoccupazione involontaria. Un aiuto a cui dovrebbero ricorrere anche i lavoratori finora cassintegrati in aziende che hanno chiesto l’ammortizzatore sociale per cessazione di attività e fallimento. Causali che Fornero vorrebbe eliminare facendo sì che la cigs non possa essere usata nei casi di chiusura dell’azienda, come è successo per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.
Una scelta condivisa dall’economista Pietro Ichino: «La cassa integrazione è uno strumento prezioso, ma serve per tenere i lavoratori legati all’azienda nelle situazioni di crisi temporanea, o di ristrutturazione, nelle quali vi è motivo di ritenere che il lavoro potrà riprendere. Dunque», ha scritto il 20 febbraio sul suo sito, «la cassa integrazione non può essere lo strumento giusto per sostenere i lavoratori nella ricerca di una nuova occupazione in un’azienda diversa».
Secondo Ichino serve un sostegno del reddito più robusto
L’OBIETTIVO È FAR RISPARMIARE LO STATO. Secondo Andrea Fumagalli, docente di Economia politica all’università di Pavia e attivista della Rete San Precario, la proposta del ministro Fornero di eliminare la cigs ha due obiettivi: «Far risparmiare soldi allo Stato, dal momento che la cigs (a differenza della cassa ordinaria) è totalmente a carico della fiscalità generale», spiega. E secondo obiettivo: «Far ricadere i costi dei licenziamenti sulla contrattazione tra sindacati e imprese».
Il rischio è così che «la cigs venga sostituita dalle liste di mobilità, con la prospettiva che i costi del licenziamento vadano a gravare sugli stessi lavoratori», spiega Fumagalli.
CORRESPONSABILITÀ DELLE IMPRESE. Se infatti è vero che il sistema degli ammortizzatori andrebbe modificato, «occorre prima stabilire quali sono le misure temporanee a sostegno del disoccupato chiedendo in primis un contributo alle imprese», suggerisce Noci, che promuove un principio di «corresponsabilità» proprio con le aziende che spesso non sono in difficoltà solo a causa della stretta creditizia, «ma anche perché strutturate in modo inadeguato, prive di progetti di investimento e più indebitate rispetto a quelle straniere», osserva Noci.
Noci: «Il problema è che c’è un deficit di produttività del lavoro»
LA LOGICA DEI DUE TEMPI.«L’intenzione del governo di procedere alla riforma degli ammortizzatori sociali in modo non organico e complessivo, ma poco alla volta, può essere deleterio», denuncia Fumagalli. «Segue la logica dei due tempi che è stata la causa della precarizzazione crescente del mercato del lavoro».
Se, infatti, si diceva: «Adesso flessibilizziamo, poi con gli esiti positivi di tale manovra, garantiamo crescita e occupazione stabile», ricorda l’economista. «Oggi si dice, iniziamo a ridurre alcuni ammortizzatori sociali per avere le risorse necessarie per garantire un sicurezza sociale migliore domani».
PIÙ SECUR-FLEXIBILITY. Il rischio è che ci si fermi sempre al primo tempo e «che il secondo sia solo una chimera», prevede Fumagalli. In Italia più che di flex-security, «ci sarebbe bisogno di secur-flexibility, ovvero prima una riforma strutturale della sicurezza sociale e solo dopo un’eventuale riforma, se necessaria, del mercato del lavoro», suggerisce l’economista dell’università di Pavia.
IL DEFICIT DI PRODUTTIVITÀ. A fargli eco è Noci secondo il quale il dibattito in Italia sulla riforma del mercato del lavoro «è stucchevole perché non va alla radice del problema, ma si ferma all’ideologia». Se infatti l’Italia non cresce, «non è per colpa dell’articolo 18, ma perché c’è un deficit di produttività del lavoro: le imprese italiane sono sotto capitalizzate e non investono in tecnologia, soprattutto informatica», denuncia Noci. Il risultato è quindi che «il lavoratore ha poche competenze e non è motivato».
UN UNICO AMMORTIZZATORE SOCIALE. Per fare una vera riforma strutturale del Welfare Fumagalli indica due mosse strategiche. La prima: separare assistenza e previdenza. «Tutte le forme di sostegno, al netto delle quote di reddito da lavoro accantonate (previdenza, tfr), devono essere a carico della fiscalità collettiva». La seconda: introdurre un unico ammortizatore sociale: «Un reddito di base incondizionato (Rbi) che sostituisca tutti gli strumenti oggi esistenti: cig, cigs, sussidi di disoccupazione, indennità di mobilità».
Una data però definita «aleatoria» dai sindacati, visto che, anche se nel 2013 la crisi dovesse finire, «non cesserebbero le esigenze di riorganizzazione delle imprese», commenta con Lettera43.itClaudio Treves, coordinatore del dipartimento politiche attive del lavoro Cgil, «e senza un dettaglio della disponibilità finanziaria del governo, il rischio di licenziamenti di massa è più vicino».
Secondo il senatore del Pd a chi perde il posto occorre invece dare un sostegno del reddito anche più robusto di quello offerto dalla cassa integrazione: «La proposta è di aumentare la copertura dell’ultima retribuzione al 90% per il primo anno e alzare il “tetto” mensile a tre mila euro», ha teorizzato Ichino. «Ma questo intervento deve essere coniugato con un’assistenza intensiva nella ricerca della nuova occupazione e deve essere condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore».
Prima di tutto, bisognerebbe quindi «parlare di politiche di reintegro e di formazione», dice a Lettera43.it Giuliano Noci, presidente del corso di studi in Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano. «Visto che siamo in crisi, nell’immediato non si possono introdurre modifiche radicali e inadeguate del Welfare, che pagherebbero solo i lavoratori».
Non è però solo un problema di trovare i fondi per pagare l’indennità, ma di mancanza di politiche di reintegro: «Parti sociali e regioni devono mettere in piedi un vero sistema di formazione che funzioni senza disperdere i fondi messi a disposizione dall’Unione europea con meccanismi burocratici farraginosi», dice il docente del Politecnico.

Tratto da Lettera 43

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