La scelta del governo tra un reddito di emergenza e uno incondizionato anche per «dopo»


Roberto Ciccarelli

Reazioni a catena. Pd e Cinque Stelle convergono sull’idea di estendere il reddito di cittadinanza chiesta dalla campagna per il Reddito di quarantena e dalla petizione del Basic Income Network Italia. Per i promotori la misura non può essere però intesa come “transitoria”. Dev’essere strutturale: “L’emergenza c’era già prima del Coronavirus e durerà dopo in condizioni peggiori. E’ necessaria una misura strutturale e individuale”. Ma nel governo l’orientamento prevalente sembra quello di una misura “transitoria” o “di sopravvivenza”. Anche se c’è anche qualcuno che vuole una modifica dei vincoli attuali. Renzi e Salvini rifiutano tutte le opzioni e chiedono di finanziare le imprese. La nuova misura potrebbe partire già da aprile

Il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano (Pd) ha reso esplicita la sua proposta e ha ipotizzato la revisione dei «vincoli patrimoniali» che attualmente limitano l’erogazione del cosiddetto «reddito di cittadinanza», rendendo il nuovo sussidio «compatibile con il lavoro per integrare il reddito, se necessario». Potrebbe essere rafforzato «il sostegno alle famiglie numerose», a partire dal Mezzogiorno dove sindaci e regioni denunciano il precipitare della crisi sociale. Per finanziare «misure universali e immediate di sostegno nell’emergenza «serve anche una riforma fiscale» ha aggiunto Provenzano che non ha escluso una «patrimoniale». Quest’ultima è richiesta dal senatore di Leu Francesco Laforgia che parla di un «reddito universale senza condizioni». Le risorse potrebbero arrivare dal regime di «riassicurazione» delle indennità di disoccupazione annunciato dalla Commissione Ue, anche se non prevede sistemi universalistici.

In questa fase è possibile che l’idea di Provenzano non coincida con quelle del Ministero dell’Economia. Per il ministro Roberto Gualtieri «non è il momento di riformare strumenti ordinari ma far fronte a una situazione straordinaria». Il bonus, per ora agli autonomi ordinistici (altri 600 andranno agli iscritti della gestione separata Inps), sarà reso «più rapido e più universale per chi non usufruisce di una fonte di reddito». A rendere esplicito il carattere emergenziale, e non strutturale, della misura è stato il viceministro all’Economia Antonio Misiani (Pd) che ha parlato di «un potenziamento in via transitoria del reddito di cittadinanza».

L’iniziativa di Pd e Cinque Stelle è una risposta alla campagna sul «reddito di quarantena» che chiede, insieme ad altre associazioni, da settimane l’estensione del reddito di cittadinanza. «L’emergenza non inizia con il Covid 19 e non finirà tra poche settimane. È continua, bisogna immaginare strumenti universali e misure strutturali – commenta Tiziano Trobia del sindacato Clap che partecipa alla campagna – Bisogna eliminare tutte le barriere di accesso anche per i cittadini extracomunitari che risiedono da meno di 10 anni in Italia e per chi non ha una residenza». «Non chiediamo una misura una tantum – aggiunge Sandro Gobetti del Bin Italia che ha promosso una petizione sottoscritta da migliaia di persone – Il reddito va esteso in maniera incondizionata su base individuale, non familiare». «Il governo e il parlamento dovrebbero ragionare seriamente e subito sulla necessità di questa misura» aggiunge Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista. Anche l’Alleanza contro le povertà (Caritas, Acli, Cgil, Cisl e Uil e altri) ha chiesto un intervento.

Il problema della scelta tra una misura strutturale o una transitoria sarà presto chiarito, probabilmente in direzione di una misura emergenziale di sopravvivenza per un periodo ancora indefinito. Si direbbe una soluzione “all’italiana”: in questo paese non esiste nulla di più definitivo che l’emergenza. Certo, la crisi provocata dal virus ha creato problemi veri e sono comprensibili l’affanno, le approssimazioni, le correzioni in corsa. Ma l’idea metaforica per cui “siamo in guerra” può tradursi in una pericolosa realtà: la decretazione d’urgenza che viene usata in tutte le decisioni del governo può tradursi in un’economia della sussistenza che durerà anni.

Il reddito non è l’unica questione di rilievo oggi in campo, ma anche su questa si gioca una visione politica dell’emergenza. L’alternativa è politica e culturale: da una parte c’è una visione universalistica della giustizia sociale, e una riforma strutturale del welfare nel XXI secolo; dall’altro lato, un solidarismo pauperistico e individualistico che rischia di trasformare lo Stato sociale discriminatorio e malmesso esistente in uno Stato assicurazione paternalistico e assistenzialistico. Nella prospettiva di un aumento considerevole della disoccupazione, e di un peggioramento delle condizioni già disperanti di precarietà, la mancanza di una visione di lunga durata sulla questione sociale può provocare conseguenze preoccupanti.

Non va trascurato il fatto che il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che tale non è) prevede anche fino a 16 ore di lavori obbligatori, oltre a una mobilità obbligatoria su tutto il territorio nazionale in cambio di un salario prevedibilmente basso e precario. Sempre che fosse realizzabile in passato, e non lo era, questa idea si trasformerebbe in un’aberrazione in un paese devastato da una recessione di lungo periodo. In una società drasticamente impoverita quale sarà la dignità delle persone costrette a subire condizioni di vita e di lavoro ancora peggiori? E’ in questa trappola che rischia di spingere un governo che sta agendo disordinatamente in emergenza, ignorando la necessità di trasformare il welfare, evitando di trasformarlo in un inferno peggiore di quello esistente. Davanti a questo scenario sono comprensibili le ragioni di chi sostiene una riforma strutturale del reddito esistente oggi.

Va comunque segnalato il superamento di un limite ideologico che ha impedito, fino a ieri, alle forze di maggioranza di accennare persino a un ripensamento del “reddito di cittadinanza”. E’ un passaggio culturale di un certo rilievo in un paese dove si continua a ragionare come Matteo Renzi (Italia Viva) e Matteo Salvini (Lega). Entrambi sono contrari al “reddito di emergenza”. La reazione di Renzi agli annunci del reddito non lascia tranquillo il governo. Dopo avere chiesto di riaprire le fabbriche mentre è in corso una pandemia, Renzi ieri ha rifiutato la proposta: «Non serve, bisogna creare lavoro e uno choc economico per evitare il declino. I soldi non vanno buttati via, vanno dati alle imprese per creare posti di lavoro».

Sulla stessa lunghezza d’onda ideologica si è trovato ieri Matteo Salvini (Lega) che votò il «reddito» al governo con i Cinque Stelle. «Non voglio un paese che si basa sull’assistenza, ma sulla produzione» ha detto. I due tenori sembrano fermi all’immagine di un paese che non c’è più. A destra, la più sveglia è Giorgia Meloni che ha parlato di un bonus da mille euro via internet. Interpretava così l’invito a garantire liquidità fatto da Mario Draghi sul Financial Times dove ha esposto una nuova fase di un’economia del debito che cerca di conservare il sistema esistente. Nel testo si parla di «Basic income», «reddito di base». Se inteso in maniera incondizionata e universale, può essere la leva di una resistenza contro i ricatti di questo sistema. L’articolo è stato citato da Renzi e Salvini, ma non è stato compreso. È scritto in inglese.

Tratto da Il Manifesto

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