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La nuova strategia europea 20-20, la riduzione della povertà, il reddito minimo

di Giuseppe Bronzini

L’UE ha varato la nuova strategia 20-20 che sostituisce quella di Lisbona. Si prevede anche il raggiungimento di uno specifico obiettivo concernente la lotta all’esclusione sociale ( riduzione della povertà del 20%). Ma come si costringeranno gli stati a perseguire questo obiettivo? E con quali mezzi se non l’introduzione di un reddito minimo europeo adeguato ed incondizionato?

La nuova strategia europea 20-20, la riduzione della povertà, il reddito minimo “

L’UE ha varato la nuova strategia 20-20 che sostituisce quella di Lisbona. Si prevede anche il raggiungimento di uno specifico obiettivo concernente la lotta all’esclusione sociale ( riduzione della povertà del 20%). Ma come si costringeranno gli stati a perseguire questo obiettivo? E con quali mezzi se non l’introduzione di un reddito minimo europeo adeguato ed incondizionato?

E’ convinzione diffusa tra i più eminenti economisti che l’Unione versi in una grave crisi finanziaria e monetaria che può distruggere i timidi segnali di ripresa economica; si aggiunge, però,che tale crisi ha una matrice extra-economica, origina dalla  insufficiente integrazione tra i paesi del vecchio continente che se fossero davvero diretti da un autentico “governo” economico ben potrebbero far fronte alle vicissitudini drammatiche collegate alla crisi greca:”l’Europa unita sarebbe un meraviglioso e ricco paese, sarebbe alla tavola dei grandi con pieno titolo, avrebbe un posto d’onore. Ed invece è ridotta a mendicare al FMI un’integrazione al suo intervento. Bella lezione di europeismo” ( Fitoussi) . Insomma è una questione di coesione di solidarietà tra stati e cittadini europei, che va affrontata anche nella sfera ove questi concetti sono nati e si sono sviluppati, quella sociale.

Per questo il rilancio e la rettifica della cosiddetta Agenda di Lisbona avrebbe potuto avere un suo significato particolare in questi tempi di crisi.

La Commissione europea ha reso note le sue proposte intitolate Europa 2020. Una strategia per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva, sulla nuova agenda 2010-2120 destinata a sostituirsi alla “storica” agenda varata a Lisbona dieci anni fa; il Consiglio europeo di Marzo l’ha poi sostanzialmente reperita, nel Consiglio europeo di  Giugno ed ha così ” ufficializzato” i nuovi macro-obiettivi per il 2010.

Nell’insieme i commenti al documento della Commissione sono piuttosto negativi, oscillando in genere tra critiche aperte ed impietose e annotazioni ironiche e sarcastiche. Ricorrenti i rilievi per cui il documento è del tutto privo di originalità e poco innovativo, di modeste ambizioni e avvinto in una mal celata melanconia da abbandono, non solo delle grandi “narrazioni” europee, ma anche di più modesti tentativi di razionalizzazione e messa in valore delle virtualità del sistema produttivo e sociale del vecchio continente.

Ma alle obiezioni di “merito” si aggiungono, ora, quelle di “metodo”: manca nel testo anche solo il tentativo di rendere più stringenti  e meno vacue le indicazioni del vettore lungo il quale, anche per il futuro, dovrebbe farsi strada la nuova strategia per il 2010, vale a dire il metodo aperto di coordinamento (MAC), strumento conclamato di soft law che molti paesi – e tra questi l’Italia – hanno sostanzialmente ignorato nelle loro scelte interne. È forse ancora prematuro un giudizio meditato e definitivo sui “primi” dieci anni dell’agenda di Lisbona, per concludere che fossero sbagliati gli obiettivi in sé della strategia o invece solo incongrui o inadatti i mezzi per raggiungerli; ovvero se si sia trattato di un vero e proprio fallimento o piuttosto di un progetto eccessivamente ambizioso, soprattutto in assenza di una volontà politica in grado di produrre un salto di qualità nella gestione comune delle politiche economiche e sociali. Non si poteva, certo, richiedere alla sola Commissione di rimuovere improvvisamente i mille ostacoli che hanno reso sinora così faticosa la marcia di avvicinamento rispetto alle mete del 2000: tuttavia era lecito attendersi qualche orientamento di ordine generale, visto che l’elaborazione della nuova strategia è il primo atto programmatico di un certo rilievo che l’Unione ha messo in cantiere dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Manca, invece, qualsiasi riflessione, anche solo “a maglie larghe”, sul primo decennio, come anche qualsiasi indicazione sulle opzioni della nuova strategia rispetto alle scelte di Lisbona nel 2000. L’esordio del documento non potrebbe essere, sotto questo profilo, più negativo; sulla sconfortata premessa che “la crisi ha vanificato anni di pregressi economici e sociali e messo in luce le carenza strutturali dell’economia europea”, la Commissione passa direttamente alle tre priorità sintetizzate nella vaga formula “crescita intelligente, crescita sostenibile e crescita inclusiva”, e quindi ai cinque obiettivi prescelti: il 75% delle persone di età compresa tra i 20 ed  i 65 anni deve trovare un lavoro; il 3% del PIL dell’Unione deve essere investito in ricerca e sviluppo; i traguardi del “20/20/20” in materia di clima/energia devono essere puntualmente raggiunti; il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve raggiungere la laurea; 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà. Sette “iniziative faro” (tra le quali un’Agenzia per nuove competenze e posti di lavoro, un’Agenzia del digitale, una “Piattaforma”contro la povertà) dovrebbero “catalizzare” i progressi relativi a ciascun tema.

Si trasmette l’idea che è solo l’ultimo periodo di crisi ad aver determinato la necessità di rivedere il progetto; il quale, dunque, salvo ridimensionamenti dovuti all’attuale congiuntura sfavorevole, può essere mantenuto nella sua sostanza con riguardo sia ai mezzi che agli obiettivi. Si tratta, però, di una impostazione criticabile e debole sotto entrambi i profili.

Per quanto riguarda il primo, la Commissione non ha valorizzato affatto i nuovi spazi potenzialmente offerti dal Trattato di Lisbona per un suo intervento più deciso. È significativo che non si citi né il nuovo Trattato né la Carta di Nizza che è stata resa dal primo giuridicamente vincolante. Il metodo aperto di coordinamento e la nuova agenda di Lisbona si svolgeranno, quindi, in parte, su temi che oggi sono concettualizzati anche come pretese soggettive giustiziabili in quanto diritti fondamentali di matrice europea.

Queste innovazioni avrebbero dovuto consigliare alla Commissione un maggiore coraggio, prendendo in considerazione qualche ipotesi per rendere più vincolanti i nuovi indirizzi che emergeranno dal MAC, dai piani nazionali, dalle stesse “revisioni” di Bruxelles. Nel Trattato vi è una nuova ripartizione delle competenze che assegna la sfera delle politiche e dei diritti sociali “in comproprietà” tra Stati ed Unione. Oggi non è, quindi,  più possibile pensare che gli Stati membri possano, in tale sfera, agire, come alle origini del processo integrativo, in totale autonomia. L’atteggiamento rinunciatario del documento non lascia presagire il cambio di passo che sarebbe necessario per un vero rilancio politico del progetto europeo.

Circa il “merito” il Testo della Commissione è – per usare un eufemismo – singolarmente cauto e sobrio: privo di non solo di qualunque slancio di immaginazione politica, ma anche di analisi giustificative delle scelte “tecniche” compiute. Sparita l’enfasi retorica sul lavoro innovativo e creativo, sulle nuove tecnologie ed il loro valore emancipativo, sul lavoro di qualità e sulla spinta a quell’investimento sulle capacità  individuali nelle quali riecheggiava la teoria dell’eguaglianza delle capabilities di Amartya Sen, rimangono solo generici impegni per la formazione permanente e continua ed a favore dell’inclusione sociale.

Unica novità quella per cui i piani nazionali, nel mirare al raggiungimento degli obiettivi della nuova strategia, devono ispirarsi ai principi comuni di flexicurity varati dal Consiglio europeo del dicembre 2007. Tale richiamo è certamente positivo in linea generale, anche se va considerato che la ricezione di tali principi nell’ambito della nuova agenda è molto imperfetta e comunque priva della necessaria specificità.

Vorremmo solo fare – a conclusione di questa breve analisi critica – l’esempio del reddito minimo: dai dieci principi emerge nettamente che lo “ius existentiae” è uno dei tre pilastri della flexicurity (insieme al diritto alla formazione e all’accesso gratuito ad efficienti  servizi pubblici di impiego).Nel panorama europeo il Tribunale costituzionale tedesco, lo scorso 9 febbraio 2010, ha pronunciato una storica sentenza, giudicando inadeguate le misure dei sussidi concessi dalla Repubblica federale ai suoi cittadini in difficoltà.

La “piattaforma”contro la povertà, evocata dalla Commissione, deve allora riempirsi di contenuti coerenti con gli obiettivi, uscendo dalle enunciazioni generiche. Il primo basilare presidio contro le forme di emarginazione e di deprivazione più gravi, non può che essere rappresentato dalla effettiva implementazione di una rete protettiva universalistica che salvaguardi – sulla base di standard europei – lo ius vitae di ogni cittadino del vecchio continente: una spinta verso una solidarietà su base continentale che è la base anche per uscire dalla crisi di questi mesi.

Pubblicato su: PaneAcqua, 2010

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