La necessità dell’alternativa: il precario della crisi e il reddito garantito


Sandro Gobetti, Luca Santini

L’articolo di Sandro Gobetti e Luca Santini pubblicato sul libro “Reddito per tutti: l’utopia concreta nell’era globale” a cura del Bin Italia ed edito da ManifestoLibrti 2009.

Premessa

Si è condensata ormai nel dibattito internazionale in tema di reddito garantito una tale ricchezza di prospettive, che difficilmente in futuro la crescente centralità politica di questa proposta potrà essere aggirata o elusa. Diverse sono state le strategie argomentative e multiformi gli approcci disciplinari seguiti dai vari autori che si sono espressi a favore del basic income. Sulla scorta soprattutto della rawlsiana teoria della giustizia è stato declinato su fondamenti nuovi il «diritto a esistere» già riconosciuto dal costituzionalismo moderno, consentendo così alla teoria politica di percorrere strade precedentemente non del tutto esplorate.

Si distingue da questa impostazione neocontrattualista, tuttora dominante nel contesto internazionale, un approccio che si richiama all’operaismo italiano e alle sue successive evoluzioni teoriche, definito «post-operaista». Questo approccio analizza le trasformazioni produttive contestualmente alla mutazione del «soggetto», di quell’attore sociale che potrebbe farsi materialmente portatore della rivendicazione del reddito garantito. E’ così che nel passaggio dal fordismo al post-fordismo si è posto l’accento sull’affermazione di una nuova tipologia di forza-lavoro, caratterizzata da un inserimento precario e discontinuo nel processo produttivo formalmente inteso.

Questo contributo intende offrire alcuni spunti di riflessione sulle conseguenze ormai evidenti a cui ha portato il passaggio da una società del lavoro a una società dei lavori; dal momento in cui la società intera con tutte le sue espressioni di vita, è stata investita da una produzione che si configura sempre più come manipolazione di oggetti relazionali, intellettuali e affettivi, il lavoro – o meglio i lavori – hanno cambiato collocazione rispetto alla costruzione di senso per il soggetto. Se il lavoro come motore che costruisce e riproduce il mondo si nutre ormai di reti sociali, di informazioni e formazioni informali, rinuncia allo stesso tempo, ed in conseguenza di questo, alla sua giustificazione a priori.

Le risposte frammentate e frammentarie che accompagnano la crisi economica iniziata nei primi anni del nuovo millennio, non hanno solo il limite di non affrontare e risolvere i bisogni di base dei soggetti, ma anche quello di lasciare libero un terreno in cui il reddito garantito sembra trovare meno ostacoli ideologici in soggetti maggiormente capaci di intravedere il suo portato di universalità.

Precari di prima e di seconda generazione

A cavallo del primo decennio del nuovo millennio, è ormai possibile una storicizzazione del fenomeno della precarietà: il compimento di una vicenda storico-sociale, che dagli albori del cosiddetto operaio sociale ha portato all’attuale dispiegamento del paradigma della produzione flessibile, rende in certa misura conclusa la parabola evolutiva del soggetto precario. Questo passaggio apre finalmente alla possibilità di una narrazione e di un ragionamento tesi alla storicizzazione del fenomeno precariato nel quadro della più generale ristrutturazione del lavoro degli ultimi trent’anni. La generalizzazione della condizione di precarietà ha indotto sul piano soggettivo una mutazione, il passare degli anni e dei decenni ha contribuito a modificare la percezione, a costruire forme adattive e risposte soggettive alla deregolamentazione del rapporto lavorativo.

Trasformazioni oggettive e scarti sul piano soggettivo ci portano a intravedere due tipologie di soggetto precario: di prima e, ora, di seconda generazione. La prima generazione di precari, i post-fordisti, risultavano insediati prevalentemente nel settore dei servizi e del  lavoro immateriale, segnalando la fine della centralità della fabbrica fordista e del lavoro dipendente ed esercitavano in una certa misura una ricerca consapevole verso una flessibilità in grado di offrire opportunità professionali nuove. In ragione della contiguità storica e sociale con l’operaio fordista la prima generazione di precari risultava provvista di una soggettività politica con la memoria viva delle garanzie tipiche del diritto del lavoro; non appariva aliena alla grammatica dei diritti, delle tutele, delle garanzie welfaristiche, sulla quale si era esercitato per decenni il discorso politico del movimento operaio tradizionale. C’era, per questo precario di prima generazione, una complicata ricerca di equilibrio tra innovazione sul piano personale e ricerca di garanzie sul piano della tutela collettiva. Il prefisso post con il quale veniva caratterizzato (postfordista, postindustriale, postmoderno, etc.) rende ben conto della natura ancora anfibia di questo soggetto. Un fattore di spinta che rendeva particolarmente dinamica questa tipologia di precario era l’abilità nell’uso delle nuove tecnologie informatiche e della comunicazione, acquisite e sviluppate nel ventre creativo di una cooperazione sociale diffusa. Il freelance, ad esempio (figura che emerge alla fine degli anni Settanta), sapeva valorizzare le proprie competenze (non ancora appannaggio dell’intero corpo sociale) muovendosi con efficacia nelle pieghe della cooperazione sociale, in ambiti produttivi di tipo immateriale e intellettualizzato.

Ciò ha significato, in primo luogo, che la precarietà ha proceduto a una generalizzazione tale da divenire trasversale al piano sociale e culturale, conquistando (o meglio dominando) l’intera forza lavoro. A partire dai primi anni del nuovo millennio, a circa 20 anni dalla sua nascita, si può parlare di una precarietà di seconda generazione per la quale pare non esserci uno spazio altro rispetto a questa condizione divenuta ormai strutturale e pervasiva dell’intero spaziotempo di vita in cui «l’idea del tempo libero è tanto lontana dall’esperienza quotidiana quanto quella dello spazio libero. Il lavoro è stato disseminato in tutti gli aspetti della vita sociale, finendo per inghiottire spazio e tempo, riempiendo ogni rimasuglio della società civile per arrivare a colonizzare i mondi della vita»1. Per questi precari, rispetto a quelli definiti post-fordisti, non esiste alcun riferimento al precedente sistema di garanzie del lavoro; il fordismo e i suoi diritti sono qualcosa di già definitivamente superato anche nel ricordo e non costituiscono in alcun modo un riferimento per lotte presenti. Politicamente questo soggetto di seconda generazione non guarda più alle tutele del passato, non porta con sé neppure la memoria del diritto del lavoro classico.

Se il precario di prima generazione poteva ancora avvantaggiarsi dell’accesso, in anteprima e talvolta addirittura in esclusiva, a nuovi settori produttivi (quali l’informatica, la comunicazione, i servizi), il precario di seconda generazione si trova a confrontarsi con il problema di un’economia in crisi, svincolata dal corpo sociale e dai suoi effettivi bisogni, che non sa bene che cosa produrre e perché produrlo, un’economia per la quale non è più cosa certa su cosa fondare la propria accumulazione di capitale. Le politiche neoliberiste e di deregulation succedutesi dagli anni Settanta ad oggi (anche nel rapporto di lavoro) hanno determinato una crescente frammentazione sociale e un progressivo isolamento del produttore. Anche le reti di cooperazione sociale non rappresentano più, per il nuovo soggetto, un argine adeguato di fronte alle incertezze del mercato. Il contenuto della sua prestazione lavorativa, appare sensibilmente svalorizzato e standardizzato; il novero di competenze tecnologiche e informatiche che un tempo era esclusivo appannaggio del produttore freelance, si è adesso massificato, ridotto in moduli formativi omogenei, deprezzato secondo i criteri di mercato. Deriva da un tale svolgimento un soggetto in crisi non più circoscritto ad un settore produttivo, ma esteso all’intera società, paradigmatico dell’intera produzione.

Lontani dai comuni strumenti delle politiche del lavoro presenti sul territorio, e poco coinvolti nelle iniziative organizzate dalle rappresentanze sindacali, fronteggiano questa sorta di «privatizzazione dei rischi sociali» verso cui ciascun precario di seconda generazione esprime tutto il suo disorientamento, la sua difficoltà di reazione.

Il precario di seconda generazione, in definitiva, è un soggetto sensibilmente più povero rispetto al suo predecessore, sia dal punto di vista politico che da quello economico. Il contenuto del lavoro si è fatto standardizzato, il livello delle retribuzioni si è abbassato fino al livello della mera sussistenza, la capacità rivendicativa appare assopita dall’accettazione del dato di fatto. Il precario attuale si vede espropriato di ogni residua capacità progettuale, vive in un eterno presente in cui «ora è la parola chiave della strategia di vita»2.

La trasformazione qui tratteggiata è il frutto in pari misura di cambiamenti oggettivi, quali la compiuta socializzazione delle nuove tecnologie, che ridondano sulla sfera produttiva, e di mutazioni sul piano soggettivo, quali la rinnovata percezione di sé da parte dei precari. Tutto ciò contribuisce a infliggere un’ulteriore, energico colpo all’ideologia del lavoro. Per i precari di seconda generazione il lavoro sembra sempre più solo un’occasione per l’estrazione di reddito, una modalità per recuperare uno stock minimo di risorse, indispensabile per fronteggiare i bisogni quotidiani. Quel carico di affettività, socialità, capacità relazionale e comunicativa che il precario post-fordista era ancora disposto a immettere nel processo produttivo, viene adesso, invece, riversato negli spazi vitali oltre la sfera lavorativa, sminuendo l’attrattiva del lavoro, limitandola alla sua capacità residua di garantire la riproduzione materiale dell’esistenza.

La parabola del precariato qui descritta induce ad attribuire un significato nuovo al reddito garantito. Se la prima fase del passaggio al lavoro flessibile e alla sua precarizzazione individuava il reddito garantito come una remunerazione per la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale diffusa, l’attuale composizione del precariato spinge a rivedere in un modo nuovo il senso di questo strumento.

Il reddito garantito in quella fase rispondeva all’esigenza di attribuire significato salariale ad una cooperazione sociale che, attraverso il meccanismo di precarizzazione  del lavoro formale, nel rapporto di capitale, costituiva la parte di lavoro realmente produttivo, ma non riconosciuto. Il «salario sociale» apriva così un fronte originale di conflitto puntando su una forte contraddizione di un sistema interamente impostato sullo sfruttamento del lavoro sociale diffuso. La fase attuale ci costringe a rivedere questa impostazione.

La parabola discendente del lavoro

I tempi di crisi sono tempi di chiarificazione, tempi in cui le dinamiche nebulose si fanno più distinte, in cui le cause lontane si legano e si sincronizzano d’improvviso con gli effetti presenti3.

Scopriamo così, nel pieno dispiegarsi della recessione globale più acuta nella storia del capitalismo dopo quella del ’29, di aver vissuto per due decenni almeno in un prolungamento abnorme e artificiale di equilibri in sé completamente saltati; in un differimento innaturale del pieno manifestarsi della crisi stessa. L’esaurimento di una dinamica storica ed economica, palesatosi interamente già nei tardi anni Settanta, è stato nascosto e allontanato nel tempo con vari rimedi, che come è ovvio hanno soltanto prodotto l’effetto di riprodurre, in seguito, le contraddizioni originarie e irrisolte, ma con un’ampiezza nel frattempo ingigantita.

La diminuzione della capacità d’acquisto è stata compensata e mascherata con l’ipertrofia della creazione monetaria, lo smarrimento del senso della produzione è stato momentaneamente recuperato con lo sfruttamento della cooperazione sociale e con nuove merci e tecnologie (informatica, comunicazione, new economy, etc.) che si sono dimostrate in definitiva incapaci di rilanciare adeguatamente il ciclo dell’accumulazione; la demolizione della società salariale è stata ingentilita con le retoriche della flessibilità e con i processi di precarizzazione, i principi universalistici del welfare sono stati a poco a poco e surrettiziamente contraddetti dalle politiche di privatizzazione della spazio pubblico e di coazione al lavoro dei cittadini (il cosiddetto workfare). Ma tutti questi accorgimenti hanno mancato di tradursi in un nuovo equilibrio economico-sociale, paragonabile a quello raggiunto nel corso dei «trent’anni gloriosi». La qualità della regolazione sociale dell’epoca postfordista è rimasta scadente, incapace di porre le fondamenta di una nuova  coniugazione virtuosa tra sviluppo economico e sviluppo sociale4.

Vari dispositivi di contenimento della crisi sono stati messi all’opera nel corso degli anni, senza mai fare i conti veramente e fino in fondo con le ragioni profonde del disequilibrio strutturale. Un’intera epoca all’insegna del post (postindustriale, postfordista, postmoderna) è così trascorsa nel vano tentativo di scacciare da sé gli spettri di una crisi sempre e comunque strisciante.

La crisi esplosa ufficialmente nel 2008, portando a maturazione e mettendo sempre più in sincronia tutti i disequilibri accumulati negli ultimi decenni (monetari, produttivi, sociali, politici), potrebbe avere l’effetto di spazzare via questa nostra innaturale epoca post e di gettare finalmente solide basi per una nuova progettazione sociale.

Un utile terreno d’indagine, per meglio penetrare nei meandri della crisi e per metterne a tema una fuoriuscita possibile, si situa certamente sul piano del lavoro, della sua decadenza, della crisi dei sistemi di welfare.

Vediamo già dai tardi anni Settanta le avvisaglie di un esaurimento dell’utopia basata sul lavoro e sul pieno impiego, perno centrale di tutte le ideologie politiche novecentesche. Tutte le opzioni politiche del secolo scorso, quella liberale come quella liberista, quelle progressiste, socialiste, comuniste o socialdemocratiche, anche quelle più radicali, di fatto hanno messo il lavoro al centro dell’idea di società, ne hanno fatto un pernomotore dello sviluppo e quindi del benessere economico, ma anche dell’affrancamento delle masse e degli individui. Messa da parte ogni concezione dell’attività umana come libera creatività, come attività disinteressata, come servizio in favore del bene comune, il lavoro inteso come lavoro salariato, anche nelle economie a cosiddetto «socialismo reale», era il fulcro attorno al quale tutta la costituzione materiale della società ruotava e trovava fondamento e presupposto implicito per qualsiasi idea di futuro. Attorno al soggetto lavoratore, in virtù della sua concreta collocazione sociale, si costruivano tutti i diritti di natura individuale e collettiva, che ne tutelavano e valorizzavano lo specifico ruolo di produttore5.

Negli ultimi decenni, nonostante la continuità negli stili retorici, nonostante il perdurante predominio verbale dell’ideologia del lavoro, l’obiettivo politico del pieno impiego e gli schemi fondamentali della società salariale sono entrati in una depressione profonda, portando di conseguenza ad una «obiettiva diminuzione del potere di fatto del lavoro, della produzione e del profitto di determinare la costituzione e lo sviluppo della società in generale»6.

La società basata sul lavoro entra in contraddizione pragmatica con se stessa ed il lavoro diventa il vero sconfitto, non solo con l’implosione dei sistemi a socialismo reale, ma anche con l’imporsi nelle società capitalistiche, attraverso la globalizzazione e il neoliberismo, di modelli nuovi di sfruttamento in cui lo svolgimento del processo produttivo implica la disintegrazione sociale della forza lavoro7. Mentre, da un lato, i processi di precarizzazione la svilivano e ne contraddicevano di fatto quel ruolo centrale che a parole gli si continuava a riconoscere sul piano dei diritti di cittadinanza, dall’altro i processi di finanziarizzazione svuotavano di senso la produzione reale e con essa anche il contributo che il lavoro poteva offrire alla creazione di ricchezza.

Il passaggio a politiche di workfare in tutto il continente europeo, caratterizzate da un obbligo particolarmente stringente ad accettare le offerte di impiego in cambio di sussidi di disoccupazione sempre meno generosi, ha rappresentato il tentativo di rilanciare artificialmente l’idea di piena occupazione, così che lo stesso smantellamento dello stato sociale ci parla in fondo di questa lunga parabola discendente del lavoro. Non soltanto le trasformazioni intervenute nelle relazioni produttive hanno inciso sullo stato sociale, ma anche e soprattutto la tendenza alla privatizzazione dei servizi e degli strumenti di tutela, ha finito per dare nuovi significati ai diversi welfare nazionali, rappresentando inoltre l’allontanamento dalla concezione dei diritti universali.

La crisi economica di inizio millennio ha infine reso evidenti i fattori di criticità dell’intero sistema produttivo.  Dopo il fallimento della new economy, dopo le guerre dell’era globale e il tentativo di produrre ricchezza attraverso la finanziarizzazione, la crisi del neoliberismo e delle sue alternative pongono con forza il tema di cosa, come e quanto produrre. Inoltre, il portato di disoccupazione e precarizzazione, che sembra sempre più caratterizzare la crisi di avvio di millennio, fungerà probabilmente da fattore di chiarificazione8 e gli equilibri impossibili dell’epoca post potranno giungere a maturazione.

La crisi profonda dell’ideologia del lavoro tende a divenire ormai un dato sancito, impossibile da negare. Pensare di uscire dalla crisi presente, che si evidenzia come vera e propria crisi economica, di produzione, ma anche e soprattutto come crisi di visione del mondo a partire dall’ideologia del lavoro, attraverso un ritorno al passato, pretendendo di rimettere il lavoro coercitivo al centro dello sviluppo, costituisce una posizione meramente di difesa perché è l’utopia stessa del pieno impiego a entrare in crisi9. Per chi ha ancora a cuore un’idea di giustizia sociale, di relazioni nuove tra gli individui, di un mondo migliore, si apre quindi una epoca su cui ricostruire nuove utopie della liberazione. A partire da un idea nuova di lavoro, come fare-comune per un bene comune, in cui la libera scelta, l’opera umana, la libera attività, il lavoro come impegno civile faccia da contraltare al ricatto, alla sopravvivenza, alla coercizione. L’agenda di un nuovo corso politico possibile, secondo l’efficace e ancora attuale compendio di André Gorz, dovrebbe tendere a: «garantire a tutti un reddito sufficiente; combinare redistribuzione del lavoro e sovranità individuale e collettiva del tempo; favorire la fioritura di nuova socialità, di nuovi modi di cooperazione e di scambio, mediante i quali siano creati legami sociali e coesione sociale al di là del salariato»10.

I precari, la crisi e il reddito garantito come alternativa

Oggi diventa molto meno utopistico reclamare un reddito garantito piuttosto che il pieno impiego e questo perché il topos in cui si colloca è maggiormente visibile, un territorio sempre più desiderabile. La precarizzazione massificata ha prodotto di fatto un definitivo allentamento degli schemi della società fondata sull’ideologia del lavoro, e questo allontanamento è avvenuto non sul piano dell’astrazione politica, ma su piani reali, materiali, quelli dei soggetti coinvolti in questo processo.

Il nuovo soggetto precario, il «precario della crisi» o di «seconda generazione», è perfettamente contemporaneo allo svolgimento della parabola discendente dell’ideologia del lavoro. Questo nuovo soggetto, che agisce nel contesto di una precarizzazione di massa e generalizzata, non fa più del lavoro un fattore di riconoscimento e di soggettivazione, non si percepisce come soggetto attivo in una società basata sul lavoro, non progetta sulla base del lavoro il proprio futuro, è invece consapevole della incapacità del lavoro di garantire quel futuro. Il precario di seconda generazione si muove nella società alla ricerca di opportunità improvvise, organizza il proprio presente inseguendo le prospettive di possibile reperimento di un reddito.

Il richiamo alla difesa dei diritti del lavoro, quelli «conquistati dai nostri padri», che aveva ancora un certo appeal per i precari postfordisti, non mobilita più le energie dei precari di seconda generazione. La prospettiva dell’impiego stabile, le garanzie della contrattazione collettiva, le tutele classiche contro il licenziamento, l’idea di accumulare lavoro per la pensione, non occupano più l’immaginario di questo nuovo soggetto. La precarietà è accettata ormai come orizzonte inevitabile e agìta semmai cercando -con fatica, conducendo una lotta quotidiana- di piegarla alle esigenze individuali.

Il precario emergente, figlio della crisi e della regressione economica degli anni 2000, non fa più rinvio a un passato che fu e che si dovrebbe «difendere», esce così dagli schemi dell’epoca post, si presenta come il «pre» che comincia a farsi avanti.

E anche parlare di basic income diventa più semplice. Se prima una delle maggiori critiche alle tesi del reddito garantito venivano proprio da quei settori, sindacali innanzitutto, che rappresentavano bene il fronte dell’ideologia lavorista, oggi i nuovi precari affrontano questo tema sulla base di una diversa prospettiva esistenziale, più pragmatica, possibilista, sganciata nei fatti dall’ideologia del lavoro.

In questa condizione si produce un «mutamento continuo di forma»11, e questo nuovo stato «liquido» non lascia spazio alla solidificazione della forza dei precari ma produce una sorta di rifiuto del lavoro precario. Quella che viene definita come la «generazione né né»12, pare averlo compreso in maniera compiuta. L’idea di vivere delle opportunità che si presentano al momento, è il risultato ultimo della parabola discendente del lavoro, dimostra la fragilità di qualsiasi progettazione del futuro. Sembra non rimanere possibile altro che un’esistenza condotta in un eterno presente, un ripetersi dell’identico, senza alcuna progressione sociale possibile. Questa condizione, pur producendo diverse forme di impoverimento culturale, economico, di competenze sociali in genere, offre un interessante terreno d’indagine per esplorare le nuove frontiere del «rifiuto del lavoro». Senza ideologismi e con un sano pragmatismo i nuovi soggetti precari si chiedono in piena franchezza  se nell’attuale contesto di crisi attivarsi per il lavoro, sia o meno conveniente13.

La precarizzazione di massa comporta dunque un peso minore, ridotto, della centralità del lavoro, che non è visto più come unico spaziotempo di realizzazione personale. Casa, reddito, tempo, riconoscimento di diritti civili e sociali, sono alcuni dei bisogni diffusi che potrebbero sempre più trovare un’espressione congiunta, mescolarsi in un’ amalgama in grado di essere parola viva di un nuovo discorso politico.

Il precario di seconda generazione si trova singolarmente in fase con la crisi presente. Queste caratteristiche lo potrebbero rendere il soggetto di riferimento per l’affermarsi di un’utopia di segno nuovo, quella del reddito di esistenza, garantito.

Certo, ci saranno ancora molti anni in cui governi di qualsiasi colore doneranno senza batter ciglio miliardi di euro ad imprese che impazziscono, che entrano in crisi perché non sanno più cosa produrre; ci saranno imprese che delocalizzeranno sperando di riacciuffare il filone vincente della produzione e che continueranno a sfruttare forza lavoro a basso costo e sempre più precaria. Così come ci saranno, con ancora maggiore virulenza, forme di vero e proprio ricatto verso quei lavoratori, garantiti o no, che si troveranno per mera sopravvivenza ad accettare qualsiasi impiego purché sia. Proprio qui sta il nucleo della sfida che ci aspetta: terremo fede al negativo presente, mantenendo in vita gli schemi conosciuti della società del lavoro, anche a costo di enormi sacrifici e di un continuo ribasso degli standard di tutela, oppure apriremo a un futuro possibile di diritti di cittadinanza in cui l’opera umana non sarà più mera coercizione e strumento di sopravvivenza, ma azione soggettiva e bene comune? La necessità che si pone oggi con forza è finalmente quella di costruire utopie concrete. Un reddito garantito è necessario, per riconoscere proprio questa attività, tempo creativo contro il tempo del profitto, fuori dalla costrizione del lavoro, fondamento di nuova società14.

Occorre consentire l’affermazione di quel che Ernst Bloch, alfiere del «marxismo della possibilità», definiva come non-ancora-conscio: quella porzione di futuro che preme per venire alla luce e al pieno possesso di se stesso. «L’utopia non è fuga nell’irreale; è scavo per la messa in luce delle possibilità oggettive insite nel reale e lotta per la loro realizzazione»15.

 

note

1 S. Aronowitz, Post-work. Per la fine del lavoro senza fine, DeriveApprodi, Roma 2006, p. 58, corsivo nell’originale.

2 Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2008, il corsivo è nostro.

3 Si veda, per un’efficace analisi della crisi globale, K.H. Roth, «Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca», in A. Fumagalli, S. Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, Ombre Corte, Verona 2009.

4 M. Aglietta, «Regolazione e crisi del capitalismo», in M. Aglietta e G. Lunghini, Sul capitalismo contemporaneo, Bollati Boringhieri, Torino 2001.

5 M. Bascetta e G. Bronzini, «Il reddito universale nella crisi della società del lavoro», in AA.VV. La democrazia del reddito universale, Manifestolibri, Roma 1997, p.11.

6 C. Offe, Arbeit als soziologische Schlusselkategorie in Arbeitsgesellschaft. Strukturprobleme und Zukunftsperspektiven, citato nell’intervento di Jürgen Habermas, La nuova oscurità. Crisi dello Stato sociale ed esaurimento delle utopie, Edizioni Lavoro, 1998; ripubblicato su Dopo la politica a cura di D. Zola, edizioni dell’Asino, Roma 2008, p. 23.

7 M. Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi Editore, Milano 2003, p. 277.

8 E’ un fatto noto che la crisi finanziaria ha investito ormai prepotentemente l’economia reale. Tra il dicembre 2007 e il febbraio 2009 negli USA si sono persi quattro milioni e mezzo di posti di lavoro, facendo schizzare il tasso di disoccupazione oltre l’8%, ma la prospettiva è che arrivi presto a superare la soglia del 10%. Anche per l’Unione europea  si stimano tassi di disoccupazione superiori al 9% per il 2009 e oltre il 10% per il 2010. Rischia pertanto di prodursi la stessa congiuntura sociale degli anni Ottanta, caratterizzata da un alta e stabile disoccupazione di massa; contesto nel quale non a caso prese avvio il dibattito -ormai maturo- sulla crisi della società salariale e sull’introduzione di un basic income. La novità adesso è che la perdita di posti di lavoro non riguarda solo le economie occidentali: si stima che in Cina la recessione abbia lasciato senza impiego oltre 20 milioni di persone, in India sono stati distrutti almeno un milione di posti di lavoro nel solo settore delle esportazioni. Su una situazione già di per sé preoccupante gravita l’ulteriore fattore di crisi del settore automobilistico, che soffre di un arretramento nelle vendite senza precedenti. La chiusura o il ridimensionamento dei siti produttivi, porterebbe con sé anche una crisi dell’indotto, a quel punto difficile da arginare con gli strumenti ordinari di politica economica.

9 Si veda Jürgen Habermas, op. cit.: «Nel mondo intellettuale si è diffuso il sospetto  che l’esaurimento delle energie utopiche non sia solo il sintomo di un pessimismo passeggero, ma piuttosto di qualcosa di più profondo. […] Per parte mia, considero infondata la tesi circa l’inizio della società postmoderna. Non sono cambiate né la struttura dello spirito del tempo, né il modo di dibattere sulle future possibilità di vita e le stesse energie utopiche non si sono ritratte dalla coscienza storica. E’ finita piuttosto, una particolare utopia, quella che nel passato si è cristallizzata sulla prospettiva di una società fondata sul lavoro… […] L’idea utopica di una società basata sul lavoro ha smarrito il suo potere persuasivo, non perché le forze produttive abbiano perso la loro innocenza, o perché l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione non abbia condotto di per sé all’autogestione dei lavoratori. Ciò è accaduto perché l’utopia ha perso il suo riferimento alla realtà[…]».

10 A. Gorz, Miseria del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 1998  p.117

11 Z. Bauman, op. cit.

12 Dal «Corriere della Sera» del 16 luglio 2009: dati del Rapporto Giovani 2008, elaborati dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma. Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%): la maggior parte perché un lavoro non lo trova; 50 mila perché della loro inattività fanno una scelta; 11 mila, poi, proprio perché di lavorare o studiare non ne vogliono sapere («non mi interessa», «non ne ho bisogno»). Nella fascia di giovani tra i 25 e i 35 anni un milione e 900 mila non studia e non lavora. Vale a dire: quasi uno su quattro (il 25%). Un milione e 200 mila di questi gravitano nella disoccupazione (ma tra loro c’è chi dice di non cercare bene perché è «scoraggiato» o perché «tanto il lavoro non c’è»). Settecentomila sono invece gli «inattivi convinti»: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo. In Spagna, dice una recente indagine di Metroscopia pubblicata su «El País» in occasione del battesimo massmediatico della Generación «ni-ni», il 54% dei giovani tra i 18 e i 35 anni dichiara di «non avere un progetto su cui riversare il proprio interesse o le proprie illusioni». «Il lavoro? Non lo cerco perché tanto non lo trovo». E la crisi sembra aver accentuato la rinuncia a qualsiasi impegno. Soddisfatti della loro vita privata (lo è l’80%), i giovani spagnoli si sentono in preda a una «devastazione lavorativa». E anche chi alla fine sceglie di studiare, lo fa senza prospettive. «Appena si rendono conto di cosa li aspetta continuano a formarsi, viaggiano, lavorano magari come camerieri per pagarsi un master mentre mamma e papà a casa li aspettano». Stesse tonalità per la fotografia scattata ai giovani «né-né» nostrani: coccolati dalla società e iperprotetti in famiglia come i «bamboccioni» ma troppo consapevoli delle loro scelte per finire sotto l’etichetta; apatici e un po’ disarmati come i figli della «generazione x» ma anagraficamente troppo giovani per essere loro apparentati; circondati da fratelli e amici icona della «generazione mille euro» ma troppo disillusi per provare a loro volta a infilarsi, prima o dopo, nella stessa realtà. «Non lavorano perché la famiglia li mantiene e un impiego non si trova».

13 Dal «Corriere della Sera» del 16 luglio 2009: Malena, nella sua stanza tappezzata di libri, annuisce: «Ma io lotto per quello che va a me. E per ora sto bene così. Forse un po’ meno i miei genitori, la mia vecchia prof di lettere che ha sempre visto per me un futuro “promettente” (che parolaccia). E forse anche la società che non accetta quelli che cercano una strada diversa dai mille e 120 euro al mese di mia sorella laureata-dottorata». «Ci fosse però quella strada – aggiunge Daniele, dietro un nome di fantasia – me l’hanno rubata. Mio fratello ha fatto di tutto per fare contento il mondo e s’è trovato senza un lavoro e senza se stesso». Enrico B., 26 anni, non studia, non lavora, ma ha una compagna e un figlioletto a cui badare: «Il mio lavoro? Per mesi è stato cercare un lavoro. Adesso prendo quello che viene». E al bimbo chi pensa? «Mia madre e mio padre. Per ora viviamo con loro, poi si vedrà».

14 Si veda S. Aronowitz, op. cit., pp. 82-83: «La politica come discorso razionale, opposta alla pura lotta per il potere, necessita di una emancipazione economica e sociale. Un elemento costituivo di emancipazione è la libertà di gestire il proprio tempo. Le condizioni materiali fondamentali sono date dal fatto che il lavoro non deve più occupare un ruolo centrale nella vita collettiva né nell’immaginazione. Questa libertà […] a differenza del lavoro irrigimentato, senza fine, contiene la possibilità della cittadinanza. A partire da questi elementi, consideriamo la società civile il luogo privilegiato per lo sviluppo degli individui, liberi di partecipare a una sfera pubblica costruita su loro stessi. In questo senso la politica non consiste nel rituale delle elezioni, cioè nella selezione di un gruppo dominante tra altre élite. La politica prende la forma delle assemblee popolari a cui viene dedicato sufficiente spazio e tempo, capaci di diventare organi legislativi e amministrativi. Ci si potrebbe occupare tanto del lavoro quanto del quartiere. La realizzazione di una vera democrazia richiede la creazione di una società civile in cui la libertà consiste in primo luogo nella liberazione del tempo dall’eterno limite imposto esternamente dalla natura e da altri esseri umani al potere. Il pieno sviluppo individuale, non la crescita economica, il taglio dei costi, non l’aumento del profitto devono essere alla base dell’innovazione scientifica e tecnologica. Il maggiore ostacolo alla realizzazione di tale obiettivo è proprio il dogma del lavoro, che appare ormai sempre più chiaramente strumento di dominio, nelle sue persistenti forme etico-religiose e di razionalità strumentale».

15 E. Bloch, Marxismo e utopia, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 137.

 

Tratto da AA.VV. Reddito per tutti: l’utopia concreta nell’era globale (Manifesto Libri 2009