Il vizio della mancanza di proposte


Cristina Tajani

Articolo pubblicato sul quotidiano Il Manifesto in risposta al dibattito avviato dal giornale stesso e dal sito Carta.org. In questo articolo vengono suggeriti tre argomenti per passare dal dibattito ad una possibile pragmaticità

Il dibattito sul “reddito garantito” in corso su il manifesto e Carta.org ha un grande merito ed un grande vizio. Il merito consiste nell’aprire uno spazio di discussione, nella sinistra radicale, sul tema socialmente rilevante della ridefinizione del welfare, tema che rischia di rimanere pragmaticamente appannaggio di altri nel centro-sinistra. Il vizio sta nel non riuscire a riempire questo spazio di proposte che eccedano le schermaglie “italiche” del dibattito antico che contrappone reddito e lavoro. Chi scrive ha vissuto, in Lombardia, l’esperienza dell’elaborazione di un progetto regionale sul reddito in cui si sono riconosciute tutte le culture della sinistra radicale (dalla Fiom ai centri sociali), rappresentando un punto di  fluidificazione dei linguaggi che, purtroppo, non sembra generalizzabile.

Ma più del metodo è il merito della discussione che merita attenzione. A questo vorrei provare ad offrire, per titoli, tre argomenti.

Il primo insiste sulla necessità di ripensare un modello di welfare familistico e categoriale (disegnato su alcune categorie di individui: i lavoratori delle grandi imprese con la cassa integrazione contro quelli delle imprese medio-piccole, etc.). Sul punto pare esserci largo consenso, ma sulle proposte è difficile uscire della contrapposizione tra sostenitori e detrattori del basic income. Non è nuovo ricordare che l’Italia è l’unico paese europeo (insieme alla Grecia) a non godere di uno strumento universalistico (svincolato da appartenenze categoriali) di contrasto alla povertà. L’esperienza del Reddito minimo di inserimento, liquidata in fretta dal governo Berlusconi, non ha beneficiato di una seria valutazione né in sede istituzionale (il rapporto di valutazione non è stato mai reso pubblico), né in sede politica. A prescindere dal merito di quell’intervento (che può ben essere discusso) a pesare sul giudizio di molti a sinistra è stato il fatto che fosse uno strumento di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale: dunque “assistenza”. Varrebbe la pena incrociare questi giudizi con i dati sulla nuova composizione della povertà relativa in Italia. Il maggior turnover, il ringiovanimento dei poveri (cui consegue trasmissione inter-generazionale del fenomeno), l’aumento degli occupati poveri (spesso precari) offrono altri elementi per valutare forme di sostegno al reddito (anche condizionate alla prova dei mezzi) in contrasto a povertà e ricatto della precarietà.

Né può valere l’argomento che contrappone il sostegno al reddito alla lotta contro la precarietà: equivarrebbe al sostenere, mutatis mutandis, che l’esistenza della cassa integrazione inibisce l’impegno contro ristrutturazioni labour-saving e crisi occupazionali.

Il secondo argomento ribadisce la necessità di situare i ragionamenti sul welfare in chiave europea, provando ad uscire dalla sola declamazione di principio. Fino ad oggi l’integrazione europea si è posta come “nemica” dei welfare nazionali, motivando il crescente euroscetticismo dei referendum francese e olandese sul Trattato. Ma le rilevazioni dell’Eurobarometro segnalano, di fianco ai timori, una forte propensione dei cittadini europei verso misure che promuovano la sicurezza sociale e l’uguaglianza.

La scorsa presidenza britannica della Ue ha elaborato alcune iniziative sociali pilota da implementare a livello sovranazionale. Tra queste uno strumento di contrasto alla povertà nella forma del sostegno al reddito. Secondo le simulazioni, questa misura costerebbe circa un punto di Pil europeo e andrebbe nella direzione, politicamente significativa, della lotta all’esclusione sociale in chiave Ue, consentendo ai welfare nazionali di concentrasi su altri obiettivi (pensioni, sanità…). L’ultimo argomento stringe il nesso tra la necessità di ripensare il welfare e la necessità di ripensare una fiscalità che ha perso di progressività e capacità redistributiva. Alcune indicazioni contenute nel programma dell’Unione (ad esempio il contrasto fiscale alla rendita) sembrano andare nella direzione giusta. Il punto politico da verificare è se l’attuale governo saprà collegare le misure in materia fiscale ai necessari interventi per un welfare maggiormente inclusivo. Il rifinanziamento del fondo nazionale per l’assistenza è un piccolo segnale che vogliamo interpretare positivamente.

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