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Il reddito garantito un’utopia bella, disarmante, semplice: uno slogan che contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno

di Elisabetta Ambrosi

“Bella, disarmante, semplice. L’utopia concreta del reddito garantito”: uno slogan davvero suggestivo, efficace, quasi “sexy”. Che contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno.

In primo luogo, l’elemento utopico, qualcosa che oggi manca radicalmente. Un’assenza che può essere raccontata attraverso un contrasto stridente che è andato in scena qualche settimana fa. Mentre i giovani precari scendevano in piazza per la manifestazione “Il nostro tempo è adesso”, mentre usciva nelle sale un film contro le raccomandazioni nel mondo del lavoro e sulle difficoltà del lavoro giovanile, mentre il papa interveniva nuovamente a chiedere un lavoro stabile e dignitoso per tutti, mentre un’ennesima sentenza della Consulta obbligava ad un reintegro dei precari della scuola, è arrivato in libreria un volume a firma dei “riformisti” del governo Berlusconi, con prefazione di Sacconi, dal titolo “Anni Settanta. I peggiori della nostra vita” (Marsilio).  Ad essere messa sotto accusa nel libro è una generazione precisa. Quella, secondo la prefazione di Sacconi, dei sessantottini, che avrebbe depredato lo Stato sociale in maniera irresponsabile. Una generazione che continua oggi a chiedere che si allarghino a tutti gli stessi diritti ricevuti per sé, ignara delle mutate condizioni sociali, nonché delle proprie responsabilità.

La disoccupazione? Quasi una colpa

Poco utile è soffermarsi sulla ristrettezza dell’analisi, sul suo alto tasso di ideologia, sul fatto che Sacconi stesso, come i suoi colleghi, beneficia nel momento in cui parla di tutte le protezioni, le tutele, i contributi pensionistici garantiti proprio da quei diritti che la sua generazione, pure non esente da gravi colpe, ha chiesto e chiede. Ciò che colpisce è piuttosto che il ministro italiano del welfare e del lavoro introduca un libro contro gli anni Settanta quando quel decennio è aperto proprio dallo Statuto dei Lavoratori, cioè da uno Statuto, che un ministro del lavoro dovrebbe difendere. Amareggia il fatto che il ministro del lavoro, in questo libro come in altre interventi, in un momento drammatico per il lavoro in Italia, attacchi i lavoratori stessi per la loro richiesta di tutele, invece che supportarli nella loro richiesta di diritti. Ma più di tutti ferisce l’assoluta mancanza di una comprensione di ciò che accade nel mondo del lavoro oggi, i cui nodi drammatici vengono letti attraverso categorie di tipo volontaristico-moralistico: lo scarso impegno dei lavoratori, la voracità insaziabile di protezioni dei lavoratori stessi, l’irresponsabilità. Una diagnosi che sta al lavoro come le dichiarazioni del vicepresidente del Cnr, che tanto hanno fatto scalpore, stanno alla scienza.

D’altro canto, gli eventi che sono andati in scena questi giorni sono espressione di un copione che in realtà si ripete da molti mesi, anzi da anni. Da un lato, manifestazioni sempre più numerose di precari, appelli contro il precariato, sentenze di reintegro dei lavoratori, film sul precariato. Insomma, la deflagrazione di un problema nato ormai due decenni, arrivato sulla scena pubblica tardi, ma ormai comunque da qualche anno, insieme ad una grandissima richiesta di cambiamento e di riforme.

Dall’altro, in risposta a tutto ciò, una mancanza completa di analisi della condizione giovanile, delle sue cause strutturali ma anche storico-politiche. Che porta con sé una tesi tanto assurda e quanto inaccettabile, quella secondo la disoccupazione giovanile è dovuta ad un eccesso formazione dei giovani lavoratori, alla loro mancanza di umiltà nell’accettare lavori di basso livello. Manovale, badante.

Così, nel momento forse più acuto di sofferenza per i giovani italiani, quello che ha visto una generazione occupata con lavori atipici passare all’inoccupazione o al lavoro a chiamata, a prestazione d’opera, a partita Iva, invece che vedere il passaggio verso la stabilità (di cui i legislatori e i politici si erano sempre detti sicuri), l’unico intervento governativo in ambito di politiche del lavoro è stato il finanziamento degli ammortizzatori sociali per chi aveva perso un lavoro dipendente. Nulla, letteralmente nulla, per rispondere alla crisi del lavoro giovanile. Una visione ben più distruttiva del nichilismo che Sacconi imputa ai figli che restano a casa dei genitori fino ad età avanzata.

Risolvere il dualismo insider/outsider

Tornando al tema dell’utopia, l’aspetto più scioccante che caratterizza la classe dirigente attuale è forse l’assoluta assenza di un’idea su come uscire dalla situazione attuale, di una visione culturale e politica che sappia indicare soluzioni a due gravi emergenze: primo, la contrapposizione tra lavoratori dipendenti e atipici, che si fa sempre più insanabile. Secondo, la crisi occupazionale, e i limiti del sistema produttivo italiano. La mancanza di fattori che producano sviluppo, ricchezza, innovazione.

È bene sottolineare che le soluzioni per affrontare queste due emergenze non ce l’ha in tasca neppure gran parte dell’opposizione, in particolare il partito democratico, che è, almeno a livello nazionale, ancora deficitario di elementi utopici concreti. “Utopia” significa infatti indicazione di altro luogo dove andare, ma questo luogo è ancora oscuro. Si abusa della parola “precario”, un aggettivo logoro che descrive più uno stato d’animo che una condizione oggettiva, un contenitore dentro il quale si mette dentro di tutto e che non aiuta affatto a trovare soluzioni (tutti infatti siamo contro la precarietà eppure non si capisce bene come eliminarla, quasi fosse una nube tossica contro la quale ci mobilitiamo).

Anche nel Pd si abusa della parola precario ma non c’è una linea ufficiale su così uscire dalla precarietà. Contratto unico per tutti sì o no? Differenze tipologie contrattuali unite a massicci ammortizzatori per tutti, ed eventualmente al reddito minimo? Una posizione univoca e chiara non è stata ancora presa.

Il Partito democratico sconta la sua ancora forte dipendenza, reale ma anche psicologica, da un elettorato  anziano, fatto di pensionati, di dipendenti pubblici e insegnanti. E resta anch’esso in parte inadeguato sia a leggere i cambiamenti dirompenti, nel bene e nel male, del mondo del lavoro; sia a delineare una visione strategica, prospettica, realmente innovativa e non volta solo alla stanca richiesta di difesa di ciò che ancora resta, delle protezioni che hanno resistito alle demolizioni del centrodestra (e dello stesso centrosinistra, autore di tante leggi liberalizzatrici dei contratti negli anni Novanta).

Contro questa scarsità di utopia, la proposta di un reddito minimo indica almeno una strada chiara da seguire per dare una risposta alla disoccupazione e povertà giovanili, per dare opportunità di formazione a chi voglia cambiare lavoro o studiare pur non avendo i mezzi per sostenersi. Per risolvere il dualismo insider/outsider, andando verso una maggiore uniformità. È, appunto, un’utopia concreta.

Tornare a respirare l’universalismo

«Bella, disarmante e semplice»: gli aggettivi che caratterizzano la proposta del reddito minimo garantito suggeriscono due ulteriori riflessioni. “Disarmante e semplice” sono quasi sinonimi di “trasparente”, evidente, autoevidente, chiara, pubblica, insomma impossibile da equivocare. Si tratta di aspetti cruciali, a livello pratico ma anche psicologico, per chi è abituato ad una burocrazia e ad un welfare assurdo, fatto di sussidi inesistenti o magri, e tuttavia vincolati a presentazioni Isee, a certificazioni complicatissime di povertà e bisogno. Quando la semplice richiesta del sussidio dovrebbe attestare la necessità.

Ma “semplice” è sinonimo anche di “universale”, come dovrebbe essere ogni utopia che si rispetti. L’elemento di universalità è particolarmente importante oggi. I giovani nati negli anni Settanta e ottanta sono cresciuti all’insegna del mito dell’Europa, e del mondo, del superamento dei confini. La convinzione, per dirla con una celebre definizione della filosofa Martha Nussbaum, di essere anzitutto cittadini del mondo. O, quanto meno, prima cittadini europei che italiani. Una dimensione che Schenghen, l’entrata in vigore dell’euro, sembrava aver rafforzato.

Tragicamente, invece, in questi ultimi anni si è assistito ad una progressiva chiusura dei confini, a causa di un indebolimento delle istituzioni europee, della crisi economica e, in Italia, di un’ossessione federalista – almeno di un certo tipo di federalismo – che ha reso i cittadini sempre più rinchiusi nelle loro regioni di appartenenza, declinando lo stesso welfare in chiave regionale. Con effetti fortemente negativi sul piano dell’eguaglianza, visto la qualità di vita ormai è vincolata alla regione in cui si nasce. Tanto che per fare un esempio, alcuni malati cronici, al di là dei livelli minimi, che sono davvero tali, ormai sono curati in una regione e in un’altra no, e magari costretti a cambiare residenza per curarsi. Anche gli stessi sussidi al lavoro sono presenti in alcune regioni e in altre no. Oppure cambaino al cambiare di giunta, come il caso della sospensione della legge sul reddito minimo garantito nel Lazio ha mostrato.

Dire no alla bruttezza

L’utopia del reddito minimo, infine, è anche “bella”. Un aggettivo particolarmente azzeccato, perché forse la bellezza è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno, specie rispetto al tema dell’occupazione. Il mondo del lavoro in Italia oggi, in particolare per i giovani, non solo non dà adeguato reddito, ma soprattutto è brutto.

È brutto nei suoi luoghi, è ripetitivo, è mal organizzato, è improduttivo. E, nonostante la retorica della produzione, è un mondo che deprime il talento, l’intelligenza, il coraggio, tutte capacità che dovrebbero essere legate alla produzione e all’impresa. Il mondo del lavoro oggi produce scetticismo, depressione, rassegnazione, relativismo. La scarsità occupazionale, la frammentazione, l’assenza, con gravi responsabilità, di rappresentanza sindacale spinge i giovani ad accettare qualsiasi cosa, con conseguenze negative. Altro che accettare tutto, come suggerisce Sacconi: per un mondo del lavoro migliore servono molti più no, serve volare alto. In questo senso particolarmente efficace, dal punto di vista simbolico, è stata la campagna provocatoria della segretaria della Cgil Susanna Camusso, che ha tappezzato le città con annunci di lavoro ridicoli, come ormai sono gli annunci di lavoro, per poi bollarli con la sigla “mai più”.

Il reddito garantito, al contrario, produce bellezza, fa sì che si possa dire no ad un impiego sottoqualificato, deprimente, che si possa alzare lo sguardo verso l’alto. Restituisce insomma la dimensione della libertà, perchè libera il lavoro dal suo aspetto di necessità schiacciante.

Giocare una partita da eguali

La bellezza, in quanto legata alla libertà, si lega infine al tema del valore, di ciò che vale. E quindi al tema della meritocrazia, altra parola abusata al pari di precarietà.

Perché ci sia davvero spazio per il talento c’è bisogno anzitutto una rivoluzione culturale, di un cambiamento di mentalità. Ma, anche, di un mutamento delle condizioni che impediscono strutturalmente che il merito diventi il perno del sistema produttivo. Uno di questi ostacoli è certamente il dualismo del mercato del lavoro, la differenze cioè di tipologie contrattuali. Perché se c’è un lavoratore bravo con contratto atipico e un lavoratore meno bravo con contratto a tempo indeterminato l’azienda dovrà necessariamente mandare via il primo.

Una secondo ostacolo è ormai la radicale dipendenza dei lavoratori giovani dalle famiglie di origine. Che rende possibili per i figli delle famiglie abbienti l’esercizio della libertà e l’accesso a lavori creativi e dignitosi. Mentre costringe gli altri, anche i meritevoli, ad accettare impieghi sottoqualificati. Il reddito minimo, da questo punto di vista, proprio perché è un tipo di sussidio che va in direzione di una uniformità delle tutele, proprio perché rende tutti più uguali, permette che il merito sia davvero premiato. Fa sì insomma che la partita non sia truccata, che tutti partano dallo start con condizioni eguali.

Con benefiche conseguenze in termini di ricchezza, produttività, bellezza. E naturalmente giustizia.

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