Il reddito garantito nella società postfordista


Andrea Tiddi

La precarietà colpisce trasversalmente tutti i settori del lavoro. Ma cosa distingue il nuovo sistema del lavoro dal vecchio sistema? Nel modello di produzione fordista che ha caratterizzato il lavoro nel Novecento, centrato sui ritmi e gli spazi della fabbrica, l’accesso alla prestazione lavorativa, per quanto ripetitiva, frustrante ed eterodiretta essa potesse, prevedeva prestazioni a tempo «indeterminato», cioè tendenzialmente non limitate nel tempo, dunque prevedeva la continuità del rapporto dei soggetti non solo rispetto al lavoro, ma soprattutto rispetto all’acquisizione del reddito.

Un’altra importante distinzione è quella tra lavoro e reddito. Il problema del lavoro è in realtà una questione di reddito. Il reddito deve essere quello strumento che ci consente di potenziare queste nostre reti sociali al di là del lavoro, oltre il lavoro.

Questa questione è densa di conseguenze quando si parla di contenuti del lavoro nel postfordismo, soprattutto essa sposta il punto visuale dal tempo di lavoro, quale momento specifico della manifestazione delle potenzialità produttive del lavoratore, al tempo di vita in quanto tale. Bisognerà piuttosto volgere lo sguardo alla «prestazione di vita» dei soggetti.

Un’intervista ad Andrea Tiddi autore del libro Precari, edito dalla Derive Approdi.

Nel suo libro il precariato assume una connotazione molto ampia. Si va dal collaboratore occasionale al piccolo imprenditore di servizi. Qual è la geografia del precariato?

La precarietà, come sentimento di incertezza di fronte alle proprie esperienze e prospettive di vita, è senz’altro molto diffusa. Molti sono i motivi per i quali ci si sente insicuri, intimiditi, inadeguati, motivi per i quali stentiamo a raggiungere una modalità di vita non pressata da emergenze continue e a conseguire una propria sicurezza esistenziale. La precarietà colpisce trasversalmente tutti i settori del lavoro. Precari possono essere gli informatici, le badanti, gli operatori dei call center, ma anche gli studenti e i ricercatori. In alcuni strati di forza lavoro questa condizione di insicurezza è particolarmente accentuata dall’instabilità dalla prestazione lavorativa, quindi del reddito. Una cartografia del precariato ci mostrerebbe una grande quantità di soggetti differenti tra loro, ma uniti da questa comune incertezza. Tra i primi ad essere stati catturati da questa precarietà ci sono i più giovani, le nuove leve del lavoro, i quali di fronte a loro non hanno più trovato se non prestazioni a tempo determinato, discontinue, flessibili. Poi, ci sono molte donne lavoratrici, le quali grazie al part-time hanno trovato più facile conciliare le attività di cura familiare con la partecipazione al lavoro. Un altro grande blocco di lavoratori precarizzati si trova tra i migranti, per i quali sono riservati spesso lavori “in nero” e ampiamente sottopagati. Infine, ci sono tutti quei lavoratori prima assunti a tempo indeterminato e poi espulsi dal processo produttivo e che, per non finire disoccupati, sono spinti ad accettare l’incertezza dei nuovi posti di lavoro.

Cosa distingue il nuovo sistema del lavoro dal vecchio sistema?

Nel modello di produzione fordista che ha caratterizzato il lavoro nel Novecento, centrato sui ritmi e gli spazi della fabbrica, l’accesso alla prestazione lavorativa, per quanto ripetitiva, frustrante ed eterodiretta essa potesse, prevedeva prestazioni a tempo “indeterminato”, cioè tendenzialmente non limitate nel tempo, dunque prevedeva la continuità del rapporto dei soggetti non solo rispetto al lavoro, ma soprattutto rispetto all’acquisizione del reddito. I contratti “flessibili” del postfordismo hanno lasciato dietro loro, insieme alle frustrazioni della routine, anche questa certezza di veder garantita, regolarmente, ogni mese, l’erogazione del salario. Il concetto di flessibilità, tanto propagandata come soluzione per i mali della società, qui, mostra una natura ambigua: per ora sono soltanto i lavoratori ad essere flessibili rispetto alle esigenze del lavoro e del mercato, e mai il lavoro è invece flessibile rispetto alle esigenze di vita. Il passaggio al sistema detto “postfordista” ha comportato una grande liberazione di energie dalla routine del lavoro “alla catena” tipico del sistema-fabbrica, ha fatto emergere la creatività e capacità di invenzione dei soggetti. E, però, queste potenzialità sono oggi compresse dall’incertezza della prestazione. Ci troviamo di fronte al lavoro, ad un tempo, più ricchi e più poveri. Più ricchi di saperi e di capacità creative, e più poveri di certezze e di garanzie.

Un’altra importante distinzione è quella tra lavoro e reddito. Il problema del lavoro è in realtà una questione di reddito. Ci spiega la differenza?

Una certa ideologia “lavorista” ha sempre tentato di porre la partecipazione al lavoro come centrale per lo sviluppo sociale dei soggetti. Il lavoro aveva acquisito un carattere educativo in sé. E’ un po’ come quando alcuni nostri vecchi dicevano che per diventare uomini non c’era nulla di meglio che fare il soldato, elogiando le magnifiche e progressive sorti della leva militare. Oggi, la società ripone molta meno fiducia (per fortuna) in queste verità assolute e aprioristiche. E questo vale anche per il lavoro: il lavoro è sempre stato quella cosa buona che ci educa, che ci insegna il rispetto e ci spinge a collaborare con i nostri simili. Più che di profitto sembrava che il lavoro fosse divenuta una questione di moralità generale della società. Ovviamente tutto questo non ha alcuna base reale, e oggi questa inconsistenza si mostra senza veli. Si lavora per guadagnare reddito, e si ha bisogno di reddito per riprodurre la propria vita: questo è quanto.

Per ciò che riguarda le capacità del lavoro ad educare i soggetti a vivere insieme, la nostra contemporaneità vede affermarsi una quantità enorme di attività e di interazioni, un’intensità cooperativa spontanea che il lavoro in sé neanche è più in grado di contenere e di organizzare dentro i suoi processi. La cooperazione sociale si muove ampiamente fuori dalle dinamiche del lavoro, anzi il lavoro è divenuto esplicitamente il limite reale di tempo imposto a queste relazioni sociali spontanee. Il lavoro è divenuto sempre più un limite e sempre meno una possibilità di realizzazione soggettiva. C’è, invece, una grande produttività fuori dal lavoro, nelle attività quotidiane della nostra vita, in tutte quelle attività che accrescono la nostra soggettività e, spesso, hanno ben poco a che fare con il lavoro. Il lavoro gode dei frutti di questo accrescimento di soggettività, ma in un secondo momento, e in maniera per così dire parassitaria. Per questo la questione del reddito va sganciata da quella della partecipazione formale al lavoro. E’, piuttosto, la nostra vita in quanto tale, cioè in quanto si svolge insieme ad altri, nelle relazioni spontanee più diverse, che ci rende “produttivi di socialità”, capaci di stare insieme. La questione del reddito va allora agganciata a questa capacità generica delle nostre vite insieme. Il reddito deve essere quello strumento che ci consente di potenziare queste nostre reti sociali al di là del lavoro, oltre il lavoro.

Sempre più il lavoro tende ad assorbire dal lavoratore competenze e saperi che extralavorativi. In che senso il lavoro è sempre più “affettivo”?

Esattamente in riferimento a questa produttività generale della vita sociale, a questo suo prodursi su dinamiche e filiere estremamente minute della vita relazionale dei soggetti. Qui l’attributo “affettivo” ha un senso molto ampio, un senso un po’ spinoziano. Esso connota il contenuto implicito di ogni attività volta alla relazione in sé, al produrre relazioni in quanto tali. Le attività di cura, di informazione, di ricerca, di connessione, ecc., sono attività affettive in quanto comportano, a differenza di un lavoro manuale ripetitivo e automatico, un coinvolgimento immediato e diretto della soggettività del lavoratore. Esse producono “affezioni” nei soggetti implicati nella relazione, i quali non sono più appendici dell’apparato meccanico, ma soggetti capaci di decisione e coinvolgimento personale. Questa questione è densa di conseguenze quando si parla di contenuti del lavoro nel postfordismo, soprattutto essa sposta il punto visuale dal tempo di lavoro, quale momento specifico della manifestazione delle potenzialità produttive del lavoratore, al tempo di vita in quanto tale. Se si ragiona su questi presupposti “affettivi” del lavoro si deve necessariamente riconoscere l’impossibilità di definire le capacità dei soggetti a partire dalla loro prestazione lavorativa. Bisognerà piuttosto volgere lo sguardo alla “prestazione di vita” dei soggetti. La capacità di relazione sociale entra nel lavoro solo in un secondo momento, ma ha origine nel tempo di vita collettivo.

Quali sono i pericoli della diffusione del precariato?

Il pericolo più grande è, per i singoli soggetti, nel rischio di rimanere esclusi dai processi della società, di essere privati di autonomia e di possibilità progettuale. Per la società questi rischi si traducono in crisi permanente dei suoi legami costitutivi: un sistema di diseguaglianza generalizzata non può che comportare un endemico conflitto tra soggetti sociali con differenti opportunità e con differente potere nell’arena della concorrenza. Il senso di diffidenza verso i migranti, che vediamo crescere in alcuni strati della società, potrebbe essere anch’esso letto come un’estensione negativa delle problematiche poste dalla precarietà diffusa: si attacca il migrante perché è l’anello debole di una catena di concorrenti in un’economia di scarsità e penuria. Il migrante può essere visto allora come minaccia, come nemico, dimenticando che molti dei problemi che esso esplicita sono condizioni estreme di una comune difficoltà. Lo spettro della guerra fra poveri è il vero pericolo in queste situazioni di precarietà.

Quali sono invece le opportunità, che lei rileva nel suo libro?

Le opportunità per i precari sono inscritte nelle loro stesse caratteristiche soggettive. Contro un regime di concorrenza spietata tra simili per l’accaparramento di posti di lavoro sempre più scarsi e sempre meno garantiti, i precari possono agire solo collettivamente, solo riconoscendosi forza comune, come cooperazione. I precari dalla loro hanno l’intelligenza, i saperi, le capacità di organizzazione e di relazione, capacità forti da cui partire per pensare nuove linee di sviluppo per la vita collettiva, un nuovo modo di intendere le contraddizioni del presente, per risolvere la generale incertezza individuale in una dispiegata progettualità comune, per dissolvere l’ordinamento delle gerarchie e del comando in forme di cooperazione diffusa e di riappropriazione della propria esistenza. Sui contenuti e sui progetti di questa nuova vita la parola ultima resta ai precari, a come essi riusciranno ad articolare insieme queste loro capacità.

Quali le battaglie principali da combattere?

La battaglia più importante è senz’altro quella per un reddito di cittadinanza universale e indipendente dalla prestazione di lavoro. Il reddito di cittadinanza dovrebbe essere inteso, da un lato, come reddito diretto, cioè come quota-base di denaro ugualmente distribuita, e, dall’altro, come reddito indiretto, ossia come libero accesso a tutti quei servizi che sono fondamento del vivere associati, come l’accesso alla comunicazione, all’informazione, alla formazione, ai trasporti e come la garanzia di alloggio e di spazi di socialità. Un reddito di questo tipo non distingue più tra occupati e inoccupati, essendo questa un’alternativa sempre meno netta in un regime di prestazione lavorativa flessibile. Questa modalità egualitaria e non esclusiva di redistribuzione della ricchezza presuppone il coinvolgimento nelle dinamiche di produzione dell’intera vita sociale, produzione che, come abbiamo detto, è oggi, in primo luogo, una produzione di relazioni in genere. La produttività generica degli scambi sociali potrebbe allora essere remunerata con un intervento altrettanto generico, quale è appunto il reddito di cittadinanza. Questa forma redistributiva consente, altresì, di lasciare ai soggetti margini operativi maggiori sulla loro vita, la possibilità di agire e di progettarsi senza la pressione, spesso davvero insopportabile, del ricatto che ci intima: “o con il lavoro o senza reddito”. Favorire lo sviluppo di momenti di autonomia della soggettività sociale, questo è l’obiettivo esplicito del reddito di cittadinanza.

Un’altra proposta non potrebbe essere quella di “reddito di consumo”: una cifra mensile che ognuno deve spendere per far girare in maniera diffusa ed equamente distribuita l’economia, che fonda appunto sul consumo la sua efficacia. Che ne pensa?

Di primo impatto mi sembra un po’ limitante darsi come parametro di ragionamento sui problemi che emergono dalla vita dei soggetti quello della compatibilità con l’economia. Gli uomini e le donne dovrebbero sempre essere loro la misura dell’economia, non il contrario. Credo che i precari dovrebbero avere il diritto di gestire liberamente il proprio reddito senza vincoli, come ogni altro cittadino. Se, per esempio, volessero accumulare del reddito per realizzare domani qualcosa di più oneroso di ciò che possono oggi dovrebbero poterlo fare liberamente, mettendo da parte quanti soldi ritengono necessari a tale scopo, senza costrizioni a consumare. Dovrebbero potersi sentire liberi tanto dal lavoro immediato che dal consumo immediato.