Il reddito di base tra tecnocapitalismo e frammentazione sociale


Benedetto Vecchi

Armi di distruzione matematica, recita il titolo di un bel libro pubblicato in Italia da Bompiani. Come talvolta accade è importante la storia professionale dell’autore. A scriverlo è stata la ricercatrice e matematica Cathy O’Neil, che ha lavorato per multinazionali, centri di ricerca privati e pubblici, università, fondazioni statali in progetti per lo sviluppo di Big Data, ma sopratutto per elaborare software e algoritmi che consentissero la più efficiente e veloce metodologia di accesso all’ingente mole di dati, secondo uno schema “astratto”, cioè in presenza di una alta percentuale di automatismi, limitando così al minimo l’intervento umano, ritenuto da O’Neil un limite da aggirare e neutralizzare.
Non è peregrina, negli ultimi anni, l’insistenza della matematica sull’inferiorità delle reazioni umane a quelle delle macchine, perché segna il ridimensionamento delle gerarchie socialmente codificate che assegnava alla “carne e al sangue” di uomini e donne lo scettro del dominio sul mondo.

Rispetto a questo ribaltamento – vengono prima le macchine, poi gli umani – molti elementi sono importanti, ad esempio, per affrontare l’automazione dei processi lavorativi, la scomparsa di molti “lavori” che costituivano la “cifra” dell’esistenza di una “società salariale”, ma che ora attestano una era irreversibile di disoccupazione di massa, aprendo, ma spesso mettendo in discussione la possibilità di gestire una situazione sociale potenzialmente esplosiva attraverso redditi di inclusione, di cittadinanza, universali.
Per la prima volta il reddito di cittadinanza, sia che lo proponga Mark Zuckerberg o Bill Gates o qualche altro robber commons, non è visto come misura politica di inclusione, di rimozione dei meccanismi violenti di esclusione sociale dovuti allo sviluppo capitalistico, ma come un dispositivo che ratifichi l’ormai acquista inferiorità umana rispetto alle macchine. È il dispiegarsi feroce di una dimensione psicosociale della tecnica, facendo sorridere di gioia heideggeriani dell’ultima ora, nietzschiani in cerca di autore, fideistici liberisti militanti del tecnocapitalismo. Una posizione che affastella tematiche postumane, di critica all’antropocene, di determinismo tecnologico, che si sono fatte largo nei rumori di fondo della Silicon Valley, conquistando però il centro del palcoscenico laddove proprio il postumano è divenuto uno dei pochi orizzonti ammessi dallo sviluppo capitalistico. E se il “realismo capitalista”, denunciato dal giovane studioso suicida Mark Fisher, nega ogni alternativa al suo modello di rapporti sociali, le macchine sono la leva indispensabile per garantire linee di crescita economica altrimenti dubbie.

Il reddito di cittadinanza può ovviamente avere declinazioni molto più interessanti, a partire dalla convinzione che gli automatismi e l’automazione del processo lavorativo possono attivare un circolo virtuoso tra movimenti sociali e istituzioni rappresentative; tra proposte di contropotere à la Étienne Balibar – una dimensione conflittuale delle relazioni sociali vista come fattore dinamico, irrinunciabile della democrazia.

La possibilità dell’erogazione di un reddito di cittadinanza, all’interno di questo dinamico equilibrio tra istituzionalità e gestione “dal basso”, non è certo la soluzione del problema, ma non chiude spazi di conflitto sociale. Punta semmai a una radicale riqualificazione del Welfare State all’interno di una logica di “diritto diseguale”, cioè favorevole al lavoro precario, intermittente. L’universalismo è ritenuto cioè un orizzonte di là da venire, dati i rapporti di forza e di potere nella società. Per meglio gestire la transizione dalla società salariale alla società post-lavorista, viene ripetuto, l’adesione a un diritto diseguale è propedeutica a non chiudere spazi di conflitto, di agibilità politica dei movimenti sociali. Dunque asimmetria dei poteri giocata in termini di empowerment del lavoro sans phrase, sostengono i fautori di un intervento “gacobino”, dall’alto sul reddito di cittadinanza, accettando tuttavia la dimensione aperta sovranzionale, senza chiudersi negli angusti confini del “nazionale”.
Scettica, se non pentita del suo determinismo tecnocratico del passato è comunque Cathy O’Neil, che nel libro in questione analizza attentamente i processi produttivi dei Big Data e, al tempo stesso, ne denuncia i rischi per il legame sociale, la democrazia, il libero arbitrio. Insomma, per questa matematica, i Big Data sono visti come una minaccia, costruzione macchinica che si erge ostile in tutta la sua potenza manipolatoria. Big Data e algoritmi hanno così tutte le caratteristiche di un logica transumana e postumana che va rimessa sotto controllo. E fermata.

La matematica, in questa appassionata denuncia di Cathy O’Neil, non ha però una deriva primitivistica, antiscientifica. Segnala solo una dinamica di lunga durata che sta cambiando lo scenario del pianeta. I Big Data, sui quali ha lavorato negli anni, sono ritenuti di buona qualità, user friendly, con una buona percentuale, ma non eccessiva di automatismi. Difficile è immaginare proposte che siano in grado di rimettere sul giusto binario il loro sviluppo. Qui, genericità, appello ai buoni sentimenti e a una visione pastorale dello Stato nazionale la fanno da padrone.
Dunque derive postumana, trans-umana. È una delle tante distopie dell’ideologia californiana che da Silicon Valley si è diffusa come un virus per il pianeta. Gli umani sono lenti, sanno fare calcoli con tempi biblici, mentre le macchine no. Quel che serve è la trasposizione degli elementi non formalizzazibili matematicamente – sentimenti, pensieri, creatività – in dispositivi al silicio. Riversare cioè l’indefinibile, l’ineffabile attraverso, comunque, un linguaggio binario. Come questo possa avvenire – ibernando la mente, il cervello in attesa che la ricerca scientifica proceda; oppure innestare materiale organico su corpo digitale: tutte le strada sono aperte, dicono gli aspiranti transumani. Nel linguaggio triviale del potere e del capitale significa che tale prospettiva arriderà solo ai ricchi. Per il resto dell’umanità si può confidare sulla generosità, su una attitudine miserevole e compassionevole. Insomma è il mondo perfetto immaginato dai liberisti a ogni latitudine. Un incubo.

Nel frattempo, centri di ricerca e organismi internazionali sfornano dati, focus group, report accomunati dalla convinzione che la disoccupazione sarà appunto di massa, che di fronte a una diffusione di lavori sottopagati, di pessima qualificazione e “sporchi”, rimane una sorta di aristocrazia della conoscenza che guadagna molto per la sua capacità di padroneggiare al meglio campi disciplinari come l’intelligenza artificiale, le tecniche finanziarie, la fisica, l’ingegneria genetica.
Non è che la retorica dell’industria 4.0, dell’economia della condivisione, del capitalismo delle piattaforme sia poi così performativa. Che le macchine informatiche siano dispositivi tecnologici che sostituiscono lavoro umano è tendenza nota da molti decenni. Le variazioni riguardavano il lasso di tempo – anni, decenni, secoli – per la completa automazione dei processi lavorativi. C’è da registrare che le imprese si sono organizzate. Il lavoro vivo non solo è frammentato, ma conosce processi di frammentazione indotti politicamente – la razza, il sesso, il processo di socializzazione precedente l’entrata, in posizione precaria, nel mercato del lavoro, attraverso dinamiche di classe e di censo nella formazione scolastica e universitaria, dove l’enfasi sulle università di ”eccellenza” è complementare a una radicale dequalificazione della formazione e a un “impoverimento” della materia grigia. La frammentazione del lavoro vivo non prevede cioè nessuna ricomposizione, ma solo processi di scismogenesi. Questa la posta in gioco politica nella gestione nella governance dei bacini del lavoro vivo.
In uno dei tanti report sul lavoro che cambia a livello planetario stilato dalla Banca Mondiale (1) si ricavano dati interessanti, sia sulla composizione dei bacini del lavoro vivo, sia sulla complementarietà tra lavoro strutturato, precario, informale, in nero. Secondo la Banca Mondiale il lavoro si biforca. Una stragrande maggioranza di mansioni e lavori dequalificati e pagati poco più del livello di sopravvivenza, da una parte e dall’altra una minoranza di lavoro qualificato, ad alti salari, con tutte le coperture sanitarie, assicurative, pensionistiche all’interno di una finanziarizzazione del Welfare State, ritenuta passaggio obbligato per valorizzare competenze e spirito meritocratico. C’è però un elemento che si impone nell’analisi della Banca Mondiale. L’esistenza cioè di un numero elevato di lavoratori che svolge lavoro gratuito, informale. Più che costituire un alternativa al lavoro salariato, ecco che si affianca il lavoro gratuito. In questo caso si va dal lavoro di cura a quello riproduttivo, a quello che valorizza, attraverso like, taggatura di contenuti della Rete, all’interno però di una complementarietà con il lavoro “normato”.

L’alternativa al lavoro salariato è dunque rinviata, con buona pace dei teorici neoliberali del postcapitalismo. La Banca Mondiale stabilisce un problematico e tuttavia forte linkage tra lavoro gratuito, elusione fiscale (c’è anche questo residuo passivo della lotta fiscale nell’orizzonte del lavoro che cambia) e sviluppo di un settore produttivo dove finanza, produzione, scambio costituiscono le coordinate di un regime di accumulazione capitalistico sempre sull’orlo dell’”apocalisse culturale” e della radicale sovversione del presente. È questo elemento che favorisce la scismogenesi, più che una ricomposizione del lavoro vivo.
Che siano i Big Data a guidare le danze è quindi solo causale. Lo sono anche i social network, i social media. Facebook, Twitter, Instagram, Messanger favoriscono la produzione di Big Data, tenuto conto che sono parte integrante, i social network, nella formazione dell’opinione pubblica, dove gli umani sono ormai condannati a un secondo posto tra i dominatori del mondo. I rischi rappresentati dall’intelligenza artificiale rispetto al potere dell’intelligenza umana sono cioè parte integrante della costruzione di una Weltanschauung maturata dentro la produzione dell’opinione pubblica, cioè in quella “fabbrica del consenso” che vede dispiegarsi appunto Big Data, intelligenza artificiale, dequalificazione di massa e capacità innovativa della cooperazione sociale produttiva, senza la quale tutto il dispositivo sociotenico, usando un logoro lessico determinista, andrebbe in panne.

Certo, ci sono posizioni teoriche e politiche che provano a rompere il cerchio magico e distraente di uno storytelling che dà per acquisita come l’unica soluzione sia quella che si intravede nelle tendenze “naturali” dello sviluppo capitalistica. Ad esempio, Shoshana Zuboff ha mandato alle stampe The Age of Surveillance Capitalism, un saggio nel quale sostiene che la società del controllo può compensare, rallentare il predominio delle macchine, perché il controllo può essere sì automatizzato, ma risponde ancora ai tempi lunghi della riflessione umana.
Dunque quella che per alcuni si prospetta come una società illiberale, può avere questo risvolto positivo. Il moderato esercizio di un fatalistico ottimismo della ragione di Zuboff si infrange però con la nettezza politica e teorica di questi filosofi e economisti di formazione marxiana che chiedono, forse memori di quell’antica pratica che è stata il rifiuto del lavoro salariato, una maggiore automazione, nonché una accelerazione dello sviluppo tecnologico affinché si dispieghi, in tutte le loro potenzialità, la società del postlavoro. Appartengono a questo percorsi di ricerca – variamente qualificato come “accelerazionista” o del capitalismo delle piattaforme – Nick Srnicek e Alex Williams, autori di un piccolo bestsller del pensiero critico dal titolo Pretendi il futuro (Nero edizioni) che ha costituito un punto di svolta dopo le analisi del giornalista ed economista britannico Paul Mason sul “postcapitalismo”, cioè sulla tendenza alla diffusione, secondo il modello di propagazione dei virus, di elementi postcapitalstici presenti nell’economia della condivisione. Cooperative, fabbriche recuperate, esperienze di Welfare State gestito dal basso.

Srinecek e Williams non negano ciò, ma ne ridimensiona politicamente la portata. Per loro il punto di partenza non può che essere l’accelerazione, appunto, dell’automazione del processo lavorativo, nella sostituzione del lavoro umano ripetitivo e dequalificato con macchine; per avviare la transizione da una società del lavoro a una società del postlavoro. Il nodo da sciogliere è quindi quello del Politico. Chi è il soggetto collettivo che gestisce la transizione – i due autori preferiscono usare il termine gramsciano di interregno a quello di transizione, perché l’immagine che evoca (il vecchio che fa fatica ad abbandonare il campo, ostacolando così l’irruzione della trasformazione sociale)? Sicuramente non la classe, ormai irriconoscibile secondo i parametri hegelo-marxisti o weberiano-marxisti scelti quasi sempre dai due autori come modello euristico sul mercato del lavoro e sull’analisi della stratificazione sociale. Neppure in base alla omogeneità della composizione sociale della forza-lavoro. Il lavoro vivo è infatti ritenuto proteiforme, cangiante, differenziato e rimane tale indipendentemente dai desideri dei militanti. Per aggirare questo scoglio, Srnicek e Williams partono dalla critica alle folk politics dei movimenti sociali, al loro localismo, alla loro rinuncia a misurarsi con la questione del potere. Ma qui la scorciatoia intrapresa è troppo breve, accidentata. Si profila, infatti, l’ospite inatteso, che uscito dalla finestra rientra dalla porta principale. Il partito, la sovranità nazionale, lo Stato come ambito privilegiato del cambiamento. Come questo si accordi con l’”accelerazionismo” è difficile immaginarlo.
Ma di semplificazione si può anche rimanere paralizzati e soffocati. Ad esempio, c’è uno sguardo indulgente, complice rispetto alle retoriche dell’impoverimento del ceto medio, la vittima per eccellenza della crisi del neoliberismo. E complicità si manifesta laddove si invocano chissà quali processi ricompositivi, come sbandierato con quel misto di autocompiacimento e autoreferenzialità di alcune aree militanti europee, italiane e statunitensi, rimuovendo proprio il fatto che i conflitti sociali, anche di classe che si manifesto più che ricomporre radicalizzano, semmai, i processi di differenziazione, di frammentazione sociale. Siamo comunque sempre all’interno di quel processo di scismogenesi, che Gregory Bateson considerò già negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il portato sociale del capitalismo contemporaneo. Il miraggio della ricomposizione rimane tale. E per quanto si possa assistere all’ascesa di movimenti sociali non effimeri, né semplicemente reattivi a una condizione di illibertà, bensì a mobilitazioni ampie, intelligenti, che scelgono il terreno consono, cioè adeguato alla critica del capitalismo, come possono essere stati i movimenti contro la Loi travail in Francia, anche in questo caso, tuttavia, le proposte di movimenti non potevano che “mediare” tra istanze radicali e un vertenzialismo dal respiro corto. E invece che ritrovarsi trascinanti in una auspicabile ricomposizione sono stati sbalzati dentro il binario cieco di una radicalizzazione della frammentazione sociale, perché i bacini del lavoro vivo non possono che essere attraversati da linee del colore, della razza, del sesso, della formazione di base, che più che unire continuano a favorire principi di individuazione tutti interni alla logica neoliberista.

In una situazione di moderazione salariale, di dismissione del Welfare State, di crescita del credito al consumo, la finanziarizzazione dei diritti sociali non è che l’epifenomeno di quell’uomo indebitato sul quale ha ragionato a lungo il filosofo italiano Maurizio Lazzarato (La fabbrica dell’uomo indebitato e Il governo dell’uomo indebitato, entrambi pubblicati da DeriveApprodi). Anche in questo caso, non è dato vedere ricomposizione di sorta, ma solo scismogenesi.
Impoverimento e ricomposizione sono cioè dei lenitivi da usare per per umettare e dare sollievo effimero alla pelle viva umana scottata da tante sconfitte.

Inutile però nascondere il fatto che il nodo del Politico attende comunque di essere sciolto. Se non sono lo Stato, il popolo, il partito il soggetto della trasformazione, chi altro potrebbe provare a sciogliere la matassa? La proposta dell’erogazione di un reddito di cittadinanza secondo una strategia “giacobina”, cioè eterodiretta, dall’”alto”, ha il pregio di indicare una soluzione, all’interno di una accorta dinamica di multilevel governance, dove si affiancano intelligenti dimensioni giuridiche, attivazioni di gruppi della società civile, processi di convergenza tra istituzioni della democrazia diretta e quelle della democrazia rappresentativa.
Uno dei punti di forza di questa prospettiva politica è sicuramente l’orizzonte postnazionale, sovranazionale che ha. Riconosce cioè che la questione del rapporto tra disoccupazione di massa, automazione del processo lavorativo e regime di accumulazione capitalistico che si fonde all’interno di una interdipendenza tra le economia locali.
Un reddito di cittadinanza dunque come misura di una riqualificazione e innovazione del Welfare State. Nessuna concessione, quindi, alle retoriche sul transumano, alla inferiorità della specie umana rispetto alle macchine: un problema sul quale meditare attentamente che non può quindi essere brandito per elargire un po’ di carità ai poveri e agli esclusi. Questi, alcuni dei risvolti dell’era dei Big Data, della loro pervasività. E ambivalenza. Pensare che l’accumulo di informazioni, della loro elaborazione, dei criteri sociali e politici che governano la loro messa in forma e gli automatismi indispensabili per farli diventare macchine produttive sia solo un problema tecnico, neutro significa consegnare il pensiero critico all’ammasso dell’inutilità, come evocano gli scenari postapocalittici del film di animazione Wall-E targato Pixar.

Note:
1) http://documents.worldbank.org/curated/en/816281518818814423/pdf/2019-WDR-Report.pdf

 

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°9 Big Data, WebFare e reddito per tutti. Siamo in rete, produciamo valore, vogliamo reddito

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