Il Reddito di Base non è un punto di arrivo, ma un punto da cui ripartire


 Paco Vaquero

Abbiamo convissuto con un’idea di Reddito di base molto più di quanto si pensi [1] attraversando un deserto di silenzio informativo con distorsioni e accuse di ogni tipo a chi l’ha difesa. Tuttavia, negli ultimi anni, la RBI si è fatta spazio nei dibattiti economici e politici e ora, con la pandemia del Covid-19 e la crisi, ha assunto una posizione di rilievo senza precedenti. Articoli specialistici e dichiarazioni di politici ed economisti favorevoli e contrari proliferano in un’ondata di informazioni e di affermazioni categoriche che rendono necessario, ancora una volta, chiarire bene di cosa stiamo parlando, o almeno tentare di farlo. Sarebbe conveniente chiarirlo quanto prima e ogni volta che sia necessario perché, man mano che si elaborano le politiche per la ricostruzione della “nuova normalità”, il nome “reddito” (a volte entrata) con cognomi diversi accaparra le prime pagine.

Non va bene, non va bene! Quando anche De Guindos, ex ministro spagnolo dell’economia negli anni più duri dell’austerità, ne parla e lo difende . A quale reddito si riferiscono? Come lo concederanno e a chi lo concederanno? Forse vedremo offerte di credito per affrontare la situazione, come sempre. Crediti che non tutti riceveremo, ma che tutti pagheremo. O che pagheranno i governi, che è la stessa cosa. Gli affari sono affari.

L’interrogatorio e le istanze

È strano come il reddito di base, incondizionato, individuale e universale – quello reale – sia accusato di ogni tipo di male e sia interpellato da ogni tipo di problema come se dovesse rispondere a tutto il disagio sociale che esiste: porrà fine alla violenza machista? Creerà inflazione? Cosa succederà ai senzatetto? E gli immigrati, ne arriveranno altri? Il consumismo salirà alle stelle? Sarà sostenibile? Da dove arriveranno i soldi? E il lavoro e le pensioni? Nessuno lavorerà! I soldi saranno sprecati! Domande e supposizioni facili da fare quando si affronta questo argomento. Va detto che non tutte sono fatte in malafede. Alcune rispondono a una preoccupazione logica e nascono dall’ignoranza della proposta, soprattutto della parte che spiega come renderla attuabile. Ma va anche detto che molte domande sorgono per squalificare, a priori, qualsiasi argomento, il quale rende inutile qualsiasi sforzo per spiegarlo.

Ma suppongo, che se avete letto fino a questo punto, siate interessati.

La pietra filosofale

Ebbene, mi dispiace deludere chi si aspettava un’altra risposta, ma la RBI non è la pietra filosofale, né la soluzione definitiva a tutti i mali che ci affliggono, niente affatto. Ogni singolo problema che ci affligge, dalla crisi climatica che è già in atto e che sarà più dura del Covid-19, alla violenza machista (volgare o mascherata), il lavoro e la dignità sul lavoro, l’accesso alla salute e all’istruzione garantito, la reale uguaglianza, ecc. richiedono un’attenzione specifica, e un trattamento completo che orienti il processo di degrado che ci ha portato a questo momento. Ognuno di questi problemi ha una radice complessa e si tratta di problemi correlati, per cui sono necessarie soluzioni complesse e complete. Il RBI non è una politica economica o sociale completa, è solo una misura economica che dovrebbe essere inclusa in un progetto più ampio.

Una rapida definizione: “si tratta di un’assegnazione monetaria – non in natura – che lo Stato concede a ogni persona residente nel paese senza condizioni o prerequisiti”. In altre parole, ha la stessa considerazione dell’istruzione, della salute, ecc.

Qual è lo scopo del RBI? Qual è il suo obiettivo?

Che a tutte le persone siano assicurate le loro necessità primarie di cibo, vestiti, energia, comunicazioni… In breve: porre fine alla povertà ora e per sempre.

È un’immagine potente se si permette di forgiarla: porre fine alla povertà e farlo ora e per sempre. Si scontra con il sistema generale di credenze che dice “ci sarà sempre gente povera”, un meccanismo perfetto per accettare qualsiasi soluzione “ragionevole” e “realistica” che non farà altro che mitigare, e perpetuare, la discriminazione. È come dire: hai il diabete e sarà così per tutta la vita.

Come abbiamo detto precedentemente, il RBI non è stato creato per risolvere i numerosi problemi che gli vengono attribuiti, ma dobbiamo riconoscere che influenzerà tutti questi aspetti, e anche altri, perché la povertà è proprio la radice – e non solo la conseguenza – di molti interventi politici, economici, sociali, culturali e persino religiosi. Infatti, per alcune persone e organizzazioni, la povertà è un buon affare e, poiché ci sono persone povere, giustificano la loro ragion d’essere. Se, inoltre, si verifica una crisi come quella attuale, che infuria a tratti, colpendo milioni di persone, quelli che si dedicano, dai loro impeccabili uffici, a presentare proposte “ragionevoli” – quelle dei crediti e degli aiuti – si strofinano le mani per la prosperità che vedono arrivare.

In questo contesto (e prima ancora), dire che è del tutto possibile, raccomandabile e soprattutto necessario implementare un RBI e farlo in modo permanente, non solo per uscire dall’attuale impasse, è più o meno folle, insolente e persino pericoloso. La realtà che si costruisce è totalmente diversa a seconda di chi fa i conti e con quali interessi.

Abbiamo detto che personalità dichiaratamente conservatrici come De Guindos parlano e difendono, sorprendentemente, un reddito di base… fino a quando non abbiamo letto le scritte in piccolo e sono comparse le sigle TAEG, TNR [2] e altre trappole. Come dicevamo, la povertà è un business, per questo vediamo dalle file del più squisito neoliberalismo proporre redditi di base in cambio di salute, istruzione, pensioni, cioè in cambio della vita delle persone.

In cosa si differenzia il RBI dagli altri redditi?

È necessario chiarire che il RBI di cui parliamo lascia intatti tutti gli altri diritti acquisiti e sostenuti da tutti, ciò che conosciamo come il “servizio pubblico”: istruzione, salute, pensioni, diritti del lavoro, assistenza agli anziani… Questo RBI non ha intenzione di “spogliare un santo per vestirne un altro”, come sostengono coloro che vogliono fare soldi con i bisogni della gente. Infatti è incluso come un nuovo Diritto Umano che non dipenda da decreti e leggi che lo possano mettere a rischio.

E da dove vengono i soldi?

Non sono un economista, ma non sono nemmeno un architetto e so bene in quale casa mi piacerebbe avere. La realizzazione di questo progetto inizia con la revisione di ogni singola voce di bilancio statale e regionale e di tutte le istituzioni pubbliche che devono lavorare, almeno una volta nella vita, con lo stesso progetto e obiettivo: porre fine alla povertà. D’altra parte, una nuova e più equa tassazione (che è possibile) da tempo è stata presentata da specialisti in economia che hanno spiegato come è possibile – in dettaglio – un RBI. Ma già vi dico che è sorprendente vedere quanti miliardi sono dedicati al mantenimento dell’attuale sistema sussidiario in risorse di ogni tipo. Il RBI è un “reinvestimento” nell’economia della gente e dell’intero Paese, (una sorta di economia circolare?) che non si basa sulla speculazione ma sul consumo personale e quindi riattiva l’economia, tra le altre cose. Insomma, se per alcuni la povertà è un business, per chi difende il RBI è il modo più economico per porvi fine e sfruttare la nostra ricchezza, non solo economica ma soprattutto umana, per il panorama di libertà e sicurezza che offre a tutta la popolazione. Come dice lo slogan: “fare in modo che nessuno venga lasciato indietro” fin dal primo momento.

In sintesi

Il RBI mira a eliminare la povertà in modo permanente e non è pensato per risolvere il resto dei problemi sociali, ma non è nemmeno innocuo. Il fatto di porre fine alla povertà implica direttamente che tutte le misure economiche, sociali, politiche o economiche che hanno la povertà come base, sono inutili e molte risorse possono essere ricavate per affrontare le altre realtà conflittuali di cui soffriamo.

Il RBI non è un punto da raggiungere per provocare un cambiamento nella situazione sociale e personale delle popolazioni, è il punto di partenza. E non stiamo parlando solo di economia.

[1] Quasi dalle origini del capitalismo, che ha tolto in un colpo solo la possibilità di vivere al di fuori del mercato ufficiale.

[2] NdT: Gli istituti finanziari utilizzano il tasso percentuale annuo (TAEG) e il tasso d’interesse nominale (Tasso d’interesse nominale (TNR) per presentare la redditività delle operazioni finanziarie.

Traduzione dallo spagnolo di Clara Ricciardiello

Tratto da Pressenza

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