Il primo obiettivo: proteggere le persone


Roberto Ciccarelli

Al via la campagna per una legge di iniziativa popolare promossa da associazioni, movimenti, camere del lavoro e partiti. Obiettivo: 50 mila firme entro dicembre WELFARE STATE Nuovi diritti sociali per sfuggire al ricatto del precariato e della disoccupazione Vendola (Sel): «Il reddito minimo garantito, oltre ad essere giusto, è anche una misura antirecessiva»Cinquantamila firme per chiedere l’introduzione del reddito minimo garantito in Italia, unico paese europeo – insieme alla Grecia – a non prevedere alcuna forma di tutela universale in caso di disoccupazione o di transizione lavorativa. È l’obiettivo della campagna per la proposta di una legge di iniziativa popolare promossa da 34 associazioni, movimenti, comitati e partiti (dal Basic Income Network-Italia, a Tilt, da San Precario al Popolo Viola, da Sel al Prc di Roma) che ieri hanno iniziato a raccogliere le firme in un gazebo eretto sotto un sole cocente in largo Torre Argentina a Roma.
Pubblicata sul sito redditogarantito.it, dove verranno raccolte le adesioni, le idee, le iniziative e i luoghi dove firmare, la proposta di legge prevede l’erogazione di un reddito pari a 7200 euro all’anno, 600 euro al mese rivalutati annualmente sul costo della vita elaborati dall’Istat, e intende garantire ai cittadini con residenza in Italia da due anni, iscritti ai centri per l’impiego, una base economica al di sopra della soglia di povertà. La proposta di legge riconosce inoltre un sussidio annuale, rinnovabile, a tutte le categorie dei lavoratori indipendente, autonomi con partita Iva, precari, flessibili, come accade nella stragrande maggioranza dei paesi europei. Di nuovo, nella proposta, c’è anche il «salario minimo orario», cioè un tetto minimo sotto il quale non è possibile pagare i collaboratori e prevede una riforma degli ammortizzatori sociali. Una volta approvata, il governo sarà obbligato a creare un sussidio unico di disoccupazione esteso a tutti i lavoratori, al di là della tipologia contrattuale e lo obbliga a riordinare tutte le prestazioni assistenziali. Per quanto riguarda le Regioni e gli altri enti locali, la proposta prevede l’erogazione di un «reddito indiretto» attraverso l’ affitto, servizi culturali o trasporti.
Ricavata dalla legge sul reddito approvata dalla Regione Lazio nel 2009 che vide l’adesione di oltre 115 mila persone, mai più rifinanziata dalla giunta Polverini, la proposta di legge fa proprio il suo concetto più importante, quello di «congruità». Questo significa che l’accettazione di un’offerta di lavoro è valida solo se congrua con gli studi e le competenze acquisite da una persona nei suoi lavori precedenti. Il beneficiario del reddito minimo potrà dunque rifiutare un’offerta di lavoro sottopagato, esposto al ricatto e non coerente con la sua formazione. La prospettiva dello scioglimento delle Camere non spaventa i promotori. Sono, anzi, convinti che l’iniziativa sia uno stimolo per la prossima maggioranza ad adottare una vera riforma del Welfare. E auspicano l’adesione dai sindacati che si dichiarano favorevoli al reddito garantito, come ad esempio la Fiom stando alle parole del segretario Landini ha rilasciato a Il Manifesto il 4 luglio. «Crediamo che questa sia l’occasione per imporre il reddito nell’agenda politica del paese – afferma Sandro Gobetti del Bin – l’urgenza di questa proposta viene evidenziata ogni giorno dai dati che raccontano un default sociale sempre più grave, 36 per cento di disoccupazione giovanile, un tasso reale di disoccupazione ben più alto di quello ufficiale, che sfiora il 20 per cento». »Quando si evoca l’Europa – ha dichiarato il segretario di Sel Nichi Vendola, tra i primi firmatari della proposta di legge – si dimentica che c’e’ un voto del Parlamento europeo che chiede l’introduzione del reddito minimo che, oltre ad essere una misura giusta è anche una misura anticiclica». Per Mariapia Pizzolante, portavoce nazionale di Tilt, il reddito è «un argine contro il ricatto in cui vivono le donne sul lavoro e in famiglia. Il reddito è uno strumento per liberarci dai vincoli economici che diventano poi culturali e di pensiero».

Il Manifesto 6 luglio 2012