Gli effetti della crisi sull’Europa


Andrea Fumagalli

La crisi economica globale mette a nudo le debolezze della costruzione dell’Europa di Maastricht. L’aver volutamente privilegiato il solo pilastro monetario e l’aver vincolato la Banca Centrale al solo obiettivo di contenimento dell’inflazione rende l’Europa meno reattiva di fronte al perdurare dell’attuale situazione di crisi. In particolare, l’assenza di una politica fiscale comune favorisce il prevalere di interessi nazionali e impedisce la definizione di una strategia sociale europea in grado di ripensare un sistema di welfare e di protezione sociale adeguato. Un intervento di mera regolamentazione dei mercati finanziari non è infatti sufficiente, se si considera che oggi il ruolo dei mercati finanziari è centrale non solo come sostegno dei processi di accumulazione ma anche come princiale strumento di distribuzione diretta e indiretta del reddito.

Per analizzare gli effetti della crisi economica-finanziaria sull’Europa è necessario partire da due considerazioni. La prima è che la costruzione dell’unione economica è stata finora solo (volutamente) parziale, essendo stata realizzata l’unione monetaria senza che ad essa seguisse anche una politica comune a livello fiscale (se non come vincolo di spesa), occupazionale, produttivo. La seconda è che tale mancanza può risultare ininfluente finché ci si muove in un contesto di stabilità finanziaria e crescita economica, ma risulta critica e problematica quando si deve affrontare una situazione di crisi.

La costruzione dell’Unione monetaria europea aveva tra i suoi scopi anche quello di proteggere i paesi dell’area dell’Euro dalle turbolenze speculative dei mercati valutari, con l’obiettivo di costruire una valuta forte in grado di costituire uno scudo contro eventuali crisi finanziarie. In effetti, durante le crisi del 1996-97 e del 2000, la presenza dell’euro ha impedito che la speculazione internazionale potesse coalizzarsi in funzione anti-europea.

Ma nel momento stesso in cui a fine 2007 inizia la crisi finanziaria e nella seconda metà del 2008 cominciano i primi segnali negativi sull’economia reale,  ci si comincia a rendere conto dell’inadeguatezza della costruzione del’unione monetaria europea. La Bce è costretta dai suoi compiti istituzionali a mantenere come unico target  il tasso d’inflazione al di sotto del 2% dopo l’impennata inflazionistica del caro petrolio e dei generi alimentari nel corso dell’anno. Gli obblighi “antisociali” e neoliberisti  posti dal Trattato di Maastricht non consentono alternative (ammesso che se ne fossero cercate). Siamo di fronte ad un paradosso. A fine 2007 e inizio 2008, quando gli effetti della crisi dei subprime non erano diventati ancora pervasivi pur avendone evidenziato la pericolosità (e quindi con la possibilità di intervenire in modo tempestivo, adeguato e riparatore), le autorità monetaria europee sono ancora alle prese con l’onda lunga dell’inflazione. Non immettono liquidità ne tantomeno operano una riduzione dei tassi d’interesse.  Sarà solo dopo l’estate 2008, nel settembre nero del fallimento della Lehmann Brothers con gli indici di borsa che hanno già bruciato quasi un terzo del loro valore e su pressione della Federal Reserve, che cominciano in modo massiccio iniezioni di liquidità e riduzione dei tassi.  Ma è troppo tardi. Gli effetti di tali politiche sono solo palliativi di fronte all’intensità della crisi.

Oggi vediamo le conseguenze. Il Pil europeo è in decrescita del 4% (l’Italia del 5,9%, peggior risultato dal 1945 a oggi). A fronte di tale situazione, quale è stata la reazione europea? A livello comunitario, nessuna: a livello nazionale, le più diversificate. Ha cominciato la Gran Bretagna con il Piano Brown (nazionalizzazione della Northern Rock e della Royal Bank of Scotland, piano di aiuti per il salvataggio delle banche, aumento dell’aliquota fiscale per i super ricchi), ha continuato la Germania, con l’immissione di liquidità per più di 50 miliardi di euro, seguita a ruota dalla Spagna di Zapatero (piano triennale di 40 miliardi), quindi la Francia con il sostegno economico ai grandi gruppi industriali francesi e politica fiscale di detassazione dei ricchi con lo scopo di incentivare l’investimento (logica opposta a quella inglese). A ciò si è aggiunta una forte iniezione di nuova moneta della Bce in accordo con Tokio, Pechino e Washington. Il Financial Time ha calcolato un esborso complessivo di circa 1840 miliardi di euro (2.500 miliardi di $), una cifra in linea con lo sforzo economico dell’Amministrazione Obama (800 miliardi $ per il piano Paulsen e iniezione di liquidità per cieca 1400 miliardi tramite la Fed) .

Tutto bene dunque? No, per vari motivi.

Il primo ha a che fare con il fatto che, se Obama può disporre anche di una leva fiscale omogenea, l’Europa non è in grado di farlo, Non esiste infatti una politica fiscale europea. Non esiste un budget europeo, né una spesa pubblica europea, né un’omogeneità della tassazione. In altre parole non è possibile predisporre una finanziaria europea, in grado di contrastare gli effetti della crisi, come è invece possibile per l’amministrazione Usa. Ogni nazione fa da sé, sulla base di una logica nazionalistica e opportunistica, finalizzata in primo luogo a tappare immediatamente i buchi per poi, in un secondo momento, attendere che qualche altro stato europeo faccia una politica espansiva che sia da traino (locomotiva) per se e per l’intera Europa. E’ ovvio che sia Francia che Germania si guardano bene dall’attuare politiche fiscale espansive per paura che siano poi i paesi concorrenti a beneficiarne. L’impasse che si è così generato deriva, dunque,  dalla scelta politica di costruire l’unione europea solo sul pilastro monetario: esito di una logica monetarista e liberista che ha mostrato oggi tutto la sua miopia e fallimento.  Unica soluzione possibile, ma non a breve periodo, è la creazione di una sovranità fiscale a livello europeo che bypassi gli interessi nazionali. Una simile prospettiva, tuttavia, non sembra rientrare nelle agende politiche presentate alle prossime elezioni europee.

Il secondo aspetto è che, in un tale quadro, l’unica politica europea possibile è un coordinamento nel processo di regolamentazione dei mercati finanziari. Le decisioni prese nell’ultimo summit dei G20 a Londra a parole si sono mosse nella direzione di controllare e ridurre i paradisi fiscali. Ma gli esiti pratici sono stati del tutto nulli. La lista nera dei paradisi fiscali si è progressivamente ingrigita sino a scomparire del tutto. Lo stesso Financial Stability Forum non sembra in grado di incidere più di tanto. E non può essere altrimenti, visto che le cause della crisi finanziarie non possono essere imputabili al semplice  malfunzionamento degli stessi mercati finanziari.

La terza questione riguarda proprio la natura sistemica-strutturale di questa crisi, le cui cause principali sono da ricondurre prevalentemente alla mancanza di una regolazione distributiva-salariale idonea alle nuove forme di accumulazione e valorizzazione indotte dalla transizione al capitalismo cognitivo-immateriale. Nessuno stato nazionale – sia esso gli Usa o la Cina (figuriamoci i singoli stati europei) – è oggi in grado di intervenire in modo autonomo su questo terreno. Al riguardo, sarebbe auspicabile ripensare un intervento coordinato di politica economica sovranazionale in grado di intervenire sul piano dell’accumulazione e della distribuzione, tale da garantire, da un lato,  la valorizzazione della struttura produttiva, riconoscendo il suo essere “produzione comune” (quindi a di là della dicotomia pubblico-privato, verso il diritto del “comune”) e, dall’altro, l’introduzione di un basic income come remunerazione di tale produzione “comune”. In altre parole, sarebbe necessario creare le condizione politiche e istituzionali per l’istituzione di un “welfare del comune”.

Lo spazio comune europeo rappresenta oggi l’ambito migliore per sperimentare simili vie di fuoriuscita dalla crisi in atto. Ma la configurazione istituzionale e le governance politica che è nata dalla costruzione economica dell’Unione europea negano questa prospettiva. La crisi economica – finanziaria è così crisi del modello di Unione Europea che le elites economiche dominanti hanno strumentalmente perseguito a partire dagli anni ’80.

 

Tratto da “Eurovisioni” inserto de Il Manifesto del 3.6.2009

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