Giustizia sociale? Non è carità. Reddito per tutti


Elisabetta Ambrosi

Torna in primo piano la questione del reddito minimo. Giuseppe Bronzini spiega, nel suo ultimo libro, come introdurre anche in Italia questa misura. Superando ostacoli e diffidenze.

Dopo anni di assoluto silenzio dalle prime pagine dei giornali italiani, la proposta di introdurre anche nel nostro paese, sofferente di un sistema di ammortizzatori zoppo e diseguale, un reddito minimo garantito a tutti, e in particolare a chi non raggiunge un tenore di vita dignitoso, è tornata agli onori delle cronache nelle parole e intenzioni della neoministra Elsa Fornero.

Anche se le speranze che una simile, felice, prospettiva possa concretizzarsi restano flebili, a causa dell’esiguità delle risorse, c’è di buono che nel nostro dibattito pubblico finalmente si torna a parlare della più universalista e liberale tra le utopie del welfare. Non poteva pertanto uscire in un momento migliore il volume Il reddito di cittadinanza.
Una proposta per l’Italia e per l’Europa (Manifesto libri) di Giuseppe Bronzini, magistrato, consigliere presso la sezione lavoro della Corte di cassazione e socio fondatore del Basic Income Network Italia (l’associazione che si batte per l’introduzione di questa avanzata misura di welfare).
Il basic income o, come preferisce chiamarlo l’autore, il reddito minimo di cittadinanza, consiste nell’«attribuzione a tutti gli appartenenti di una determinata comunità politica, di risorse monetarie sufficienti a garantire una vita dignitosa». A differenza della giungla di parametri nei quali si dibatte oggi in Italia chi tenta di avere qualche forma di sussidio, l’unico criterio per ottenere il reddito minimo, nelle intenzioni dei suoi teorizzatori, risiede nella mera appartenenza a una comunità politica. Una scelta che nasce dalla convinzione più generale secondo la quale, come scrive Chiara Saraceno citata nel libro, «non vi è piena cittadinanza se la famiglia in cui si nasce definisce il perimetro delle scelte possibili, se occorre accettare un lavoro degradante e mal pagato, se non si può uscire da un matrimonio non più sostenibile».
Come il libro spiega efficacemente, il reddito minimo non è la proposta bizzarra avanzata da alcuni studiosi di nicchia. Dopo essere stato teorizzato in varie forme da filosofi e sociologi del calibro di John Rawls, Bruce Ackerman, Anthony Giddens, Zygmunt Bauman, Robert Castel, Richard Senett, ha ricevuto una definizione formale da Philippe Van Parijs e Guy Standing. E oggi il basic income non solo è un diritto fondamentale europeo, sancito dall’articolo 34 della Carta dei diritti della Ue, ma è stato inserito tra i principi comuni di flexsecurity approvati nel 2007 dopo il Green Paper sul lavoro. A esso allude inoltre anche Europa 2020, il piano per la crescita sostitutivo dell’Agenda di Lisbona, che pone obiettivi rispetto all’esclusione sociale e alla povertà sui quali l’Italia è drammaticamente indietro (abbiamo 3 milioni e 129mila poveri assoluti, 8 milioni 272mila in povertà relativa).

Una risposta alla frantumazione del lavoro
L’introduzione del reddito minimo, che conta sempre più fautori anche in Italia (tra cui Cigl, Cisl, Acli, Caritas e tra i partiti Sinistra e Libertà), consentirebbe non solo di rispondere a questa situazione drammatica, ma anche di uscire da una impasse in cui da anni si dibatte il nostro dibattito su lavoro, contratti e ammortizzatori: suggerendo una strada lineare per rispondere alla radicale destrutturazione del rapporto lavorativo. Di fronte al lavoro che si polverizza in mille forme – diventa telelavoro, lavoro interinale, lavoro autonomo – le strategie possono essere due, profondamente diverse nella filosofia, anche se non del tutto alternative. O si opta per ridurre la frantumazione delle forme, proponendo appunto l’idea di un contratto unico, come fanno in due versioni diverse Tito Boeri e Pietro Garibaldi da un lato, Pietro Ichino dall’altra; oppure si decide di prendere realisticamente atto di un processo di cambiamento delle forme, puntando ad intervenire a valle.
Come? Consentendo appunto a tutti coloro che lavorano (indipendentemente da un tipo di contratto), ma anche a chi non ha un’occupazione, di poter contare su uno zoccolo minimo di sussistenza, sul quale innestare le proprie scelte esistenziali e professionali. Secondo l’autore, solo l’introduzione di un diritto di questo tipo riuscirebbe finalmente «a proteggere l’individuo dalla fluidità del capitale in epoca post-fordista», andando in direzione di una universalizzazione delle prestazioni nel settore degli ammortizzatori. Che comunque può e deve coniugarsi, secondo Bronzini, con una razionalizzazione delle tipologie contrattuali.

Le obiezioni morali e materiali
Gli ostacoli e le obiezioni all’introduzione di una misura certamente efficace nel contrasto alla povertà e alla disoccupazione sono sostanzialmente due, e trovano nel testo una risposta chiara e diretta. In primo luogo, c’è il timore che garantire a tutti un reddito minimo possa rilanciare l’aspetto più deteriore del welfare, quello assistenzialistico, favorendo passività e parassitismi. In realtà, in tutti i luoghi in cui è stato introdotto, nota Bronzini, esso è andato a fornire «l’architrave di un welfare parametrato su bisogni del cittadino che vuole rimanere attivo». Ma soprattutto, consentendo «di accettare occasioni lavorative che siano coerenti con il proprio bagaglio professionale e formativo e con il proprio progetto di vita», il basic income produce, oltre ad una maggiore felicità privata, anche un aumento esponenziale della qualità della produzione lavorativa. E, dunque, un incremento di ricchezza collettiva.
L’altra obiezione ha a che fare con i costi: se è vero che da un lato il reddito minimo sostituirebbe le pensioni sociali e altre forme di sussidio a carattere assistenziale, rendendo tutto il sistema di trasferimenti più trasparente, certamente il suo costo sarebbe elevato: l’autore cita uno studio secondo il quale per assegnare un reddito di 233 euro a una platea ristretta (che non coprirebbe ancora l’enorme numero di persone che guadagnano meno di 8000 euro lordi, ben 8 milioni), si arriverebbe circa a due miliardi di euro. È chiaro allora che la risposta a questo quesito la può dare solo la politica, attraverso i valori che indirizzano le sue scelte. Di sicuro però, chi intende praticare l’equità sarà costretto a confrontarsi con il tema dell’iniquità del nostro sistema di ammortizzatori, oltre che con l’impossibilità di fatto di coprire davvero tutti, se si continuano a legare i sussidi al lavoro.
Perché la politica arrivi a scelte eque, però, occorre una mobilitazione sul tema del reddito minimo, che punti ad incrementare la pressione sulle Corti, nazionali o sovranazionali, alle quali troppo spesso non si guarda con la dovuta attenzione. Per fortuna, ci sono alcuni strumenti che possono rivelarsi efficaci. Tra questo, Bronzini segnala l’introduzione nel Trattato di Lisbona di una novità rilevante: il cittadino europeo potrà finalmente richiedere un intervento legislativo dell’Unione europea su singole issues attraverso una raccolta di firme.
Dall’aprile del 2012 ne basterà un milione raccolte in almeno sette stati, per costringere gli stati ad adottare entro undici mesi legislazioni interne in merito. «Se si saprà raccogliere questa preziosa conquista democratica», conclude l’autore, «allora diventeranno finalmente maturi i tempi per la solidarietà europea e per le ragioni di una piena, innovativa e socialmente esigente cittadinanza sopranazionale». Forse l’unica in grado di sconfiggere l’euroscetticismo, che di sicuro l’Europa della sola moneta unica non è riuscita a debellare.

Tratto da Europa 28 dicembre 2011