Formatevi e pretendete formazione: lo sviluppo (ideale!) dell’economia sociale come laboratorio di nuove forme lavorative


Ilaria Lucaroni

L’inadeguatezza del precariato si verifica nell’assenza di nuove forme di concepire il lavoro, che facciano uso di nuove strumentazioni, mutuate dalle scienze economiche e sociali, di gestione partecipata che valorizzi le competenze della persona indipendentemente dal suo inquadramento contrattuale. Il continuare a vedere il precariato come fonte di tutti i mali permette di generalizzare il problema senza arrivare a soluzioni concrete. E’ nel luogo di lavoro che il precario deve rendersi conto in che forma sta subendo un torto e nell’acquisire capacità critica di giudicare come vengono valorizzate, o frustrate, le proprie competenze.

Come avvertiva ai tempi Revelli si tratta di ricostruire dai legami sociali che si esprimono nella vulnerabilità di massa conseguenza della disorganizzazione del lavoro, non di affrontare, e per lo più meramente criticare, dati contingenti  di disoccupazione particolarmente acuta dovuto alla crisi del momento.

I temi del precariato ormai trascinano dietro un oceano di elementi che, vista la tragicità dei temi affrontati, rischiano di promuovere una sterile forma di opposizione basata su validi concetti etici da salotto culturale intellettuale nostalgico di lotte che – purtroppo – non ci appartengono più, allontanando sempre di più la possibilità di “piccole rivendicazioni” o battaglie che vanno però direttamente alla questione del lavoro liquido, della conoscenza, della competenza e di tutte le etichette in cui facciamo fatica a ritrovarci ma all’interno del quale ci muoviamo.

In un interessante, e fuori dagli schemi, articolo di Mecozzi “precario a chi?” venivano messe in evidenza una serie di nodi intellettuali e linguistici col quale si denota la figura tragica e disperata del precario che passerà la vita ad aspettare un’affermazione lavorativa  che potrebbe non arrivare mai e conseguentemente il suo fallimento come persona senza un progetto di vita. Quella sensazione è vera, chiunque navighi in “acque precarie” conosce bene quella sensazione di spossatezza che si manifesta nella scarsa voglia di fare e quel meccanismo perverso che si innesca in cui meglio non fare piuttosto che fare e ricevere l’ennesima delusione: come in un noto film di Bunuel si è prigionieri e ostaggi in una stanza aperta dal quale inspiegabilmente non si riesce a varcare quella soglia. Ma dare del tragico al precario senza lavoro è un errore, come suggerisce Mecozzi il passaggio a schiavo- per volontà altrui – è veloce, non è l’essere umano in quanto tale a vivere una situazione di precariato ma è nel lavoro che svolge, e qui ci metto nuovamente tutte le etichette di conoscenza e competenza  che ci appartengono. Il precario lo è non perché manca di un contratto a tempo indeterminato, il precario diventa tale quando il suo lavoro non è inserito in un adeguato processo di produzione, e con questo termine non mi riferisco a tayloristici rimpianti, quanto alla produzione di idee, capacità, valorizzazioni competenze e sviluppo continuo in formazione.

E’ quando il “vecchio” continua a gestire con i soliti processi decisionali che schiacciano in un continuo rapporto di subordinazione perché il dialogo intergenerazionale è a binario unico.

E’ quando il contratto a progetto non viene valorizzato perché non riconosciuta la tua capacità di “progettare” o si viene schiacciati da sentenze dall’alto basate sul mero “diritto d’anagrafe” .

Non c’è nulla di più facile che gestire masse verso non adeguate rivendicazioni attraverso slogan e manifesti che ci fanno tutti un po’ rivoluzionari di questi tempi eppure, Camus docet, la rivoluzione deve partire da una rivolta singolare: siamo pronti singolarmente? Quando siamo precari nei luoghi di lavoro, a parte tutti i santini da stringere regali di mamme e nonne che ci portiamo dietro affinchè si superi pure questa stornata di contratti in scadenza, siamo in grado di capire se quel luogo di lavoro mi sta facendo emergere professionalmente facendo sì che, puoi anche mandarmi via, ma sono pronto ad altro? Ho acquisito quelle competenze trasversali e metacompetenze nel quale mi riconosco come figura professionale della conoscenza e della competenza?

Il problema già l’aveva posto molti anni fa Revelli nel suo “la sinistra sociale” dove nell’economia sociale (che lui identificava tout court con il Terzo Settore) vedeva un laboratorio di nuove forme lavorative ed avvertiva “gli attuali livelli del tasso di disoccupazione nei paesi industrialmente avanzati non sono il prodotto di una più o meno temporanea crisi dello sviluppo, sono, al contrario, la forma stessa dello sviluppo; non costituiscono un momento di arresto congiunturale della crescita da superare grazie a un qualche rilancio degli investimenti e all’accelerazione dell’accumulazione, ma sono infrastruttura dell’attuale assetto socioproduttivo“. L’attuale sistema ha generato, e la crisi ne è soltanto un riflesso ultimo anche abbastanza prevedibile, un’intensa disorganizzazione del lavoro e, soprattutto, destrutturazione della socialità, relegata ad una vulnerabilità di massa che allenta i legami sociali. Non mi riconosco come individuo non perché precario ma perché non è riconosciuto il mio nuovo modo di concepire il lavoro (prima o poi riusciremo a mettere in soffitta la Sig.na Silvani!), continuando con Revelli “al compito di dare rappresentanza a gruppi sociali, classi, soggetti collettivi si affianca la necessità, ben più urgente e drammatica, della riproduzione e ricostruzione delle precondizioni stesse dell’essere sociale”. Non è questa la sede appropriata per verificare se il Terzo Settore sta svolgendo questo ruolo di traino verso l’innovazione (ma i dati non sono positivi!), ma bisognerebbe cominciare a concepire il lavoro in una maniera realmente partecipata facendo uso di strumenti che le scienze economiche e sociali ci mettono a disposizione: sviluppare assunzioni di responsabilità, sviluppare le capability, saper parlare in pubblico o a un tavolo decisionale, far emergere attitudini danno alla qualità del lavoro, e della vita, tutt’altre forme di approccio che non si basano sul mero ricatto del “col contratto in scadenza devo solo non infastidire i capi, i direttori, i colleghi indeterminati o chi per loro”.

Una forma diversa di concepire il lavoro, anche a scadenza, attiverebbe una filiera di gestione e controllo (activity human costing – balanced scorecard) non più basata su metodologie tradizionali tarate sui soli “costi per produrre servizi” ma attiverebbe virtuose valutazioni basate sulle componenti invisibili attraverso una valutazione di tipo multidimensionale scomposto nelle sue componenti principali : capitale umano, relazionale e strutturale.

E’ nella crescita individuale degli elementi intangibili che si può fare la “battaglia dall’interno”, è nel saper riconoscere che il mio datore non è inappropriato e cattivo solo perché mi tiene a scadenza ma perché oltre a non insegnarmi, già grave di per sé, non mi permette di affinare tutte quelle metacompetenze che posso poi spendermi sia in altri contesti lavorativi che nella capacità di essere cittadino attivo.

Riuscire a fare quel salto qualitativo del “non siete voi che mi mandate via ma io che vi costringo a rimanere” permetterebbe di inquadrare in maniera opportuna la propria condizione di precario non più come poveri cristi con la croce in spalla ( e mai un responsabile ben identificato e quindi tanti neoleader “rivoluzionari”  ) vittime di questi tempi funesti ma soggetti proattivi per il cambiamento. In questo il reddito di cittadinanza sarebbe lo strumento veramente efficace, riprendendo Mecozzi “Il reddito di cittadinanza potrà svincolare il precario dal regno delle necessità e spingere i suoi desideri verso la formazione di un’utopia ancora tutta da rappresentare. La nostra.

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