Effetti imprecisi, affetti precari. Reddito di cittadinanza e psicogeografia.


Daniele Vazquez

Mai pubblicato, scritto in seguito all’inchiesta sul pubblico dell’arte contemporanea “Effetti imprecisi. Affetti precari” a cura di Luoghisingolari.net, all’interno di “Beato Angelico is not dead” (Febbraio/Marzo 2005), quattro giornate di poesia, arte performativa, musica elettronica e “creazione di atmosfere” nell’Atelier Studiovo di Roma. L’intervento è stato allo stesso tempo la costruzione performativa di un’atmosfera e un esperimento psicogeografico. Durante la terza serata dell’evento “Beato Angelico is not dead” sono stati distribuiti al pubblico dei questionari standardizzati e successivamente proiettate 600 immagini in rapidissima sequenza (8 immagini al secondo) riguardanti lo spazio (lo spazio antropologico, lo spazio dell’immaginario, lo spazio urbano, lo spazio rurale, lo spazio stellare, lo spazio domestico, lo spazio delle soglie). Si è richiesto in seguito di compilare il questionario le cui domande miravano a stabilire quali elementi architettonici e forme urbanistiche fossero stati percepiti e con quale impatto emozionale. Si trattava di capire se le risposte sarebbero state uniformi o meno. Ai questionari hanno risposto 50 persone. I risultati hanno dimostrato una mancanza di uniformità dovuta alle differenze di formazione culturale e socio-economica del pubblico.

Questo intervento era la parodia di un esperimento che l’urbanista francese François Vigier realizzò ad Harvard nel ’65, i cui risultati furono pubblicati nella relazione “An Experimental Approach to Urban Design”.

La psicogeografia è una pratica alla portata di tutti per accedere a un’esperienza consapevole dei territori urbani. Essa nasce come una pratica di liberazione dalla “colonizzazione della vita quotidiana”, del tempo fuori dal lavoro e, allo stesso tempo, allude ancor’oggi alle attività che potrebbero prosperare in una società che prendesse misure politiche per garantire la cittadinanza contro l’umiliazione dell’esclusione e del precariato. Il dibattito sul reddito di cittadinanza deve prevedere anche quali mutamenti antropologici vi sarebbero nei comportamenti di ciascuno a seguito di una sua intoduzione e di prefigurare quali benefici apporterebbero alla società in generale. La storia della nascita di una disciplina ludica come la psicogeografia è da questo punto di vista illuminante: fondata da un gruppo di giovani “esclusi” nei primi anni ’50 ha profondamente influenzato l’arte e l’architettura contemporanee. Si contesta la formulazione della psicogeografia di Debord, considerata nient’altro che una forma evoluta di determinismo geografico. L’ambiente geografico non è che una delle variabili che influenzano il comportamento affettivo, ma considerata isolatamente non è in grado di dirci nulla sulle passioni umane. L’ambiente “disposto coscientemente o meno” non produce “effetti precisi” sul comportamento affettivo, la condizione di classe e la formazione culturale di fatto differenzia le strategie di lettura dell’ambiente dei soggetti. Questo non significa che non vi siano più coordinate per la progettazione urbana. Gli effetti precisi che sono ancora tutti da studiare sono quelli della precarizzazione del lavoro sul comportamento affettivo. Partendo dalla constatazione che architetti e urbanisti non possano più considerarsi degli specialisti, e che sia necessaria una cooperazione del lavoro intellettuale che preveda anche l’intervento di tutti coloro che sono interessati al proprio ambiente di vita, si tratterà di trovare queste coordinate nelle concrete pratiche quotidiane dello spazio. Queste pratiche ci parlano oggi di nuovi soggetti metropolitani e della precarizzazione del lavoro. Nel lavoro precario le qualità affettive sono messe in produzione e allo stesso tempo sono singolarizzate, fino al punto in cui sembra non essere più possibile la costruzione di un racconto collettivo. Queste  qualità affettive sono precarie e non hanno più luoghi comuni dove riconoscersi. Luoghi comuni e nonluoghi sono in declino. Gli affetti precari conoscono solo luoghi singolari, si tratterà di indagare questi nuovi luoghi che richiamano a “una nuova questione delle abitazioni”.

Abbiamo sempre considerato la deriva psicogeografica come una pratica necessaria per accedere ad un’esperienza unitaria e consapevole dello spazio urbano. Una pratica alla portata di tutti che diviene tanto più illuminante quanto più le regole vengono riformulate mentre il gioco è ancora in corso.

La psicogeografia fu inventata, è noto, dai lettristi internazionali tra il ’52 e il ’53. La diminuzione dell’orario di lavoro aveva prodotto il tempo libero. E il tempo libero aveva retroagito sia sulla teoria critica attraverso la rivalutazione della “vita quotidiana” come campo d’indagine e d’inchiesta sia sulle strategie di disciplina e controllo attraverso uno sviluppo mai visto in precedenza del linguaggio pubblicitario e una diffusione capillare di merci culturali popolari e nuovi dispositivi pensati apposta per le tasche della classe lavoratrice. Si cominciava a parlare di “critica della vita quotidiana”, ma anche di “colonizzazione della vita quotidiana”, una colonizzazione intensiva che continuava quella estensiva che aveva prodotto la rivoluzione industriale. I lettristi internazionali avevano rotto con il gruppo lettrista fondatore di Isidore Isou che già da tempo profetizzava un sollevamento dei giovani contro la società. Le argomentazioni a favore di questo sollevamento non erano affatto ingenue. Per “giovani” non s’intendeva tanto l’identità anagrafica quanto quella degli esclusi dal mondo del lavoro. Il tempo libero aveva creato nuovi comportamenti e coloro che ne erano portatori si trovavano nella posizione migliore per contestare i valori profondi, antropologici, che regolavano la società.

La psicogeografia si era rivelata la pratica per eccellenza, vista la sua gratuità, per un’appropriazione dal basso del tempo libero e allo stesso tempo per sperimentare comportamenti nuovi che si adoperassero alla sua decolonizzazione. Inoltre aveva degli evidenti vantaggi: permetteva di conoscere il territorio e di poter selezionare così quei luoghi che meglio si prestavano all’esperienza della libertà, a eventuali vie di fuga o ad essere un giorno punti strategici di quel sollevamento profetizzato dai lettristi fondatori. Si tratta dunque di una pratica nata nel tempo libero e che prefigurava i nuovi comportamenti adatti ad una società libera dal lavoro.

Uno degli aspetti che più c’interessa del dibattitto sul reddito di cittadinanza è quello dei mutamenti antropologici che vi sarebbero nei comportamenti a seguito di una sua introduzione e delle pratiche che potrebbero prosperare avendo a disposizione molto tempo libero senza dover soffrire la fame e l’umiliazione dell’esclusione. Riteniamo che queste pratiche sarebbero un beneficio tale per la società in generale che, senza dover aspettarne a lungo i vantaggi, i costi non sarebbero solo di gran lunga ripagati ma si avrebbero a disposizione nuovi territori per la produzione di ricchezza strictu sensu. Non solo vi sarebbero maggiori opportunità per perseguire ciò che rende felice ciascuno, ma la cooperazione sociale così liberata riverserebbe sul mercato tante di quelle idee e invenzioni da ammutolire qualsiasi luogo comune sui mali dell’assistenzialismo.

Inoltre questa liberazione sarebbe allo stesso tempo un momento di rigenerazione civica e cuturale che sbloccherebbe il generale stato di invecchiamento e ripiegamento su stesso, da ogni punto di vista, delle società europee, ormai incapaci di reggere la concorrenza globale. Quel qualcosa in più in termini di invenzione, stile, conoscenza e ideazione di cui tanto si parla, che permetterebbe di non dover competere su terreni sui quali altre aree economiche sono avvantaggiate e che ci destina fin da ora alla sconfitta, alla rovina e al declino economico, sarebbe ingenuo pensare che debba venire esclusivamente da luoghi istituzionali come le accademie o i centri di ricerca privati. Sarebbe ingenuo perché l’esperienza del ‘900 ci ha insegnato con numerosi esempi che le cose non sono affatto così lineari e che molta della cultura che oggi si consuma, molto di quel valore aggiunto, è stato piuttosto il risultato di aggregazioni sociali spontanee, spesso favorite dalle vecchie forme di Welfare.

Alcuni critici d’arte come Mirella Bandini sembrano non aver dubbi che se non ci fosse stata la psicogeografia e un personaggio che più di ogni altro contribuì alla sua sperimentazione, il cui profilo è pressoché oggi del tutto perduto, come Gilles Ivain, il quale scrisse a dicannove anni, nel ’53, il “Formulario per un Nuovo Urbanismo” non vi sarebbero oggi un Rem Koolhaas o un Frank Gehry e, ad esempio, molti comuni non saprebbero che pesci pigliare quando devono proporre delle attività civiche, culturali e artistiche che mobilitino la cittadinanza ad un migliore rapporto con il territorio – visto che sempre c’è la psicogeografia come fonte d’ispirazione dietro a queste iniziative – . Ma questo non ci basta. Non ci basta che la psicogeografia venga riconosciuta come fonte d’ispirazione dell’arte e dell’architettura contemporanee o delle politiche culturali di molte istituzioni locali. Anzi ci dispiace molto, perché come al solito non si riconosce, tuttavia, che quei ventenni che l’hanno inventata hanno potuto fare tanto proprio perché non lavoravano e avevano tempo per dedicarsi a ciò che veramente li appassionava. Non ci basta perché vorremmo che anche la psicogeografia fosse presa in considerazione come un esempio di ciò che può un piccolo gruppo fuori da accademie e centri di ricerca privati. Vorremmo che fosse chiaro come questa esperienza, spesso oggi utilizzata da gruppi specializzati e finanziati da fondazioni e istituzioni locali che dimenticano del tutto l’ambiance da cui proveniva, alluda a delle misure politiche: in un modo o nell’altro a una lotta per creare le condizioni per cui la dignità, nel caso di esclusione dal mondo del lavoro, non sia calpestata e per riconoscere il “tempo dell’esclusione” come possibile fonte di ricchezza.

Chiunque non tenga in considerazione che questi ragazzi non lavoravano né avrebbero mai voluto lavorare perché sapevano di adoperarsi a qualcosa di eccellente, non si pone il problema del reddito, ovvero del fatto che oggi chi è escluso è allo stesso tempo umiliato e messo nelle condizioni di non poter far nulla, e si finisce per non capire nulla nemmeno della poesia che anima invenzioni del genere, ovvero delle condizioni necessarie ad ogni momento autentico della creazione culturale e artistica.

Oggi non si crea più, si recupera tutto dal passato, psicogeografia compresa. E il motivo è che le condizioni necessarie alla creazione culturale e artistica stanno venendo del tutto meno e laddove queste condizioni sono prodotte sono costrette spesso a porsi fuori della legge. Condizioni che l’introduzione di un reddito di cittadinanza rimetterebbero in gioco,  mettendole a disposizione di tutti.

Della psicogeografia, dunque, abbiamo sempre apprezzato questo aspetto: di essere allo stesso tempo una pratica di liberazione del tempo e di prefigurazione del tempo autenticamente liberato. Ma non abbiamo mai perso occasione per affermare che non ne condividiamo affatto la formulazione redatta da Guy Debord. Ci siamo sempre chiesti come mai un’esperienza che non manca certamente di aspetti poetici debba passare per lo studio degli “effetti precisi” che l’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, ha sul “comportamento affettivo” degli individui. Sembra che in pochi si siano sorpresi di questo determinismo radicale alla base della psicogeografia debordiana.

Il determinismo geografico ha una storia che risale a Ippocrate e Polibio. Quest’ultimo sosteneva che “noi mortali abbiamo una tendenza irresistibile a cedere alle influenze climatiche, a questa grande causa, e a nessun altra, vanno attribuite le grandi differenze che predominano tra di noi per quel che riguarda il carattere, lo sviluppo fisico, la carnagione, oltre che gran parte delle nostre abitudini.” L’architetto romano Marco Vitruvio Pollione era un convinto determinista geografico e sosteneva che “I popoli meridionali hanno un’intelligenza molto acuta, a causa della rarefazione dell’atmosfera e del calore, mentre le nazioni nordiche, essendo avvolte in un’atmosfera densa ed essendo gelate dall’umidità dell’aria ferma, hanno un’intelligenza più lenta”. Ibn Khaldun, geografo arabo vissuto nel XIV secolo, sosteneva che i popoli delle regioni calde avevano un carattere passionale mentre quelli dei climi più freddi erano privi di vivacità. Questi contrasti per Kaldhun nascevano dalla differenza nell’effetto del calore sugli spiriti animali. Queste fonti verranno riscoperte dall’illuminismo. John Arbuthnot nel 1733 sostenne che non solo i temperamenti nazionali ma anche le lingue erano soggette agli influssi del clima: i popoli nordici hanno lingue molto ricche di consonanti poiché hanno paura di aprire la bocca e lasciarvi entrare l’aria fredda; mentre i popoli tropicali, che hanno bisogno della massima ventilazione, prediligono le vocali. Montesquieu anche fu un convinto determinista geografico e, un secolo più tardi, perfino un materialista storico come Engels arrivò a spiegare i modi di produzione asiatici attraverso le condizioni del clima e del suolo.

In realtà il determinismo picogeografico è un passo in avanti rispetto a queste forme di materialismo ingenuo, in quanto prende in considerazione anche l’ambiente “disposto coscientemente”, l’ambiente prodotto dagli insediamenti umani, tanto che Debord amava citare l’affermazione di Marx: “Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso; tutto parla loro di loro stessi”. Quanto a noi, la pensiamo come d’Holbach:”È possibile sostenere che il sole che una volta brillava sui Greci e sui Romani amanti della libertà illumini oggi di raggi diversi i loro degeneri discendenti?”. In effetti non solo stessi climi hanno prodotto civiltà diverse e climi diversi hanno prodotto civiltà simili, ma nel corso della storia le civiltà si sono trasformate senza che si siano trasformate con la stessa velocità le variabili geografiche o al contrario, come accade oggi, le variabili geografiche cambiano a causa dello stesso intervento delle civiltà umane senza che questo produca cambiamenti significativi su queste stesse civiltà.

Come ha scritto Lewis Mumford:”Alcuni geografi del diciottesimo secolo fecero l’errore di asserire che le forze geografiche agiscono direttamente sulle comunità umane. […] fu compiuto un grande progresso quando il sociologo francese, Frederic Le Play, evidenziò che l’ambiente non agisce direttamente sull’uomo ma piuttosto condizionando i tipi di lavoro e di attività possibili in una regione. Il luogo non determina le istituzioni umane ma pone certe condizioni”. Ora non è qui che si approfondirà la critica alla concezione conservatrice e cattolica della società di Le Play, ricordiamo però che questa sua conclusione non deterministica prendeva le mosse da osservazioni partecipanti di grande valore, simili a quelle condotte da Engels, di cui non si può ignorare ideologicamente il valore.

Comunque – e dicendo questo prendiamo le distanze proprio da quella scuola regionalista di geografi, architetti e urbanisti che va da Kropotkin fino a Mumford – il pregio storico che ha avuto la psicogeografia è di aver spostato la ricerca dagli “effetti precisi” dell’ambiente “naturale” a quelli dell’ambiente antropizzato, tanto che la deambulazione in aperta campagna era considerata “evidentemente deprimente” e si considerava il carattere della deriva psicogeografica come “fondamentalmente urbano”.

Certo non è mai stato sottolineato abbastanza il debito della psicogeografia con la Scuola di Chicago, con la morfologia sociale di Durkheim e Mauss e con le teorie dell’urbanista Chombart de Lauwe. Non solo molti concetti usati dagli psicogeografi sono détournements di concetti elaborati in sede scientifica, la stessa definizione di psicogeografia è un détournement delle diverse definizioni di ecologia umana. Noi crediamo che quei giovani che a Parigi inventarono la psicogeografia si divertissero a parodiare il metodo scientifico dell’ecologia umana americana e di certa  psicologia sperimentale tanto in voga nella loro epoca per fondare una gaia scienza delle passioni e del gioco. Si può fare quindi una critica seria del determinismo psicogeografico? Finché si gioca e non lo si prende sul serio, a nostro avviso no. Ma è chiaro che una disciplina che si adoperasse davvero per trovare leggi esatte che stabiliscano come l’ambiente urbano regola le nostre emozioni potrebbe, ammesso che sia possibile, un giorno essere usata contro di noi, per controllarci fin dentro la nostra vita sentimentale. Per noi, in questo caso, la critica si pone sullo stesso piano del gioco psicogeografico, come un momento, cioè ludico. Un pretesto per precisare, tuttavia seriamente, la direzione delle nostre ricerche, perché noi non crediamo che l’ambiente urbano possa produrre effetti precisi sul comportamento affettivo.

Proprio nel periodo in cui quei giovani abbandonavano il gioco psicogeografico settimanale a favore di nuovi progetti, la psicologia sperimentale scopriva l’urbanistica e le apriva le porte dei propri laboratori. L’urbanista francese François Vigier riporta gli esiti delle sue ricerche sperimentali ad Harvard in un articolo del ’65 intitolato “An Experimental Approach to Urban Design”: “la chiarezza percettiva nella forma urbana è per lo più incidentale. Con ciò non si vuole negare l’esistenza di una certa conoscenza empirica delle reazioni emotive (affettive, estetiche) agli stimoli della forma urbana. Il fatto è che questa conoscenza si basa totalmente sulle reazioni di un limitato gruppo di persone, dotate di sensibilità estetica, (architetti, urbanisti, artisti) che tendono a istituzionalizzare, sotto forma di generalizzazioni intuitive, i loro responsi che forse debbono essere ritenuti atipici”. I suoi esperimenti dimostravano la diversità delle “tecniche e strategie percettive” dei soggetti dinnanzi alle forme urbane. Vi erano diverse modalità di lettura dell’ambiente urbano a seconda della condizione di classe e della formazione culturale, soggetti diversi reagivano in maniera differente al medesimo ambiente. Inoltre questo esperimento ha evidenziato la differenza tra soggetti con una preparazione estetico-formale (architetti, designer, studenti di architettura) e soggetti senza questa preparazione. I primi tendevano a notare un minor numero di elementi; i non specialisti presentavano un interesse percezionale più ampio e più ricco. Questo tipo di esperimenti di psicologia ambientale, pur rappresentando un arretramento rispetto alla psicogeografia, sono comunque molto interessanti in quanto hanno sempre messo in discussione il determinismo psicogeografico. Ovviamente, trattandosi di scienziati, pur ammettendo di non poter arrivare a determinare gli “effetti precisi” si sono riservati perlomeno il compito di arrivare a scoprire delle tipologie di comportamento.

Noi non neghiamo del tutto il determinismo, ma consideriamo che le condizioni materiali che determinano i comportamenti affettivi non possano essere ridotte solo a quelle geografiche, disposte coscientemente o meno. L’ambiente geografico non è che una delle variabili che influenzano il comportamento affettivo, ma considerata isolatamente non è in grado di spiegarci nulla sulle passioni umane. Nelle nostre ricerche non cerchiamo di studiare gli “effetti precisi”, di trovare le “leggi esatte”, anzi noi pensiamo che gli specialisti dello spazio urbano debbano abbandonare una volta per sempre la pretesa di voler determinare quali comportamenti favoriranno le proprie opere perché questa pretesa ha prodotto grandi disastri. Come ha scritto Henry Chombart de Lauwe: “La società è quella che è; non sarà l’urbanistica a cambiarla con un colpo di bacchetta magica. Può solamente aiutarla a prendere coscienza delle sue proprie contraddizioni e creare il quadro nel quale potrebbero venir risolte. Ma per andare più lontano occorrono riforme più profonde, su altri piani: salari, redditi, organizzazione del lavoro”.

Questo non significa che la progettazione debba abdicare alla responsabilità di fare delle scelte, anzi: in un momento storico in cui i giovani architetti sembrano non avere più spazi per promuovere nuove idee, dove non vi sono maestri e, dove vi sono, fanno scuola all’interno dei loro studi multinazionali, essi sono spesso degli autodidatti e le loro scelte in quanto tali saranno necessariamente all’insegna di una rottura epistemologica. La soluzione è nel riconoscere il carattere cooperativo e gratuito da cui nascono le nuove idee. Si tratta allora di favorire contesti, di promuovere sinergie, di attivare network in cui la cooperazione non sia degradata dalla competizione e dalla rapina continua che questa genera. E non basta. Occorrono lotte perché questi contesti, sinergie e network abbiano uno spazio generale di riconoscimento e crediamo che una delle poche misure politiche adeguate sia il reddito di cittadinanza. Le idee non sono mai il prodotto di un genio individuale, ma come scrive Durkheim di una “immensa cooperazione che si estende non solo nello spazio, ma anche nel tempo”, di “una intellettualità molto particolare, infinitamente più ricca e più complessa di quella dell’individuo”. Una cooperazione del lavoro intellettuale di questo tipo rappresenta una critica radicale delle specializzazioni, coinvolge anche la cittadinanza, le competenze spontanee degli abitanti. E una cooperazione del genere, gratuita e autorganizzata, deve prevedere in un modo o nell’altro una qualche forma di compenso forfettario. Come ha scritto Alvaro Siza: “L’architetto non è uno specialista. La vastità e la varietà delle conoscenze che la pratica del progetto oggi comprende, la sua rapida evoluzione e progressiva complessità in nessun modo permettono conoscenze e dominio sufficienti”.

Per questo motivo sosterremo sempre chi reclama un reddito di cittadinanza, perché già il solo dibattito apre un dialogo che ci fa uscire dall’immobilismo dei discorsi attuali sulla metropoli e dall’angusto panorama dell’architettura che precarizza il lavoro dei giovani architetti.

Se non è possibile stabilire gli effetti precisi che l’ambiente geografico disposto coscientemente ha sul comportamento affettivo, questo non significa che non vi siano coordinate per la progettazione. Si tratta di trovare queste coordinate nella concreta pratica quotidiana dello spazio, non limitandosi solo a quelle pratiche che prosperano dentro e accanto all’organizzazione del consumo, così come suggeriscono alcuni sociologi e architetti, ma soprattutto indagando quelle pratiche quotidiane dello spazio che nascono come risposte all’attuale trasformazione del lavoro. Gli effetti precisi che sono ancora tutti da studiare sono quelli della precarizzazione del lavoro sul comportamento affettivo.

Oggi come scrive Andrea Tiddi: “Doti affettive e relazionali, capacità di elaborazione e d’innovazione, tutto ciò che costituisce l’intimità e la socialità dei soggetti è messo in produzione, anzi è centrale per la riuscita e la qualità dell’attività produttiva”. Il lavoro flessibile è lavoro di relazione e la relazione influenza il comportamento affettivo in modo molto più incisivo dell’ambiente costruito coscientemente o meno. E se nel lavoro precario da una parte si mettono a profitto doti affettive e relazionali, dall’altra si singolarizza l’esperienza dei soggetti del lavoro, si singolarizzano le loro pratiche, si singolarizzano i loro affetti, fino al punto in cui non sembra più possibile immaginare la “costruzione di un racconto collettivo”. Questi affetti messi a lavoro, sono affetti precari che non hanno più luoghi comuni dove riconoscersi. Gli affetti precari popolano per ora solo luoghi singolari. Si tratterà allora anche di indagare questi luoghi, un’indagine che preveda la psicogeografia, ma che  allo stesso tempo abbia il valore di un’inchiesta. Come scrive ancora Andrea Tiddi, si tratterà di “affrontare proprio il carattere singolare della soggettività, scendere dove la sua singolarità si forma, sul territorio, nella metropoli, fra le forme di vita che il precario abita e transita, attraversarne gli spazi e i tempi”. L’esperienza della precarietà produce nuove concezioni dal basso dello spazio. I nonluoghi o gli spazi-dei-flussi non sono che la concezione dello spazio imposta dal mercato e che le superstar dell’architettura vedono come un’occasione da non perdere per mettere a profitto vecchie idee maturate dall’architettura radicale degli anni ’50, ’60 e ’70. Ma questo spazio non esprime altro che il nomadismo delle élite globali. Gli usi dello spazio da parte dei lavoratori precari producono invece nuovi luoghi, luoghi caratterizzati da flessibilità, provvisorietà, mobilità, ma nondimeno luoghi. Li chiameremo luoghi singolari e sono luoghi che invocano una nuova avventura del progetto architettonico.

I luoghi singolari pongono “una nuova questione delle abitazioni”. I nonluoghi sono in declino e gli architetti e gli urbanisti non potranno ignorare ancora a lungo i nuovi luoghi cui l’esperienza della precarietà allude.