Donne più libere ed eguali con il reddito di base


Elisabetta Ambrosi

La forza del reddito di cittadinanza sta nel suo carattere universalistico: uno “zoccolo” di base per tutti, che sostenga chi non ha alcun reddito, ma anche chi lavora e non guadagna abbastanza a causa di stipendi bassi e ormai sempre più precari e saltuari. Non fa differenze tra giovani e anziani, sposati e non sposati, maschi e femmine: il reddito di cittadinanza è per tutti, il che significa che tutti possono contare su di esso come strada per tentare, ad esempio, un cambio di lavoro senza finire nella povertà, o crescere dei figli riuscendo a garantire loro una vita buona, con i giochi e gli strumenti di cui i bambini hanno naturalmente bisogno. Ma l’universalità del reddito di cittadinanza non gli impedisce di andare a colmare alcuni divari specifici, cioè di intervenire laddove ci siano ingiustizie e dislivelli profondi: ad esempio, ancora oggi, specialmente in Italia, quelli di genere, tra uomo e donna. In questo senso, il reddito di cittadinanza si configura come uno strumento formidabile per rendere le donne un po’ più uguali agli uomini. E dunque più libere di fare scelte consone ai loro desideri e aspirazioni, cosa che oggi non avviene, visto che le donne del nostro paese, come indicano molte statistiche sulla felicità del genere femminile nei singoli paesi, sono tra le ultime nella scala della soddisfazione delle singole vite.

Più precarie, e povere, fin da subito

Ma in che modo l’introduzione del reddito di cittadinanza aiuterebbe in maniera specifica le donne ad essere meno oppresse, a poter alzare gli occhi più in alto di quanto oggi non facciano? Le diseguaglianze cominciano presto. Già dopo la laurea, basta consultare i dati che Almalaurea produce ciclicamente, le donne – che si laureano con voti più alti e in tempo più breve – guadagnano molto meno degli uomini. E questo anche a parità di titolo di studio e di mansioni, non tanto, dunque, perché tendano, tra l’altro oggi sempre meno, a scegliere facoltà umanistiche invece che scientifiche. Non solo. La precarietà, che oggi colpisce i giovani indistintamente, falcidia le donne in misura maggiore. Sono loro a “scegliere” in massa contratti part time, sono loro ad avere (anzi subire) in maggioranza contratti atipici, ovvero flessibili senza alcuna tutela, fintamente “family friendly”, quando in realtà le costringono a lavorare per cifre miserevoli, nella maggior parte dei casi inferiori ai 10.000 euro l’anno. E senza poter godere di nessun ammortizzatore sociale nel caso debbano, per malattia o altro, interrompere il lavoro per un periodo. Già rispetto a questo quadro, è possibile intuire come un reddito di sostegno a donne precarie con introiti così bassi permetterebbe loro, ad esempio, di poter optare per percorsi di formazione che le portino a lavori maggiormente retribuiti; o, semplicemente, poter fare una vita meno grama, e più libera. Essere, anche, meno soggette alla dipendenza con il partner, che spesso le sostiene, e meno soggette alla dipendenza con la famiglia di origine, che pure spesso le sostiene, con tutti i significati che questa dipendenza comporta. Donne più libere e meno soggiogate, dunque.

Maternità, l’urgenza di un reddito di base

C’è poi una fase ancor più delicata – la maternità – nella quale il reddito di cittadinanza può rappresentare un’autentica svolta per le donne. Cosa succede quando una donna che ha un lavoro precario – ormai si tratta della maggioranza, visto che è la generazione degli anni Ottanta quella chiamata in causa maggiormente, una generazione entrata dunque sul mercato del lavoro quando quest’ultimo era già drammaticamente frammentato – resta incinta? Se il suo contratto a termine scade, probabilmente si ritroverà senza alcun reddito; se lavora con partita Iva, avrà un piccolo rimborso nei mesi di gravidanza. Ma il peggio viene dopo. In un paese dove i servizi per la prima infanzia sono drammaticamente carenti – vedi asili nido e sussidi familiari che permettano di fare fronte alle spese – una parte di loro lascerà il lavoro, a causa del classico cul de sac in cui donne con lavori precari finiscono: spendere più per i servizi di cura, asili nido e tate, di quanto non si guadagni. Anche se queste donne spesso dimenticano che comunque è meglio restare nel mercato del lavoro piuttosto che stare a casa, sarà difficile convincerle che il tempo passato in un ufficio a fare mansioni ripetitive (l’altro aspetto che caratterizza il lavoro femminile in Italia è il fatto che donne anche laureate vengono impiegate per qualifiche molto basse) sia migliore che quello passato col proprio figlio. Altre tenteranno un’impossibile conciliazione tra lavoro e famiglia, che trasforma la loro vita in una routine schiacciante, nel tentativo affannato di far quadrare conti che non tornano mai e con l’angoscia di non poter garantire ai propri figli un tenore di vita accettabile. Quasi tutte continueranno a essere dipendenti dal proprio partner, con tutte le conseguenze del caso. È dunque evidente come la possibilità di contare su una base reddituale ad integrazione del proprio stipendio, o come piccolo stipendio nonostante la scelta di essere casalinghe, le renderebbe meno schiacciate, affannate. Ancora una volta, più libere, invece di prendere la mattina i soldi lasciati sul tavolo dal proprio partner, che in qualche modo di questi soldi poi, anche inconsciamente, gliene chiederà conto (magari obbligandola a scelte simili più ai propri valori che ai suoi).

Una vecchiaia senza dover dipendere

E vogliamo parlare di cosa accadrebbe nel caso queste donne, con redditi quasi sempre più bassi del compagno, si ritrovino separate? La loro esistenza si trasforma quasi sempre in questo caso, purtroppo sono rari i casi di amorevole accordo, in un inferno fatto di pressione, anche tramite avvocati sempre troppo costosi, per farsi dare ciò che spetta loro, per sé e i propri figli. Rischiando tuttavia di ritrovarsi povere, e di ricorrere di nuovo all’aiuto familiare, per chi ce l’ha. Reddito di cittadinanza significa anche qui maggiore autonomia, possibilità di sottrarsi alla povertà, e con sé anche i propri figli, perché aiutare le madri significa sempre aiutare anche i bambini. Non si tratta dunque di soldi dati per gratificare vacui desideri, ma di aiuti concretissimi per la sopravvivenza propria e dei propri figli. Resta infine un’ultima fase della vita nella quale le donne sono nettamente più povere degli uomini. Ed è il momento della pensione. Purtroppo, a causa delle ultime riforme pensionistiche e dell’introduzione di un contributivo secco, senza correzioni, sia gli uomini che le donne si ritroveranno con pensioni minime (un tema tragico che sembra non interessare affatto chi ci governa). Ma ancora una volta a passarsela peggio saranno loro, le donne, a causa di carriere ancora più discontinue e stipendi ancora più bassi. Questo significa che, nel caso non siano sposate, saranno nella povertà assoluta. Mentre se sposate si ritroveranno, ancora una volta nella loro esistenza, a dipendere dal partner. Dei costi di questa dipendenza bisognerebbe parlare, in un paese sempre deficitario di una visione liberale che concepisca le persone come singoli, individui la cui dignità risiede proprio nella possibilità di autosostentarsi, anche senza il ricorso a un marito o un padre. Tra l’altro, proprio quelle misure pensate all’interno di una visione “familista” del welfare, come la pensione di reversibilità – ad oggi le uniche forme di protezione di povertà – sono state messe vergognosamente sotto attacco da chi non intende sostituirle con alcun reddito di base, che permetta poi alla vedova di non sprofondare nella miseria. Ma se anche la pensione di reversibilità dovesse restare così com’è è chiaro che solo l’introduzione di un reddito di cittadinanza permetterebbe a donne senza reddito, o con un reddito esiguo visto che anche queste pensioni sono state falcidiate dai tagli, di vivere una vita dignitosa. Perché proprio di questo si tratta: consentire ad uomini e donne di vivere un’esistenza meno sotto ricatto, meno miserevole, meno disperata. Il reddito di cittadinanza è l’unico strumento che consenta di raggiungere questo obiettivo. Riuscendo al tempo stesso a rendere uomini e donne più eguali. E soprattutto a far sì che queste ultime, in un paese ancora nascostamente cattocomunista ma senza più alcuna protezione sociale né welfare solidaristico che quella visione portava con sé, considerevolmente più libere. E molto meno infelici.

 

Tratto da Quaderni per il Reddito n°6 – Non un reddito di meno. Reddito di base per l’autodeterminazione – numero speciale in occasione dello sciopero generale delle donne: 8 marzo 2017

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