Dentro, oltre e contro la società automatica


Giuseppe Allegri

È un’ambiziosa e preziosa opera aperta, teorica e pragmatica, quella che il grande filosofo e ricercatore sociale Bernard Stiegler, fondatore e direttore dell’IRI (Institut de Recherche et d’Innovation presso il Centro Georges Pompidou) e presidente di Ars Industrialis tenta con il suo primo volume su La società automatica. 1. L’avvenire del lavoro. Volume pubblicato in Francia nel 2015 e finalmente tradotto pochi mesi fa per i tipi di Meltemi Editore nella neonata, preziosa, collana Culture radicali, curata dallo storico collettivo di ricerca Gruppo Ippolita – nato nell’hacklab Reload nella splendida Pergola di metà anni Zero, uno tra gli spazi sociali milanesi più seminali e indimenticabili – attivo con studi, laboratori e pubblicazioni riguardanti l’analisi, la critica e il ripensamento delle tecnologie digitali, in una prospettiva di emancipazione individuale e collettiva.

Riprogettare le architetture digitali

Già nelle prime pagine del volume, Bernard Stiegler specifica il suo obiettivo di ricerca, prendendo in prestito le parole del sociologo esperto di tecnologie Evgeny Morozov, ben noto al pubblico italiano poiché autore spesso tradotto da Internazionale: «quando la maggior parte dei creatori di Internet lamenta il modo in cui la loro creatura è caduta così in basso, la loro collera è male indirizzata. La colpa non è di questa entità amorfa bensì, prima di tutto, dell’assenza di una politica di sinistra in materia di tecnologia» (p. 60). Poi Stiegler riprende la parola e osserva che «lo scopo di quest’opera è contribuire a stabilire le condizioni di una tale politica, riprogettando le architetture digitali e in particolare quelle del Web» in modo da combattere l’entropia delle relazioni e dei conflitti che si generano in rete e non solo (ecco il valore neghentropico come obiettivo delle ricerche e dei progetti portati avanti da Stiegler), «costituendo inoltre, su tale base, un’economia del lavoro e del sapere fondata sull’intermittenza, che deve prendere a modello il regime degli intermittenti dello spettacolo» (ivi).

Ecco in poche righe chiarito, in modo inequivocabile e schietto, lo sforzo immaginativo, e al contempo pragmatico, che in realtà coinvolge l’intero percorso speculativo e progettuale di Bernard Stiegler: quello di contribuire a fomentare l’invenzione di una società post-salariale dentro e contro le sfide dell’innovazione tecnologica nella società digitale che diviene automatica. E gli oltre cento paragrafi di cui si compone il libro sono una cornucopia di analisi e provocazioni, quindi proposte intellettuali e operative che meriteranno ben altre sedi di riflessione e approfondimento.

Liberare la sinistra dall’ossessione del lavoro salariato

Qui si accenna solo al filo rosso che tiene uniti gli incessanti e liberatori sforzi che Stiegler mette in atto per liberare il pensiero critico della sinistra dalla dannazione della difesa dello sfruttato lavoro salariato sotto padrone. E, per farlo, Stiegler da un lato torna ovviamente a Marx, «che ispira e fonda il discorso della sinistra sul lavoro», promuovendo «il superamento del salariato e l’avvento del lavoro liberato, [mentre] i sindacati e i partiti operai e socialdemocratici hanno sempre difeso – e nell’attuale periodo di marasma lo difendono più che mai (quando non sono al potere) o pretendono difenderlo (quando sono al potere) – l’impiego, vale a dire il salariato» (p. 308).

Dall’altro, il Nostro recupera le oramai annose visioni di André Gorz, in dialogo con Bruno Trentin e quindi nella più recente ricezione di Dominique Méda – spesso citata nel nostro raffazzonato discorso pubblico da Beppe Grillo nella sua versione anti-lavorista – sull’urgenza, ancora del tutto inascoltata, di sganciare i diritti sociali fondamentali (della protezione e sicurezza sociale, dell’inclusione nella cittadinanza, dell’autodeterminazione individuale, fino al diritto di consumare, etc.) dalla catena del legame salariale, dell’impiego subordinato, in quella dannosa identità di lavoro e impiego che in realtà la scuola giuslavoristica più attenta mette in tensione da tempo. Se pensiamo a quell’Alain Supiot teorico delle molteplici attività e condizioni lavorative e della universalizzazione delle garanzie e tutele sociali fuori dalla subordinazione lavorativa ed esistenziale, al di là dell’impiego, Au-dela de l’emploi (libro del 1999, troppo avanti sui tempi e perciò rieditato nel 2016), perché contro la subordinazione è possibile rivendicare diritti, reddito e libertà per immaginare una nuova società.

Co-progettare il presente e il futuro: dai 9 comuni di Paris Nord all’ONU, andata e ritorno

E Stiegler ha sempre in mente questa visione trasformativa eco-sociale globale, tanto che nel settembre 2018, presso la galleria Serpentine di Londra, insieme con Hans Ulrich Obrist e con la partecipazione di scienziati, giuristi, filosofi, artisti, attivisti, etc., a partire proprio dallo stesso Alain Supiot, ha fondato il gruppo Internation, collettivo transdisciplinare e internazionale che promuove informazione, discussione e mobilitazione per una lotta all’entropia nell’éra dell’Antropocene, nella prospettiva di una maggiore giustizia sociale, economica e ambientale globale. E il manifesto di questo movimento è stato presentato lo scorso 10 gennaio 2020 a Ginevra, sede dell’ONU, in occasione del centenario della fondazione della Società delle Nazioni.

Perché il ricercare e l’agire di Stiegler si oppone radicalmente a qualsiasi visione apocalittica che altri rintracciano nel suo pensiero, del tutto inspiegabilmente e proprio leggendo il volume sulla Società automatica, mentre la postura del Nostro è anche e soprattutto quella progettuale e sperimentale, per la promozione e il sostegno di collettivi di ricerca che coinvolgano e che già coinvolgono ampi spezzoni di società, associazionismo di base e frammenti di classe dirigente, disposti ad accettare e orientare la trasformazione tecno-digitale e socio-economica nel senso di un ripensamento radicale delle categorie e delle pratiche sociali per maggiore autodeterminazione, dignità, felicità in favore dei molti. E qui si cita solo di passaggio, per tornarci nuovamente in altra occasione, la recherche contributive del Territoire Apprenant Contributif che Bernard Stiegler porta avanti da tempo, a partire dalla rete promossa dai suoi Ars Industrialis e IRI, nel livello intercomunale dei 9 comuni di Paris Nord Plaine Commune, coinvolgendo una serie di soggetti pubblici e privati, università e istituzioni, fondazioni, associazioni, banche e imprese (dal grande gruppo finanziario Société Générale, al polo universitario Maison des Sciences de l’Homme – Paris Nord, alla compagnia telefonica Orange, a Caisse des Dépôts, alla Fondazione Afnic per la solidarietà digitale, etc.). Una pluralità di soggetti riuniti e coinvolti all’interno del progetto coordinato da Bernard Stiegler con il suo gruppo, per coinvolgere i circa 400 mila abitanti di Paris Nord in innovativi e inclusivi processi formativi e di trasmissione di conoscenze, fondati sulla centralità di un reddito di contribuzione (revenu contributif), materiale e immateriale, fatto di servizi, tempo, moneta, etc., in un percorso di contribuzione sociale alla vita della comunità cittadina, pensando il territorio digitalizzato come interfaccia sociale, piattaforma abilitante, spazio di sperimentazione istituzionale e trasformazione delle relazioni sociali in prospettiva cooperativa, mutualistica, collaborativa, circolare, rigenerativa.

Un reddito di contribuzione per l’intermittenza lavorativa e la pienezza della vita

E proprio il reddito di contribuzione diviene centrale, come percorso di condivisione sociale locale, metropolitana, urbana, che si affianca e innova il Welfare tradizionale, per provare a scalfire definitivamente la vetusta mentalità ancorata all’impiego subordinato dinanzi alla tendenziale «inutilità strutturale dell’impiegato, e dunque all’ineluttabile deperimento del salariato» (p. 311). Perché si rimuove sempre, soprattutto a sinistra, che «è prima di tutto l’aumento dei salari e dei consumi a rendere il lavoro desiderabile (così Méda) – laddove Marx affermava che il lavoro può diventare appagante soltanto a condizione di non essere più salariato e di divenire libero» (p. 312). Per Stiegler il lavoro è l’energia che crea l’atto, libera autodeterminazione creativa e produttiva, non la fatica, il travaglio, la privazione, come riportato in una delle ultime interviste raccolte dal caro Benedetto Vecchi per il manifesto, insieme con Teresa Numerico. E allora, per liberarci dall’ineluttabilità della condanna al lavoro salariato, perché senza quello non hai nulla, non sei nulla, visto che ti costringono a barattare la subordinazione vita natural durante (il degrado è lavorare una vita intera, recita un motto affrescato agli angoli delle strade) con l’ottenimento di sempre meno salari, diritti, sicurezza sociale, dignità, Stiegler parte dalla proposta di un reddito di contribuzione per l’intermittenza. Qui il riferimento esplicito è agli intermittenti dello spettacolo, cioè a tutti quei soggetti che lavorano nel mondo dello spettacolo (musica, cinema, danza, teatro, TV, etc.) che per statuto vivono condizioni di precarietà dell’impiego, tra lavoro salariato, prestazione d’opera creativa o meno e periodi di non lavoro, e perciò sono destinatari di tutele sociali fondamentali (assicurazione contro la disoccupazione, congedo di maternità, etc.) sganciate dal regime ordinario del salariato.

Senza dimenticare che tra gli anni Novanta e Zero in Francia il movimento des intermittents du spectacle aprì un decennio di mobilitazione sociale e immaginazione costituente intorno alla necessità di pensare la condizione precaria come occasione per attuare nuove forme di solidarietà sociale e di Welfare universalistico: fomentando l’indipendenza del e dal lavoro – creativo e non, materiale e immateriale – contro, al contempo, il regime salariale e la società dello spettacolo neo-tardo liberista. Cosa che capirono bene i movimenti sociali italiani dell’epoca, proprio perché in dialogo mobilitante con loro, da San Precario dell’EuroMayDay, a PreCog, arrivando ai primi anni Dieci dei movimenti di lavoratori della cultura, delle arti, della conoscenza e dello spettacolo che occuparono teatri e spazi abbandonati in giro per l’Italia – dal Teatro Valle Occupato di Roma, al Teatro Rossi Aperto a Palermo, da Macao a Milano, al Teatro Marinoni a Venezia – anche per rivendicare un reddito di base nell’intermittenza dei loro lavori e nella necessaria, eppure inesistente, continuità di garanzie, tutele e sicurezza sociale per tutte le condizioni di lavoro precarie, occasionali, intermittenti, informali, etc. Non erano avanguardie di un mondo a venire, ma lucciole confinate nelle tenebre di un Paese ossessionato dalla subordinazione al lavoro e alla sua mancanza e condannato a lasciare nel deserto materiale e immateriale le migliori sperimentazioni metropolitane, cittadine, nel senso di una nuova cittadinanza sociale.

Per questo l’ipotesi di un reddito di contribuzione sociale in una determinata comunità territoriale, connessa in rete, aperta e inclusiva, dialoga con la pretesa di un reddito universale di base per andare oltre e contro gli automatismi deleganti della società digitale e la depressiva crisi della società salariale. Anche per questo abbiamo molto da imparare dagli scritti e dalle pratiche che porta avanti Bernard Stiegler insieme con i suoi collettivi di attivisti e ricercatori. Inventando e praticando vite liberate e mondi a venire, da Paris Nord, per arrivare all’ONU, passando per Roma, le province e il resto di Italia, Europa, mondo.

Tratto da Opera Viva

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