Come si può finanziare il reddito di base


Natale Salvo

Contributo al dibattito, tratto da Umanisti per il reddito di base, buona lettura:

 

Per affrontare nel merito il tema del finanziamento del reddito di base, è necessario, prioritariamente, rispondere ad alcune domande:

  • Quali, e quanti, sono i beneficiari dell’assegnazione?
  • Qual è l’importo da garantire loro?

Si potrà così determinare il prodotto da finanziare e, solo dopo, determinare le misure per coprirne il costo.

Un calcolo ragionato sul numero dei beneficiari

Secondo il Censimento della popolazione 2011, la popolazione residente in Italia era di 59.533.744 abitanti [1]. Di questi, 4.027.627 (il 6,76%) erano stranieri [2] Ne consegue che i cittadini italiani residenti [3] nel Paese erano 55.506.117.

Sempre seguendo i dati ISTAT, in questo caso del 2013, i pensionati nel nostro Paese sono 16.393.369 (il 26,2% della popolazione) [4], come si rileva dalla Tavola 2. In particolare:

al 31 dicembre 2013 sono state erogate 23,3 milioni di pensioni (-1,1 per cento rispetto al 2012), per una spesa totale di 272.747 milioni di euro. I pensionati sono invece 16,4 milioni (-1,2 per cento rispetto al 2012); ognuno di loro percepisce in media 1,4 pensioni, anche di diversa tipologia, così come consentito dalla normativa previdenziale vigente (ISTAT, 2013).

Tavola 1 – Pensioni e pensionati, pensioni pro capite e importo annuo – Anno 2013 (ISTAT)

Sesso

Numero

Pensioni

Numero

Pensionati

N. Pens.

pro capite

Importo

(mil. euro)

Imp. Pens.

medie

Imp. Redd. Pens. medi

Maschi

10.196.871

7.725.296

1,32

152.079

14.914

19.686

Femmine

13.119.133

8.668.073

1,51

120.667

9.198

13.921

Totale

23.316.004

16.393.369

1,42

272.747

11.698

16.638

Il 92% dei pensionati ha più di 55 anni d’età (il 75,1% ne ha più di 65). Per quanto riguarda il trattamento pensionistico, ben 2.183.356 pensionati non raggiungono le 500 euro mensili. Metà circa di questi ultimi percepiscono pensioni di carattere assistenziale (di invalidità civile, pensioni sociali, di guerra) o indennitarie. Spesso, a essere in possesso di redditi pensionistici inferiori ed a soffrire le maggiori privazioni materiali, sono le donne e in particolare le pensionate che vivono da sole.

Tavola 2 – Pensioni e pensionati per classi di importo mensile – Anno 2013 (ISTAT)

Classe di importo mensile

Numero Pensioni

Numero Pensionati

Fino a 499,99 euro

7.856.277

2.183.356

da 500 a 999,99 euro

7.552.350

4.587.562

da 1.000 a 1.499,99 euro

3.190.257

3.597.573

da 1.500 a 1.999,99 euro

2.264.615

2.857.157

da 2.000 a 2.499,99 euro

1.188.392

1.508.874

da 2.500 a 2.999,99 euro

574.549

738.204

da 3.000 e più euro

689.564

920.643

Totale

23.316.004

16.393.369

Queste precisazioni sui pensionati sono importanti perché, nei vari studi, è previsto che a loro sia assegnata solo un’integrazione del trattamento pensionistico complessivo al valore del reddito di base. Siamo di fronte, in sostanza, in questo caso, a una “pensione base” o “pensione di cittadinanza”.

É necessario, inoltre, valutare se, e in quale misura, riconoscere il reddito di base ai minori. La proposta della senatrice Catalfo, del Movimento Cinque Stelle, ad esempio, li esclude anche se, contemporaneamente calcola il reddito di cittadinanza su una scala graduata in funzione del reddito del nucleo familiare. La senatrice Guerra, invece, li include per poi, però, assegnare il relativo reddito minimo al tutore. La senatrice De Petris, nel suo reddito minimo garantito riconosce il diritto a tutti i componenti secondo dei coefficienti.

La scala di equivalenza dell’OCSE modificata, utilizzata per l’indice Gini di cui si è accennato, in proposito, attribuisce un coefficiente pari a 1 al capofamiglia, 0,5 ai componenti con almeno 14 anni e 0,3 a quelli con meno di 14 anni. Partendo da questa scala, e volendo, come corretto secondo il principio della sua universalità, riconoscere anche ai minori un reddito di base si potrebbe, per questi, calcolarlo in un valore di 200 euro (0,3 di 600 euro) per i minori dei 14 anni e in 300 euro (0,5 di 600 euro) per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Tuttitalia.it [5] riporta, in proposito, un’utilissima tabella che ci informa che la popolazione residente 2018 è composta da 8.080.176 ragazzi fino a 14 anni d’età (il 13,1% del totale) e 2.898.079 giovani tra i 15 e i 19 anni (il 4,8%).

É possibile, dai calcoli precedenti, determinare approssimativamente in circa 29 milioni i potenziali aventi diritto al reddito di base pieno (600 euro, ad esempio). Circa tre milioni potrebbero essere le integrazioni al valore del reddito di base a favore dei pensionati che godono di trattamenti pensionistici complessivi inferiori ai 600 euro. Infine circa 10 milioni i minori cui potrebbe assegnarsi un reddito di base ridotto.

Il calcolo dell’importo da assegnare

L’obiettivo minimo del reddito di base è quello di portare il soggetto beneficiario oltre la soglia di povertà assoluta.

L’istituto di statistica (ISTAT) calcola il valore della spesa minima mensile necessaria per l’acquisto di un paniere di beni e di servizi considerati essenziali per una qualità della vita minimamente accettabile. Ovviamente, questa somma è ponderata sulla base della zona in cui si vive e sulle caratteristiche del nucleo familiare. Per la zona s’intende il Nord, Centro o il Sud del Paese e la tipologia della città ove si risiede ovvero con meno di 50.000 abitanti, tra i 50.000 e i 250.000, oltre i 250.000. Per le caratteristiche del nucleo, invece, s’intendono il numero e l’età dei componenti.

In buona sostanza, se si arriva a spendere quella cifra al mese, secondo l’ISTAT si vive in condizioni di povertà assoluta.

Un’apposita pagina del sito dell’ISTAT [6] (vedi fig. 3) fornisce il valore, una volta inseriti i dati richiesti. Il risultato che ne scaturisce non è individuale ma del nucleo familiare. La somma, per un nucleo familiare mono componente ultra settantacinquenne che vive in una piccola città del Mezzogiorno è pari a 497,30 euro. Di contro, un adulto (18-59 anni) che vive in un’area metropolitana del Nord possiede un valore soglia di 826,73 euro. Quando, invece, il nucleo fosse composto da tre componenti (città piccola, Mezzogiorno) il valore si attesterebbe a 1.057,21 euro. Lo stesso nucleo, ma che vivesse in un’area metropolitana del Nord, avrebbe necessità di almeno 1.442,11 euro.

Questi piccoli esempi mostrano come l’assegnazione di una somma individuale, che non tenga conto della composizione del nucleo dei conviventi, comporterebbe delle distorsioni. Facendo l’esempio della piccola città del Mezzogiorno e assegnando circa 600 euro per ciascun componente, in caso di nucleo composto da tre persone ne scaturirebbe un reddito di base (nel nucleo) nettamente superiore al 60% della soglia di povertà assoluta.

Una soluzione a tale problema consiste, come proposto in precedenza, nell’individuare degli importi individuali ma distinti per i maggiorenni e i minorenni secondo l’assunto che un minorenne non sopporta certi costi (affitto, bollette, ecc). Si otterrebbe così un importo fisso, standard, non influenzabile da fattori terzi come il nucleo abitativo. In questo caso, saremmo dentro lo spirito del reddito di base.

In definitiva, se prendiamo a base un importo unico nazionale pari a 600 euro al mese per ogni adulto non pensionato (vedi proposta De Petris), e di 200-300 euro per i minori, risulterebbe un fabbisogno di circa 250 miliardi annui. Si potrebbero fare delle simulazioni per area (Nord, Centro e Sud) e in base alla categoria della città, ma dobbiamo comprendere che, in ogni caso, l’ordine di cifre medie di cui parliamo è sempre questo. Una cifra enorme se solo si considera che la voce entrate dell’intero bilancio dello Stato italiano [7] ammonta a 516,7 miliardi di euro. L’importo del fabbisogno per il reddito di base universale inciderebbe nel bilancio poco meno dell’intera somma dell’attuale gettito dell’Imposta sui redditi (179,4 miliardi) e dell’Imposta sul valore aggiunto (111,5 miliardi).

calcolo istat povertà

Le risorse per finanziare il reddito di base

Per esaminare in maniera concreta il tema della copertura finanziaria del reddito di base, occorre prima definire dove reperirla.

Abbiamo visto, nel caso dell’Alaska, che questa era di natura esogena, ovvero proveniva dall’esterno. In quel caso era rappresentata da un prelievo a carico dei produttori di idrocarburi. In proposito, possono essere svariate le categorie su cui poter applicare accise al momento della produzione: carburanti, elettricità, alcolici, sigarette, fiammiferi.

Questa strada, tuttavia, non sembra percorribile in Italia a causa dell’insufficienza delle risorse naturali (pozzi di idrocarburi, sorgenti d’acqua, ecc … etc) su cui applicare imposte sulla produzione: in bilancio il nostro Paese ha entrate per accise per soli 36,2 miliardi di euro.

Per la copertura del reddito di base si dovrà fare ricorso a entrate di natura endogena. Queste si possono dividere in due categorie: imposte sul reddito da lavoro e imposte sul capitale. C’è chi non è d’accordo a colpire solo i primi:

fin dalle prime concettualizzazioni di reddito di cittadinanza a finalità redistributiva, la fonte di finanziamento maggiormente indicata quale naturale complemento del programma di spesa è stata l’imposta sul reddito. […] Ciò implica che finanziare oggi un istituto di reddito di cittadinanza attraverso l’imposizione sul reddito equivalga a scaricarne l’intero onere sulla quota-salari, esentando la quota-profitti, a livello di distribuzione funzionale del reddito. [5].

Al contrario, sempre dalla Spagna:

gli economisti di Red Renta Bàsica propongono il finanziamento attraverso una riforma dell’IRPEF che preveda l’introduzione di un’imposta unica del 49% che elimini tutte le deduzioni e i vantaggi per i guadagni mobiliari e immobiliari, di cui beneficiano i grandi proprietari immobiliari e li equipari, così, ai guadagni da lavoro (AA.VV., 2018: 38).

Si tratterebbe, in sostanza, di una Flat Tax.

Analizziamo più in dettaglio questa ipotesi. Il reddito complessivo che viene dichiarato, in Italia, dalle persone fisiche ammonta a 842,9 miliardi di euro. Applicando una tassazione del 49% si calcolerebbe un’Imposta sui Redditi di oltre 410 miliardi. Secondo la proposta degli spagnoli di Red Renta Bàsica, sarebbe soppressa ogni forma di detrazione d’imposta (per lavoro dipendente o pensione, per carichi di famiglia) e di oneri deducibili (per spese sanitarie, contributi previdenziali, scolastiche, mutui, ecc.). Le maggiori entrate tra questa ipotesi (si possono prevedere 410 miliardi) e le attuali entrate nette (179 miliardi), coprirebbero perfettamente un reddito di base universale da 600 euro mensili per l’area dei beneficiari prima indicata.

Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi troppo drastica. Si può prevedere, infatti, di raggiungere l’obiettivo anche con un’aliquota di tassazione inferiore. Un’altra associazione spagnola impegnata a sostegno del reddito di base, Humanistas por la Renta Basica, propone una tassazione flat del 35% e la copertura della differenza (120 miliardi) tramite:

altre possibili fonti alternative: […] la Tobin Tax (imposta dello 0,01% sulle transazioni finanziarie) […] la creazione di un’imposta sui robot che compensi la perdita di contributi per i posti di lavoro persi. In quest’ultima direzione è stata avanzata una proposta legislativa al Parlamento Europeo (AA.VV., 2018:40).

Non dimentichiamo, tra le strade percorribili per finanziare il reddito di base, quelle indicate nelle proposte di legge Catalfo e Guerra in precedenza citate.

Riordino della spesa pubblica per l’assistenza ed il lavoro

La senatrice Loredana De Petris (Sinistra, ecologia e libertà), con l’art. 9 della propria proposta di Istituzione del reddito minimo garantito, aveva chiesto il riesame della disciplina sulle prestazioni assistenziali erogate dallo Stato e che pesano sul bilancio pubblico 36,7 miliardi di euro [6]. La senatrice suggeriva il riordino di una serie di prestazioni per renderle coerenti con il reddito minimo garantito ed evitare delle duplicazioni [7]. Diverse delle prestazioni assistenziali citate dalla senatrice De Petris possono essere cancellate del tutto.

Nell’ambito di questo riordino del bilancio dello Stato, occorre poi ricordare i fondi che attualmente sono già destinati alle Politiche passive del lavoro e incentivi all’occupazione, che ammontano a 10,4 miliardi e che, in parte, potrebbero confluire nel Fondo per il reddito di base. Dalla riallocazione delle risorse delle due voci appena citate, si potrebbero recuperare probabilmente 20 miliardi di euro.

Aumento dell’imponibile netto dell’imposta sui redditi

L’abrogazione dei trattamenti agevolati a favore dei proprietari di immobili (cedolare secca sulle locazioni al 10% e al 21%) e dei premi di produttività, ovvero dei compensi erogati a livello aziendale a dipendenti del settore privato (tassazione sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali al 10%), dovrebbe essere una delle prime indispensabili iniziative di recupero all’imponibile fiscale. Per comprendere l’importo sottratto oggi alla tassazione, basta rilevare che gli imponibili di tali redditi sono stati, nel 2016, rispettivamente 9,3, 3,4 e 1,9 miliardi [8]. Tassando in maniera ordinaria tali redditi è facile calcolare un maggiore introito di almeno 2 miliardi.

Analogamente, si può intervenire sulle vincite al gioco. Il Lotto, dell’Enalotto, il “Gratta e Vinci”, attualmente, sulla base dell’art. 6 del Decreto Legge 24 aprile 2017, n. 50 [9] sono tassati alla fonte ad aliquote variabili tra l’8 e il 12% (e in certi casi anche con delle franchigie di 500 euro). Per quanto riguarda le slot machines e le videolotteries le aliquote sono rispettivamente del 19% e del 6%. Restano tuttavia escluse dalla tassazione le vincite alla “Lotteria Italia” come anche le scommesse e il poker. Considerando, invece, la tassazione effettuata solo in acconto, e non alla fonte, e il volume annuo del gioco (100 miliardi) e delle vincite, è possibile considerare almeno 4 miliardi di nuove entrate.

Nel momento in cui ogni persona fosse indipendente dall’altra perché beneficiaria di un proprio reddito di base mensile, non avrebbe senso mantenere l’istituto delle detrazioni fiscali. Queste, nell’anno 2016, secondo le Analisi statistiche – Dichiarazioni 2017 prodotte dal Ministero delle Finanze, sono ammontate complessivamente a 67,5 miliardi. In particolare, 42,1 miliardi per detrazioni per reddito di lavoro dipendente o pensione, e 12,6 miliardi per detrazioni per carichi di famiglia.

Alla stessa stregua il bonus IRPEF, che costa 9,3 miliardi, potrebbe essere eliminato a favore del reddito di base.

La Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2011 riporta tutta un’altra serie di oneri deducibili d’imposta che hanno un notevole impatto sulle entrate. Per citarne solo alcune: la detrazione delle spese d’istruzione costa all’Erario 297 milioni di euro, la detrazione per l’iscrizione annuale/abbonamento ad associazioni sportive costa 55 milioni di euro, la deduzione della rendita catastale dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze 3 miliardi di euro, la deduzione forfetaria dei canoni di locazione 1,3 miliardi di euro, l’assoggettamento a tassazione separata degli arretrati di lavoro dipendente 1 miliardo di euro.

Di particolare interesse, al fine di reperire disposizioni che erodono l’imponibile, è l’esame della tabella allegata al bilancio in osservanza dell’art. 21, comma 11, lett. a) della legge n. 196/2009. Questa norma prevede che vi occorra indicare:

gli effetti connessi alle disposizioni normative vigenti, con separata indicazione di quelle introdotte nell’esercizio, recanti esenzioni o riduzioni del prelievo obbligatorio, con l’indicazione della natura delle agevolazioni, dei soggetti e delle categorie dei beneficiari e degli obiettivi perseguiti [10].

In rete si trova una Gazzetta Ufficiale [11] che elenca quarantacinque pagine di queste esenzioni o riduzioni d’imposta. Talune presentano motivazioni d’interesse generale, altre puramente settoriali.

Tra queste ultime, si possono accertare tutte una serie di leggi mancia che 20 milioni qua e 100 milioni là, agevolano un settore piuttosto che un altro, erodendo le entrate erariali. Nel 2011, tra queste, possiamo indicare il credito d’imposta a favore delle imprese armatoriali per 180 milioni di euro, il regime speciale IVA per il settore editoriale per 243 milioni di euro, l’esenzione dall’IVA delle prestazioni dei servizi di pompe funebri per 116 milioni di euro, i crediti d’imposta per lo sviluppo delle attività cinematografiche che costano 48 milioni di euro.

Non sembra difficile, razionalizzando tali esenzioni, poter recuperare almeno un miliardo.

Istituzione imposta sui grandi patrimoni

L’istituzione di «un’imposta progressiva sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari», intesi per quelli «il cui valore complessivo è superiore a euro 2.000.000», era stata proposta nel 2013 dalla senatrice Nunzia Catalfo (M5S) tra le modalità di copertura finanziaria del reddito di cittadinanza. Dal punto di vista teorico, l’ipotesi appare valida. Si consideri, infatti, che solo l’ammontare al 30 giugno 2018 dei Conti correnti passivi con clientela, dei depositi e della raccolta indiretta (titoli di Stato, di capitale, altri titoli di debito e OICR) è pari, rispettivamente, a 1.104 miliardi, 1.771 miliardi e 2.151 miliardi [13]. Un’imposta dello 0,1% avrebbe un introito teorico, quindi, di oltre 50 miliardi. Limitando l’imposta patrimoniale a tutte le società titolari di depositi e titoli ed ai privati con patrimonio superiore ai 2 milioni di euro ciascuno indubbiamente l’aliquota dell’imposta dovrebbe essere più elevata, come ipotizzato dalla stessa senatrice.

Soppressione delle agevolazioni sulla Carbon Tax

La Carbon Tax è una [eco]tassa sui prodotti/servizi energetici che emettono biossido di carbonio (CO2) nell’atmosfera. É stata introdotta (e mai applicata, dato che fin’ora è rimasta solo sulla carta) con la legge n. 448 del 23 dicembre 1998, art 8, Tassazione sulle emissioni di anidride carbonica e misure compensative, con lo scopo di incorporare i costi intrinseci degli effetti dei gas serra sull’ambiente che verrebbero altrimenti ignorati, e dovrebbe spingere il consumatore a preferire soluzioni più ecologiche rispetto a quelle considerate inquinanti. Il concetto era quello di far pagare il danno ambientale direttamente a chi l’ha causato.

Tuttavia, diverse categorie di autotrasportatori nonché le imprese che assicurano il trasporto pubblico locale hanno diritto ad un rimborso pari attualmente a circa 21 centesimi ogni litro di gasolio consumato. Il costo dell’esenzione dall’accisa su impieghi dei prodotti energetici [14] come carburanti per la navigazione aerea è stato calcolato , nel 2010, in 1,6 miliardi, l’esenzione dall’accisa su carburanti per la navigazione (compresa la pesca) è stata calcolata in 0,5 miliardi di euro, l’aliquota agevolata nei prodotti energetici impiegati nel settore agricolo e dell’allevamento, invece, rappresenterebbe un costo di 0,8 miliardi.

La soppressione di tali agevolazioni, quindi, comporterebbe, oltre che il reale rispetto della filosofia della carbon tax, anche un recupero a bilancio, e quindi destinabile al finanziamento del reddito di base, piuttosto ingente.

Neutra una revisione della “Tobin Tax”

L’idea di tassare le transazioni finanziarie risale a John Maynard Keynes negli anni trenta.

É stata poi ripresa negli anni settanta da James Tobin, professore di Yale e premio Nobel.

La senatrice Maria Cecilia Guerra (PD) nella propria proposta di istituzione della Disposizioni per l’introduzione di una misura universale di contrasto alla povertà denominata reddito minimo indicava tra le coperture l’aumento dell’imposta sulle transazioni finanziarie dallo 0,2% (previsto dal comma 491 dell’art. 1 della Legge di stabilità 2013, 24 dicembre 2012, n. 22815) allo 0,3%.

Sebbene non sia affatto un’idea folle, non rappresenta di certo la panacea che i suoi sostenitori prospettano: la tassa Robin Hood sulle transazioni è sopravvalutata. Se le stime, al momento dell’introduzione dell’imposta in Italia, parlavano di un incasso atteso di un miliardo di euro all’anno circa, nel 2013 l’incasso è stato di soli 260 milioni, nel 2014 di 401 milioni, nel 2015 di 470 milioni.

Tale tassa, infatti, sia pure probabilmente utile a scoraggiare le transazioni speculative, appare neutra oggi in termini di gettito per lo Stato. In proposito, appare esaustivo l’articolo apparso su Bluerating:

È passato un mese dall’entrata in vigore della cosiddetta “Tobin tax” e il broker torinese Directa sim ha elaborato alcune prime valutazioni indicative sul suo impatto sull’attività online dei privati, che costituiscono la quasi totalità dell’operatività della sim. […] Ecco cosa è emerso. […] Una riduzione del 14% del numero di eseguiti e del 18,6% del controvalore medio dell’eseguito […] il che ha comportato una riduzione del 30% del controvalore giornaliero delle operazioni tassabili […] Questo mostra che, poiché l’operatività online è legata a margini molto sottili, le aliquote richieste dalla Tobin tax al trading italiano sono ben più pesanti di quanto possano far credere dei numeri in apparenza “piccoli”, come l’1,2 per mille sugli acquisti [16].

Altre tassazioni sui redditi di capitale

Tale fonte di finanziamento non sembra al momento utile allo scopo. In proposito, infatti, è facile immaginare spostamenti di capitale verso le Borse di altri Stati che prospettano tassazioni più favorevoli. Tale ipotesi è trattata da un’interessante tesi universitaria:

La recente tendenza storica alla liberalizzazione dei movimenti di capitale ha, infatti, sostanzialmente ridotto la discrezionalità dei singoli Stati nell’identificare il livello di tassazione ottimale sui capitali, innescando una perniciosa concorrenza al ribasso tra sistemi fiscali [17].

Lorenzo Pesaresi, contemporaneamente, sostiene che tale situazione sia affrontabile nell’ambito di un diverso principio di tassazione o, meglio, di una omogenizzazione impositiva almeno europea:

un’omogenea adozione del principio di residenza per la tassazione dei capitali o, all’estremo opposto, di una reintroduzione di qualche forma di controllo sui movimenti di capitale.

[…] le potenzialità di sviluppo in tal senso offerte dal processo di integrazione promosso dall’Unione Europea costituiscono probabilmente il fattore più promettente nella prospettiva di ristabilire un controllo statuale sui redditi da capitale.

La prospettiva di armonizzazione a livello europeo sembra che comunque si stia realizzando.

Tassa sui trasferimenti elettronici di denaro

Sempre nella propria tesi universitaria, Pesaresi suggerisce l’istituzione di una tassa sui trasferimenti elettronici di denaro come possibile forma di finanziamento del reddito di cittadinanza:

risulta particolarmente appetibile la strutturazione di una micro-tassa su tutti i trasferimenti elettronici di denaro, a prescindere dalla loro natura: assumendo che l’evoluzione naturale del sistema dei pagamenti conduca ad una progressiva marginalizzazione del circolante a vantaggio della moneta bancaria, un prelievo di ridotto ammontare sui movimenti di denaro godrebbe di elevata praticabilità.

Scarse le coperture da minori spese in bilancio

Una maggiore coesione sociale, conseguente alla tranquillità economica proveniente dall’assegnazione del reddito di base, potrebbe avere come conseguenza anche la riduzione della necessità di sostenere ingenti spese per la Difesa e sicurezza del territorio (oggi 18,6 miliardi, di cui 15,3 per il personale), per l’Ordine Pubblico (oggi 10,1 miliardi, di cui 7,8 per il personale) e la Giustizia (oggi 7,6 miliardi, di cui 5,2 per il personale). Considerata l’ingente percentuale di spesa destinata al personale, e fatto salvo il proseguimento del vigente piano di riduzione del personale militare, non è credibile considerare un risparmio superiore a 1,5-2 miliardi. Non è da tenere conto, quindi, della possibilità di ridurre le «dotazioni finanziarie iscritte nello stato di previsione del Ministero della difesa» di 3,5 miliardi prospettata dalla senatrice Nunzia Catalfo (M5S).

Poco significativa, inoltre, appare un’eventuale riduzione delle indennità dei parlamentari, per come proposto anche dalla senatrice Catalfo. Lo dimostra il fatto che l’intero stanziamento 2018 per Organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e Presidenza del Consiglio dei ministri ammonta a 2,6 miliardi. Anche riducendo di 5.000 euro l’indennità per ciascun parlamentare, il risparmio ottenuto supererebbe di poco i 50 milioni di euro.

Ridurre franchigia sull’imposta sulle successioni e donazioni

La successione per causa di morte, o la donazione tra vivi, impongono una serie di adempimenti anche dal punto di vista fiscale. La normativa vigente prevede già una forma di tassazione sia pure minima viste le diverse strumentalizzazioni politiche di cui è stata oggetto.

Nel 1991, vigeva il governo Andreotti, era stato adottato il decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346, con l’Approvazione del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni. La norma prevedeva una tassazione progressiva con l’’aliquota in funzione del valore dell’eredità e delle quote. Si iniziava da un’aliquota del 3% sul valore complessivo dell’eredità, quando superiore a 120 mila euro, per giungere al 22%, quando il valore dell’eredità superava gli 1,5 miliardi di lire e poi fino al 27%, quando il valore dell’eredità superava i 3 miliardi di lire. Le aliquote crescevano in presenza di parenti di grado più elevato (fino al 33%).

Successivamente, inaspritosi il dibattito politico sul tema, col governo di centro-sinistra guidato da Giuliano Amato fu approva la legge 21 novembre 2000, n. 342, Misure in materia fiscale, che conteneva, all’art. 69, una sensibile riduzione delle imposte di successione nonché la trasformazione della stessa da imposta a carattere progressivo in imposta proporzionale: a) 4%, nei confronti del coniuge e dei parenti in linea retta; b) 6%, nei confronti degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea retta, nonché degli affini in linea collaterale fino al terzo grado; c) 8%, nei confronti degli altri soggetti. Il comma 2 della norma, inoltre, ammorbidiva la portata della ritenuta: «l’imposta si applica esclusivamente sulla parte del valore della quota o del legato che supera i 350 milioni di lire».

Quindi, il seguente governo Berlusconi, realizzava la soppressione dell’imposta di successione, uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, con il primo comma dell’art. 13 della legge 18 ottobre 2001, n. 383, Primi interventi per il rilancio dell’economia. L’imposta sulle donazioni, secondo il secondo comma della norma, era abrogata per i parenti fino al quarto grado e, in ogni caso, fino al valore di 350 milioni di lire per beneficiario.

L’imposta era ripristinata, infine, sia pure mantenendo la proporzionalità, dal governo Prodi con il decreto legge 3 ottobre 2006, n. 262, Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria. Le aliquote di tassazione stabilite variavano dal 2% all’8% a seconda il grado di parentela e l’oggetto del trasferimento (valori mobiliari e immobiliari ovvero aziende, azioni, obbligazioni, quote sociali, altri titoli e denaro contante).

Già in sede di conversione del decreto, ovvero con la legge 24 novembre 2006, n. 286, il testo veniva riscritto all’interno di un maxi-emendamento che definiva come i trasferimenti di beni e diritti per causa di morte fossero soggetti all’imposta di successione con le seguenti aliquote sul valore complessivo netto dei beni: a) a favore del coniuge e dei parenti in linea retta sul valore complessivo netto eccedente, per ciascun beneficiario, 1.000.000 di euro: 4 per cento; b) a favore degli altri parenti fino al quarto grado e degli affini in linea retta, nonchè degli affini in linea collaterale fino al terzo grado: 6 per cento; c) a favore di altri soggetti: 8 per cento.

L’imposta sulle successioni e donazioni, nel 2017, ha fatto registrare entrate per competenza pari ad appena 788 milioni di euro.

Seppur esposta al suddetto disincentivo al risparmio, tale forma di tassazione può essere persuasivamente giustificata sotto il profilo dell’uguaglianza procedurale e l’equità intergenerazionale (PESARESI, 2017).

Indubbiamente quest’imposta, all’interno di un progetto di redistribuzione della ricchezza, potrebbe essere rimodulata in chiave progressiva e prevedendo una notevole riduzione della franchigia (ad esempio a 100.000 euro per beneficiario). Ciò potrebbe comportare un chiaro notevole incremento delle entrate. Qui, però, non possediamo elementi per contabilizzarlo con precisione.


Note

[1] ISTAT.IT (2013c, o.l.), Popolazione e famiglie.

[2] ISTAT.IT (2013b, o.l.), Gli stranieri al 15° Censimento della popolazione, 2011.

[3] L’esclusione del beneficio per “cittadinanza”, tuttavia, sembra non essere ammissibile. «I soggiornanti di lungo periodo sono equiparati ai cittadini dello Stato membro in cui si trovano ai fini, tra l’altro, del godimento dei servizi e prestazioni sociali (art. 11 della direttiva 2003/109/CE). […] la giurisprudenza costituzionale (si veda da ultimo la sentenza n. 106 del 2018) ha evidenziato come lo status di cittadino non sia di per sé sufficiente al legislatore per operare nei suoi confronti erogazioni privilegiate di servizi sociali rispetto allo straniero legalmente residente da lungo periodo. […] qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato, fondata su requisiti diversi dalle condizioni soggettive per essere ammessi, «finirebbe per risultare in contrasto con il principio sancito dall’art. 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo», per come in più occasioni interpretato dalla Corte di Strasburgo (sentenza n. 187 del 2010)» (SENATO DELLA REPUBBLICA, UFFICIO STUDI, Dossier su Disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni, 2019:13-14).

[4] ISTAT.IT (2013a, o.l.), Pensioni e pensionati, percorso di analisi.

[5] TUTTITALIA.IT, Distribuzione della popolazione 2018 – Italia.

[6] ISTAT.IT (o.l.), Calcolo della soglia di povertà assoluta, visitato il 12 dicembre 2018.

[7] MEF.GOV.IT (2016, o.l.), Ragioneria Generale dello Stato, Il Bilancio in breve 2016-2018.

[6] AA.VV. (2018: 38), Renta Basica universal e incondizionata, Leon Alato, Spagna.

[7] Vedi, nel bilancio dello Stato, la voce missione Diritti sociali, politiche sociali e famiglia, ad esempio il programma Trasferimenti assistenziali a enti previdenziali, finanziamento nazionale spesa sociale, programmazione, monitoraggio e valutazione politiche sociali e di inclusione attiva.

[8] L’elenco delle prestazioni indicate dalla senatrice De Petris come da riordinare: 1) assegno sociale, di cui alla legge 8 agosto 1995, n. 335; 2) pensione sociale, di cui all’articolo 26 della legge 30 aprile 1969, n. 153; 3) assegno ai nuclei familiari numerosi, di cui all’articolo 65 della legge 23 dicembre 1998, n. 448; 4) assegno di maternità di base, di cui all’articolo 74 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151; 5) pensione di inabilità, indennità di frequenza e assegno di invalidità, di cui alla legge 30 marzo 1971, n. 118; 6) pensione per i ciechi, di cui alla legge 10 febbraio 1962, n. 66; 7) pensione per i sordi, di cui alla legge 26 maggio 1970, n. 381; 8) carta acquisti per i minori e gli anziani, di cui all’articolo 81, comma 32, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.

[9] Solo in riferimento all’imposta sostitutiva per i premi di produttività, per il 2011, la Gazzetta Ufficiale del 25 luglio 2011 contabilizza una minore entrata di 1,4 miliardi.

[10] GAZZETTAUFFICIALE.IT (GU Serie Generale n.95 del 24-04-2017 – Suppl. Ordinario n. 20, o.l.), Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo.
(URL: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/04/24/17G00063/sg )

[11] PARLAMENTO.IT (2009, o.l.), Legge 31 dicembre 2009, n. 196 , Legge di contabilità e finanza pubblica.
(URL: http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09196l.htm )

[12] GAZZETTAUFFICIALE.IT (25.07.2011, o.l.),D.P.C.M, 31 marzo 2011, «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria» allegato 1, supplemento ordinario al n. 178 della Gazzetta ufficiale. (URL: http://www.gazzettaufficiale.it/do/atto/serie_generale/caricaPdf?cdimg=11A1000000100010110001&dgu=2011-07-25&art.dataPubblicazioneGazzetta=2011-07-25&art.codiceRedazionale=11A10000&art.num=1&art.tiposerie=SG )

[13] BANCA D’ITALIA (2018, o.l.), Base dati statistica, TFR20269 – Depositi – per forma tecnica, regione e settore della clientela. (URL: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanziamenti-raccolta/2018-finanziamenti-raccolta/statistiche_STAFINRA_20180928.pdf )

[14] ILSOLE24ORE.COM (2011, o.l.), Elenco disposizioni vigenti recanti esenzioni o riduzioni del prelievo obbligatorio (articolo 21, comma 11 – lett.a) Legge n.196/09. (URL:
https://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Economia/2011/07/manovra-agevolazioni/manovra-accisa.pdf )

[15] L’art. 1 della legge n. 228 del 2012 ai comma 491-499 prevede l’istituzione di un’imposta sulle transazioni finanziarie, a partire dal 1 marzo 2013. La cosiddetta Tobin Tax si applica ai trasferimenti di proprietà di azioni e strumenti partecipativi emessi da società residenti nel territorio dello Stato. L’aliquota prevista per le transazioni su azioni è dello 0,10% sul controvalore del saldo netto positivo di fine giornata. Aliquota allo 0,2%, invece, per le azioni negoziate nei mercati cosiddetti “non regolamentati” (OTC, “Over the Counter”). Sono escluse dall’applicazione della Tobin Tax, tra le altre: tutte le operazioni in leva chiuse nella stessa giornata di apertura, tutte le operazioni su mercati esteri, fondi, sicav, Obbligazioni, ETF, ETC e Valute (Forex). In Francia la Tobin Tax l’aliquota prevista per le transazioni su azioni è dello 0,30% sul controvalore del saldo netto positivo di fine giornata. La Tobin Tax Francese, tuttavia, diversamente da quella italiana, è deducibile ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP (Fonte: FINECOBANK.COM, Tobin Tax. Consultato il 6 dicembre 2018 – URL: https://help.finecobank.com/it/mercati-e-trading/tobin-tax.html)

[16] BLUERANTING.COM (2013, ol.), Tobin tax: un primo bilancio dell’impatto della nuova imposta sulle transazioni finanziarie, Blue Financial Communication S.p.A, Milano. (URL:
https://www.bluerating.com/mercati/31420/tobin-tax-un-primo-bilancio-dellimpatto-della-nuova-imposta-sulle-transazioni-finanziarie )

[17] PESARESI Lorenzo (2017, o.l.), Un’analisi economica del reddito di cittadinanza, tesi universitaria in Economia, Mercati e Istituzioni; Scuola di Economia, Management e Statistica – Alma Mater Studiorum Università di Bologna, pubblicata su BIN-ITALIA.ORG (URL: https://www.bin-italia.org/un-analisi-economica-del-reddito-cittadinanza/)

Tratto da Umanisti per il reddito di base

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