Cinque domande al filosofo Philippe Van Parijs su reddito di base e coronavirus


Tratto da Brussel Times

 

A marzo il Congresso degli Stati Uniti d’America ha deciso che la maggior parte dei cittadini stutunitensi riceverà un reddito incondizionato pari a 1200 dollari. Una decina di membri del Parlamento Britannico hanno sottoscrito una lettera chiedendo un “Reddito di Base Universale di Emergenza”. A livello mondiale, molti altri paesei, dall’Italia all’India, stanno spingendo per l’introduzione di un reddito di base incondizionato per far fonte all’impatto economico e sociale derivato dalla crisi del COVID-19. Lei difende questa idea sin dai primi anni ’80. Nel 1986, nella città universitaria di Louvain-la-Neuve, ha convocato il primo convegno internazionale sul reddito di base che ha visto la nascita del BIEN, un network che oggi ha nodi in tutto il mondo (https://basicincome.org). Di recente poi ha pubblicato un libro di riferimento sull’argomento ( Philippe Van Parijs & Yannick Vanderborght, Basic Income. A radical proposal for a free society and a sane economy, Harvard University Press, 2017)[1] già tradotto in diverse lingue, tra cui cinese e coreano. E’ finalmente giunta l’ora del Reddito di Base?

 

Negli ultimi 40 anni ho imparato a non lasciarmi andare ai facili entusiasmi. E’ vero che l’idea sta arrivando da destra, da sinistra e dal centro. I modelli però sono diversi e ognuno di questi presenta scopi distinti. Uno scopo è quello di garantire che nessuna persona si ritrovi per settimane senza reddito a causa del lockdown imposto dai governi. In molti paesi, incluso il Belgio, sono stati attivati dei regimi di disoccupazione “tecnica” o “temporanea” in cui i lavoratori percepiscono un’indennità pari al 70% o 80% della loro retribuzione per un periodo di tempo limitato. Più difficile è però ideare uno schema di sussidi di disoccupazione che copra in maniera soddisfacente la crescente categoria dei lavoratori autonomi, dei lavoratori delle piattaforme online, di quelli con contratti intermittenti o a “zero ore”. In numerosi paesi queste categorie di lavoratori sono quelle che, negli ultimi anni, sono cresciute più rapidamente. A questo si è inspirata la proposta britannica che menzionava prima. A fine marzo, oltre 170 membri della Camera dei comuni e della Camera dei lord hanno sostenuto l’introduzione di un “Reddito di Base Universale di Emergenza” per la durata della pandemia: un importo equivalente al salario minimo netto da  elargire settimanalmente a tutti i residenti e finanziato dal debito pubblico. In confronto alle misure esistenti, compreso il cosiddetto “credito universale” (universal credit) del Regno Unito, una misura così autenticamente universale avrebbe il vantaggio di raggiungere tutti i nuclei familiari con uno sforzo burocratico minimo. Avrebbe però lo svantaggio di aumentare il reddito netto della maggioranza delle persone il cui problema non è quello di avere un reddito troppo basso ma quello di non poter spendere il loro reddito a causa della chiusura dei negozi. Si può quindi sostenere che il debito pubblico sarebbe inutilmente gonfiato da una simile misura e che avrebbe più senso ideare qualcosa di più finemente calibrato per far fronte all’improvviso crollo dei redditi delle persone colpite dalla crisi, anche se il targeting fosse imperfetto.

 

Il “reddito di base di emergenza” è diverso dal cosiddetto helicopter money, una definizione a volte usata anche a difesa del reddito di base universale?

Lo scopo è diverso. Quando un’economia è in recessione la banca centrale vorrà rilanciarla attraverso l’immissione di maggior liquidità. Questo è ciò che viene comunemente chiamato “Alleggerimento Quantitativo” (Quantitative Easing) e solitamente si ottiene consentendo e inducendo le banche private a prestare di più a imprese e a famiglie. Ma quando i tassi di interesse si sono avvicinati al livello più basso possibile, molti economisti hanno iniziato a chiedere il cosiddetto “Quantitative Easing per il popolo” (Quantitative Easing for the People), ossia l’emissione di denaro da distribuire direttamente alle famiglie. Il modo più semplice per fare ciò consiste in un versamento diretto di uno stesso importo sul conto bancario di ogni residente. Naturalmente un simile pagamento avrà un effetto inflazionistico ed è destinato ad averne uno. Deve essere utilizzato quando non c’è abbastanza  inflazione e quindi deve necessariamente essere temporaneo, come è nel caso di un reddito di base di emergenza o di altre misure intese ad affrontare l’impatto immediato della pandemia sul reddito disponibile di molte famiglie. Ma i suoi tempi di intervento ottimali sono diversi. L’helicopter money è più indicato per il momento in cui le imprese potranno riaprire e accogliere una forte domanda. Il timore a volte espresso è che, proprio come le imprese potrebbero non investire anche quando i tassi di interesse sono molto bassi, così le famiglie potrebbero non spendere ma piuttosto mettere da parte il reddito aggiuntivo che ricevono. Alcune delle proposte per un “Quantitative Easing per il popolo” suggeriscono quindi che questo pagamento debba essere effettuato in una “melting currency”, ossia una moneta che perde valore nel tempo, in modo che le famiglie siano incoraggiate a spenderla immediatamente. Alcune proposte escludono anche le famiglie ad alto reddito e quindi con una minore propensione al consumo. Come ben spiegato in un recente documento della ONG Positive Money (www.positivemoney.eu), la Banca Centrale Europea farebbe bene ad adottare una qualche versione di questo “Quantitative Easing per il popolo” non appena le misure di confinamento potranno essere allentate nella zona euro.

 

In che modo il “reddito di base universale” di 1200 dollari di Trump si adatta a questa distinzione tra due scopi distinti?

Il disegno di legge che è stato approvato a marzo dal Congresso degli Stati Uniti promette il pagamento una tantum di una indennità incondizionata di 1200 dollari a tutti i residenti con un reddito familiare lordo annuale inferiore a 90.000 dollari. Oltre al desiderio di essere generosi in un anno di elezioni, qui entrambi gli scopi sono rilevanti: tamponare l’immediata perdita di reddito di molti e aumentare la domanda aggregata per l’intera economia. Ma da quello che ho letto, la sfida amministrativa di raggiungere molti di quelli che hanno maggiormente bisogno di questo “cuscinetto” è tale che ci vorranno diverse settimane prima che riescano ad ottenere i loro 1200 dollari. Per quanto riguarda lo stimolo macroeconomico, questa misura funzionerà presumibilmente nelle zone del paese meno colpite dalla crisi, ma si scontrerà con il lockdown in quelle maggiormente colpite.

 

Non sembra particolarmente entusiasta riguardo a questi vari sviluppi.

Le misure proposte o che stanno per essere attuate servono a scopi utili e, in determinate circostanze, possono fornire il miglior strumento disponibile. Ma sono tutte intrinsecamente temporanee. Sono sostenibili solo nel breve termine. Tuttavia, hanno tutte una virtù in comune. Aumentano la consapevolezza di quanto le nostre società e le nostre economie sarebbero meglio preparate ad affrontare sfide come questa se esistesse un reddito di base permanente e incondizionato. Se così fosse, non ci sarebbero persone rimaste senza reddito che si ritrovano ad aspettare che vengano implementate misure ad hoc o che cercano di scoprire come poter accedere a misure esistenti di cui non si sarebbero mai immaginati di aver bisogno. Contrariamente a un reddito di base di emergenza, un reddito di base permanente non aumenterebbe il reddito netto dei ricchi né dovrebbe essere finanziato da un massiccio aumento dell’indebitamento pubblico. La maggior parte dei costi di tale misura sarebbe pagata da coloro il cui reddito non è colpito dalla crisi. Ciò non renderebbe inutile l’esistenza di regimi di previdenza sociale che tutelino sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi da un’improvvisa perdita di reddito. Tali regimi si aggiungerebbero, piuttosto, alla garanzia di un reddito di base fornito incondizionatamente a tutte e a tutti. Se un simile reddito di base esistesse a livello dell’UE, funzionerebbe inoltre come solidarietà automatica tra gli Stati membri, permettendo di attenuare lo shock nei paesi più colpiti. Inoltre, ogni qualvolta si rendesse necessario un Quantitative Easing, la strada sarebbe già spianata, basterebbe un aumento temporaneo, semplice da gestire dal punto di vista amministrativo, del reddito di base regolarmente corrisposto a tutte e a tutti.

Pensa quindi che i tempi siano maturi per una riforma dei nostri sistemi di protezione sociale che incorpori un tale reddito di base permanente, forse anche a livello europeo?

Credo nell’utopismo opportunistico. Le crisi possono offrire opportunità per importanti progressi. In Belgio, il suffragio universale maschile è stato il frutto della prima guerra mondiale, mentre uno stato assistenziale sviluppato, come in molti altri paesi, il frutto della seconda guerra mondiale. In questa fase non sappiamo quanto durerà, quanto sarà profonda e vasta la crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus. Ma dobbiamo cercare di sfruttare lo slancio per ristrutturare le nostre istituzioni in modo da rendere le nostre economie e le nostre società più giuste e più resilienti. Dopo il referendum svizzero e l’esperimento finlandese, le campagne presidenziali di Benoit Hamon in Francia e Andrew Yang negli Stati Uniti, le numerose proposte per un “Reddito di base universale di emergenza” o per un “Quantitative Easing per il popolo” in risposta all’attuale crisi possono ulteriormente contribuire a convincere le persone che un reddito di base incondizionato è ciò di cui abbiamo bisogno. Per renderlo realtà in un particolare contesto nazionale o a livello europeo sono necessari visionari e attivisti, ma anche, al momento giusto, ingegnosi sostenitori istituzionali e politici coraggiosi.

 

[1]    NdT Philippe Van Parijs, Yannick Vanderborght, Il reddito di base. Una proposta radicale, Il Mulino, 2017. Questa la pubblicazione in italiano.

 

Traduzione a cura di Sabrina Del Pico

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