Basic income, stakeholder grants, e analisi di classe


Erik Olin Wright

Sia la tradizione marxiana che quella weberiana pongono una semplice idea al centro dell’analisi di classe della società capitalista: la classe lavoratrice è separata dai mezzi di produzione e quindi dai  suoi mezzi di sussistenza. Di conseguenza, è costretta ad entrare nel mercato del lavoro e a cercare occupazione allo scopo di acquisire i mezzi per vivere. Nel capitalismo, questa doppia separazione – dai mezzi di produzione e dai mezzi di sussistenza – rappresenta la base materiale dello squilibrio di potere tra capitale e lavoro: i lavoratori devono vendere la loro forza lavoro per poter vivere e così, essenzialmente, sono obbligati ad accettare termini di scambio e condizioni lavorative che non accetterebbero se avessero a disposizione alternative fattibili1.

Questa individuazione dello squilibrio di potere al centro dei rapporti di classe del capitalismo è in generale associata all’analisi di classe marxista, ma la stessa idea di base è presente anche in Weber. Weber scrive che, in un’economia capitalista, per i lavoratori: «l’inclinazione al lavoro [dipende dalla] probabilità che un rendimento insoddisfacente avrà un effetto avverso sui guadagni … [Questo] presuppone [che] l’espropriazione dei lavoratori dai mezzi di produzione da parte dei proprietari sia protetta con la forza» (Weber 1922 [1978], p. 151). «La disponibilità a lavorare da parte dell’operaio è stata principalmente determinata dalla combinazione del trasferimento della responsabilità per il mantenimento personalmente sui lavoratori e la corrispondente indiretta forte costrizione al lavoro, come simboleggiato dal sistema inglese della workhouse, ed è sempre rimasta orientata alla garanzia obbligatoria del sistema di proprietà» (Weber 1922 [1978], p. 153).

Nella tradizione marxista, due delle accuse centrali al capitalismo derivano da questo rapporto di classe: innanzitutto, i lavoratori sono sfruttati perché devono lavorare per i capitalisti più duramente e più a lungo di quanto sia necessario per provvedere al loro tenore di vita; e in secondo luogo, sono alienati perché entrano in relazioni di lavoro in cui sono privati di potere sia sulle loro attività lavorative che sui frutti di tale attività. Entrambe queste proprietà dei rapporti di classe del capitalismo sono radicate nello squilibrio di potere che accompagna la proprietà privata dei mezzi di produzione. Queste accuse al capitalismo non sono, in primo luogo, rivendicazioni sulle ingiustizie del capitalismo. Esse sono dichiarazioni su come una particolare forma di rapporti di classe danneggi le persone. La tesi è che le vite di molte persone sarebbero migliori se lo sfruttamento e l’alienazione generati dalla proprietà dei mezzi di produzione fossero ridotti o eliminati2.

Il rimedio tradizionale marxista a questo squilibrio di potere era il socialismo. Il socialismo riuniva i lavoratori  ai mezzi di produzione – e perciò ai loro mezzi di sussistenza – nella forma della proprietà collettiva dei mezzi di produzione organizzata attraverso lo stato. Questo, si pensava, avrebbe messo fine allo sfruttamento capitalista, poiché i lavoratori avrebbero controllato democraticamente il surplus generato dalla produzione e avrebbe messo fine all’alienazione, grazie al controllo che avrebbero esercitato sulle condizioni produttive3.

I critici dello squilibrio di potere dei rapporti di classe capitalistici sono oggi molto meno ottimisti circa la possibilità del socialismo globale di essere una soluzione ai danni generati dai rapporti capitalistici4. Mentre l’esperienza storica dell’Unione Sovietica non rappresenta una prova decisiva dell’impossibilità della pianificazione economica globale, secondo molti critici del capitalismo sembra che non si possa fare a meno del mercato e perciò le alternative al «capitalismo reale» devono essere compatibili con istituzioni di mercato ben funzionanti.

In questo contesto teorico e normativo, sia gli stakeholder grants che il basic income incondizionato possono essere considerati come strategie di trasformazione potenziale dei rapporti di classe all’interno del capitalismo in modo da neutralizzare parzialmente lo squilibrio di potere di questi rapporti5. Entrambe queste proposte accettano la struttura economica di base della società capitalista – proprietà privata dei mezzi di produzione, mercati robusti, investimenti guidati dalla massimizzazione dei profitti e così via. Entrambe queste proposte considerano le caratteristiche di efficienza dei mercati come sufficientemente importanti al punto che nessun progetto redistributivo deve operare all’interno dei limiti imposti da mercati ben funzionanti. Ma entrambe le proposte credono anche che una redistribuzione piuttosto sostanziale sia possibile all’interno di questi limiti. Ciò che argomenterò è che sebbene entrambe queste proposte, se sufficientemente generose, avrebbero un impatto sugli squilibri di potere dei rapporti di classe capitalistici, il basic income  potrebbe avere conseguenze più profonde a causa del carattere dei rapporti di classe nella società capitalista. Questo non equivale a sostenere che, rispetto alle argomentazioni delle teorie liberali egualitarie sulla giustizia, il basic income soddisfa meglio i principi di giustizia di quanto facciano gli sakeholder grants; e tanto meno equivale a sostenere che, su terreni pragmatici, il basic income è più efficiente e politicamente fattibile degli stakeholder grants. Queste sono questioni importanti, ma non me ne occuperò. Quello che cercherò di mostrare è che rispetto all’obiettivo di correggere lo squilibrio di potere tra lavoro e capitale, è probabile che il basic income abbia effetti più profondi degli stakeholder grants.

Gli stakeholder grants forniscono a ogni cittadino che ha raggiunto la maggiore età un fondo forfettario di risorse che può essere impiegato per qualsiasi scopo. Ackerman e Alstott propongono che questo fondo sia di 80.000$. Dal punto di vista del suo impatto sui rapporti di classe, la questione critica è se il fondo sia sufficientemente grande da permettere al beneficiario di avviare in modo realistico una piccola impresa (forse con l’aiuto di fondi addizionali provenienti dalle istituzioni di credito)6. Se il fondo rende ciò possibile, allora rende effettivamente possibile ai lavoratori di acquisire i propri «mezzi di produzione», rompendo  così la loro dipendenza dalla vendita della propria forza lavoro per poter acquisire i mezzi di sussistenza. Il basic income incondizionato dà ad ogni persona un importo mensile sufficientemente alto per poter vivere a quello che potrebbe essere considerato un austero, rispettabile livello economico. Esso sfida perciò lo squilibrio di potere all’interno dei rapporti di classe delle economie capitaliste, riunendo direttamente le persone ai mezzi di sussistenza, piuttosto che ai mezzi di produzione necessari a generarli.

In un senso, certamente, il basic income e gli stakeholder gants sono convertibili l’uno nell’altro: se una persona mette il fondo di 80.000$ in un conto a basso rischio che frutta il 6 per cento di utile all’anno, allora in circa 20 anni, esso frutterebbe un reddito di oltre 1.000$ al mese. Analogamente, se una persona che riceve un basic income lo risparmia semplicemente in un conto a basso rischio continuando a lavorare nel mercato del lavoro ordinario, alla fine, il suo basic income diventerebbe un fondo. La differenza, allora, tra i due programmi è che in un sistema di basic income viene garantito un flusso di risorse ma bisogna prendere l’iniziativa e aspettare che si sviluppi in fondo, mentre in un sistema di stakeholder grant viene appunto garantito un fondo ma bisogna prendere l’iniziativa e aspettare che si sviluppi in reddito.

Nella discussione che segue, metterò tra parentesi la questione della fattibilità economica sia del sistema degli stakeholder grants che del basic income.  In entrambi i casi questa dipende dal livello di generosità del programma. Presumerò che il livello sostenibile degli stakeholder grants sia sufficientemente alto da rendere il lavoro autonomo un’opzione fattibile quasi per tutti e che l’importo mensile del basic income sia sufficientemente alto da provvedere un tenore di vita modesto e culturalmente accettabile. La questione, allora, è quale di loro avrebbe, a lungo termine, le ramificazioni più profonde per i rapporti di classe nel capitalismo.

Stakeholder grants

Essere indipendente è certamente l’aspirazione centrale di molti lavoratori negli Stati Uniti. Nella mia inchiesta del 1980 sull’analisi comparativa di classe, il 58 per cento dei lavoratori dipendenti negli Stati Uniti (il 66 per cento di uomini e il 47 per cento di donne) affermavano che gli sarebbe paciuto essere lavoratori autonomi, un giorno (Wright: 1997: 116)7. Gli stakeholder grants accrescerebbero certamente la proporzione di lavoratori dipendenti che tenterebbe di avviare una propria attività e probabilmente anche la proporzione che vi riuscirebbe. Quindi, stakeholder grants generosi potrebbero avere un impatto reale sulle strutture di classe capitaliste: una porzione sempre più alta di popolazione sarà in grado di «essere indipendente» in un sistema capitalistico che prevede stakeholder grants rispetto ad uno che non ne prevede.

Tuttavia, ci sono tre ragioni principali per cui ci si dovrebbe aspettare che l’impatto generale degli stakeholder grants sugli squilibri di potere dei rapporti di classe capitalistici sia relativamente modesto. Innanzitutto, una certa proporzione di beneficiari degli stakeholder grants userà i fondi semplicemente per un maggiore consumo nel breve periodo. Dal punto di vista della logica delle pari opportunità che gli stakeholder grants possono offrire, questo rappresenta forse un elemento di difficoltà, ma non è un problema fondamentale. La premessa del sistema degli stakeholder grant è che le persone dovrebbero avere l’opportunità di assumere la responsabilità del loro proprio futuro e che dare loro un fondo uguaglia in maniera significativa questa opportunità. Se alcune persone sono imprudenti, questo non mina gli obiettivi di «uguaglianza nella posizione di partenza» degli stakeholder grants. Tuttavia, questo elemento riduce l’impatto dei fondi sulla struttura di classe.

In secondo luogo, c’è da considerare che una proporzione molto alta di piccole imprese fallisce di solito entro un anno. Non c’è motivo di ritenere che le imprese avviate da giovani che abbiano usufruito degli stakeholder grants avranno maggior successo di quanto attualmente abbiano quelle piccole imprese avviate invece da coloro che hanno investito i loro risparmi, e anzi c’è motivo di aspettarsi un tasso di fallimenti più alto (a causa dell’inesperienza). In ogni caso, la maggior parte delle persone che cercheranno di creare piccole imprese con i loro fondi, falliranno. Questo non significa, certamente, che la base logica delle pari opportunità insita negli stakeholder grants si rivela vacua – l’opportunità di fallire è una caratteristica insita nell’opportunità di competere in un’economia di mercato. Ma questo limita l’ampiezza dell’impatto degli stakeholder grants sui rapporti di potere di classe.

Infine, anche per quelle piccole imprese che avranno successo, molte esisteranno all’interno di vari tipi di rapporti sociali che li subordineranno al capitale attraverso il mercato del credito o  relazioni contrattuali come il franchising, la fornitura, il subappalto e così via. Questo non significa che la situazione di un lavoratore autonomo in una piccola impresa radicata in tali relazioni non sia differente da quella di un lavoratore ordinario: il lavoro autonomo ancora fornisce alla maggior parte delle persone una qualche misura di autonomia reale. Eppure, per molte persone, essere lavoratore autonomo uguaglia solo in modo modesto i rapporti di potere verso il capitale che fornisce loro i mezzi per vivere.

Basic income

Un basic income incondizionato e generoso, che permetta ai lavoratori una significativa opzione di uscita dal rapporto lavorativo, trasforma direttamente il ruolo del potere all’interno dei rapporti di classe della società capitalista. Innanzitutto, in un sistema capitalista che adotta il basic income le persone sono libere di impegnarsi in forme di attività socialmente produttive non mercificate, cioè attività produttive che non sono orientate verso il mercato. C’è una vasta gamma di attività che molte persone vogliono svolgere e che sono mal organizzate sia dal libero mercato che dalle istituzioni pubbliche. Tra queste, è preminente il lavoro di cura verso bambini, anziani e, in molte situazioni, verso le persone malate. Forme non mercificate di partecipazione nelle arti, nella politica e in vari tipi di servizi sociali sarebbero ulteriormente facilitate dal basic income incondizionato. Spesso le persone che hanno un grande interesse verso questi tipi di attività sarebbero disposte a svolgerle per uno stipendio relativamente modesto se queste venissero fornite dal mercato. Ne è testimone il tenore di vita molto basso accettato (anche se con riluttanza) da attori, musicisti, attivisti politici e di base. Il problema per molte persone non sono tanto i salari bassi ma l’incapacità di trovare occupazione in questi tipi di attività. Il basic income incondizionato rende possibile alle persone di scegliere di svolgere questi tipi di attività senza dover accedere al mercato del lavoro. In questo modo esso contribuisce a uno spostamento nell’equilibrio di potere all’interno dei rapporti di classe.

In secondo luogo, per coloro che ancora entrano nei rapporti di lavoro capitalistici ordinari, il basic income incondizionato contribuirebbe a una simmetria di potere maggiore tra lavoro e capitale persino in assenza di un’organizzazione collettiva dei lavoratori. Questo sarebbe particolarmente importante per i lavoratori non specializzati e con bassi salari. Spesso queste categorie di lavoratori subiscono sia bassi salari che condizioni di lavoro miserabili. La realistica opzione di uscita dei lavoratori a basso salario sotto un sistema di basic income incondizionato accrescerebbe il loro potere contrattuale con i datori di lavoro. Naturalmente, questo potrebbe significare la scomparsa di molti lavori specializzati, ma poiché molte persone non qualificate ancora vorranno del reddito destinato a spese non strettamente necessarie che si trovi al di sopra del livello austero del basic income incondizionato, ci saranno ancora lavoratori disposti a svolgere tali lavori. La differenza è che l’equilibrio di potere nel quale le remunerazioni di tali lavori sono determinati sarebbe spostato verso i lavoratori.

Infine, un basic income incondizionato potrebbe anche contribuire in vari modi ad accrescere la forza collettiva dei lavoratori, non solo il loro potere individuale all’interno dei rapporti di lavoro. Uno dei fattori che definisce il contesto della formazione di un’organizzazione collettiva della classe operaia è la misura in cui i sindacati aiutano i datori di lavoro a risolvere vari tipi di problemi. Come è stato notato nei dibattiti sulla densità del sindacato, sembrano esserci due equilibri in questi termini: il capitalismo sembra funzionare al meglio sia sotto un’alta che sotto una bassa densità sindacale (Calmfors e Driffill, 1988; Wright, 2000). Uno dei contesti nel quale l’alta densità sindacale rappresenta un vantaggio per i datori di lavoro è quando il mercato del lavoro è perennemente in difficoltà. In tali situazioni, i datori di lavoro fronteggiano il problema dell’aumento dei salari, in quanto le imprese fanno offerte al rialzo sui salari per attirare i lavoratori impiegati in altre imprese. Dal punto di vista individuale dei lavoratori un tale aumento di salario potrebbe sembrare un fatto positivo nel breve termine, ma se questo processo al rialzo significa che i salari aumentano più rapidamente della produttività, allora nel lungo termine questo è insostenibile e conduce a una destabilizzazione generale del mercato del lavoro. In questi contesti, allora, un forte movimento dei lavoratori può far rispettare la restrizione salariale ai datori di lavoro e ai lavoratori stessi in cambio di una maggiore sicurezza economica e di uno scenario economico più stabile che punti all’innovazione tecnologica per incrementare la produttività.

Il basic income incondizionato genererebbe le pressioni di un mercato del lavoro in difficoltà e potrebbe così portare i datori di lavoro a essere più ricettivi all’equilibrio di alta densità sindacale. Dove i lavoratori hanno opzioni di uscita più semplici dal punto di vista individuale, i datori di lavoro possono avere maggiori incentivi ad accettare nuove forme di cooperazione collettiva con le organizzazioni dei lavoratori. Tale cooperazione collettiva è un elemento in quello che  è a volte definito un approccio «high road» del capitalismo. Un modello di capitalismo, questo, nel quale lavoro e capitale si impegnano verso una maggiore collaborazione in merito al modello e alla regolazione del lavoro, della produzione e dell’innovazione di quanto avvenga nelle organizzazioni capitaliste convenzionali nelle quali i datori di lavoro hanno più o meno controllo unilaterale sulle decisioni produttive di base. Una tale più stretta collaborazione, se istituzionalizzata stabilmente, costituisce un livellamento relativo di potere all’interno dei rapporti di classe capitalisti. Nella misura in cui il basic income incondizionato rende l’equilibrio di cooperazione più fattibile, esso contribuisce pertanto a uno spostamento dell’equilibrio del potere di classe verso i lavoratori.

Conclusioni

Mettendo queste considerazioni insieme,  il basic income incondizionato, se economicamente sostenibile, sembra possa garantire una serie di cambiamenti sociali e istituzionali che ridisegnano i rapporti di potere del capitalismo in modo più profondo di quanto possa fare un sistema di stakeholder grants. L’argomentazione a favore del basic income, in questi termini, è più vicina a un’argomentazione a favore del bene pubblico che a una semplice argomentazione per una giustizia sociale individuale, poiché i cambiamenti nei rapporti di potere influiscono sulle dinamiche generali e sulle condizioni vissute da tutti  e non semplicemente da coloro che sono parte attiva nei rapporti di potere. Mi spiego meglio.

L’ideale di «pari opportunità», come concepito nel dibattito liberale egualitario sulla giustizia, comporta il cercare di distinguere tra quelle condizioni di vita delle quali le persone possono essere ragionevolmente considerate responsabili e quelle delle quali non lo possono essere. La giustizia sociale richiede di cercare di minimizzare quelle ineguaglianze che sono fuori del controllo individuale e la redistribuzione è un modo per conseguirla. Sia il basic income incondizionato che gli stakeholder grants possono essere giustificati come rimedi all’ingiustificata assenza di tale parità di opportunità. Su queste basi, infatti, alcune persone potrebbero preferire un sistema generoso di stakeholder grants a uno di basic income incondizionato nella misura in cui esso possa essere considerato come meglio incarnare l’ideale di responsabilità delle pari opportunità. Sotto certi aspetti, il basic income incondizionato sembra un sistema paternalistico nel quale, per evitare il rischio che gli individui sperperino le risorse redistribuite, è lo stato a distribuire un ammontare alle persone piuttosto che dare loro un ampio pagamento forfettario unico. In un sistema di basic income incondizionato le persone possono ancora sperperare il loro basic income, ma lo possono fare solo per un mese alla volta. Se evitare il paternalismo rappresenta un priorità alta in una concezione di pari opportunità e se l’uguaglianza di opportunità è la giustificazione centrale per la redistribuzione, allora il sistema degli stakeholder grants potrebbe essere preferito a uno di basic income incondizionato.

La giustificazione del basic income incondizionato qui offerta non riguarda tuttavia principalmente la giustizia sociale in quanto tale. Riguarda la creazione di condizioni sotto le quali un passo stabile verso un potere più equo all’interno dei rapporti di classe può essere raggiunto. La questione dell’uguaglianza di potere ha forti caratteristiche connesse al bene pubblico. Consideriamo un altro contesto nel quale ci preoccupiamo rispetto all’uguaglianza di potere: il diritto di voto. Ovviamente, non permettiamo alle persone di vendere il loro diritto di voto a nessuno, anche se molti vorrebbero farlo se gli venisse data l’opportunità e ci sarebbe di sicuro un mercato per tale vendita se gli venisse loro permesso. Si potrebbe sostenere che anche questo è paternalismo: lo stato impedisce alle persone di impegnarsi in una transazione volontaria allo scopo di impedire loro di fare cose che, nel lungo termine, provocherebbe danni. La giustificazione per questo divieto non è semplicemente che in ultima istanza sarebbe dannoso per le persone in particolare che vendono il loro diritto di voto, nello stesso senso che assumere droghe possa essere nocivo. Piuttosto, l’argomentazione è che vendere i voti minerebbe la democrazia e sarebbe nocivo anche per coloro che non hanno venduto i propri voti: sarebbe dannoso a causa della concentrazione di potere che un mercato libero dei voti creerebbe e questo alla fine minerebbe l’ideale di uguaglianza politica dei cittadini. Il divieto alla vendita dei voti è quindi difeso soprattutto a causa di una valutazione sulle conseguenze collettive della distribuzione alternativa di potere all’interno delle nostre istituzioni politiche.

Il potere all’interno dei rapporti di classe possiede alcune di queste stesse qualità espresse in relazione al bene pubblico. E in questi termini, un basic income universale relativamente generoso – se fosse sostenibile – è probabile che contribuisca a un sostanziale equilibrio nei poteri di classe più di quanto possa fare un fondo generoso forfettario assegnato a giovani adulti. Il flusso di reddito mensile, che è una parte essenziale del basic income incondizionato, non è quindi semplicemente una forma di paternalismo destinato a impedire agli individui di sperperare le loro risorse, ma un modo per assicurare la stabilità del processo sociale dopo che i rapporti di potere siano stati spostati.

 

Note

 1 Sostenere che questo rapporto è propriamente descritto come la rappresentazione di uno «squilibrio di potere» può essere discutibile per alcuni economisti che vedono lo scambio di lavoro come un contratto puramente volontario, in cui l’elemento potere è assente. I capitalisti non hanno veramente potere sui lavoratori, continua il ragionamento, perché i lavoratori sono sempre liberi di licenziarsi se non gradiscono quello che gli vene detto di fare. La contro argomentazione è che la proprietà capitalistica dei mezzi di produzione è difesa con la forza nella forma dei diritti di proprietà attuati dallo stato. Questo dà loro potere effettivo sui lavoratori, data la scarsità di capitale e la necessità dei lavoratori di cercare occupazione. Per dibattiti contemporanei sulla dimensione del potere nel rapporto tra lavoro e capitale che si rivolgono allo scetticismo degli economisti neoclassici, vedere Bowles e Gintis (1990) e Bartlett (1989).

2  Potrebbe anche essere il caso, naturalmente, che le questioni della giustizia e dell’imparzialità siano strettamente collegate a queste accuse ai rapporti di classe capitalistici. Il termine «sfruttamento» ha certamente una connotazione di ingiustizia anche se, a un’ispezione più vicina, non è una semplice questione di collegamento di un concetto di classe analitico dello sfruttamento a idee di giustizia filosoficamente rigorose.

3  Il socialismo era anche visto come il rimedio per una terza tradizionale accusa marxista al capitalismo: l’anarchia del mercato nel capitalismo genera varie forme di sprechi, inefficienze ed esternalità negative. Il socialismo, in quanto sistema di pianificazione economica democratica, si pensava fosse una soluzione a questi problemi macroeconomici, oltre che alle questioni microeconomiche dello sfruttamento e dell’alienazione nelle vite dei lavoratori.

4  Per «socialismo globale» intendo un’economia nella quale la proprietà privata dei mezzi di produzione è stata ampiamente abolita e i mercati sono stati sostituiti con la pianificazione democratica come base per la regolazione e il coordinamento economici. Si può certamente essere scettici rispetto al socialismo globale e mantenere una posizione critica socialista al capitalismo. Il problema allora diventa trovare i modi in cui gli elementi socialisti possano essere infusi nei rapporti capitalistici in modo da neutralizzare lo squilibrio di potere insito nel capitalismo. Se i limiti di tale processo significano che l’amalgama in un equilibrio istituzionale ottimale sarebbe più o meno capitalistico, non è qualcosa, credo, che si può sapere in anticipo sugli esperimenti istituzionali.

5  In una delle prime difese sistematiche del basic income, Philippe Van Parijs e Rober van der Veen (1985) hanno caratterizzato il reddito di base incondizionato come «una via capitalista al comunismo» che eviterebbe il socialismo, in modo da neutralizzare le indesiderate conseguenze dei rapporti di classe capitalistici a favore dell’autonomia individuale e della libertà.

6  Nella proposta di Ackerman e Alstott, la base logica centrale per gli stakeholder grants è di rimediare quanto più possibile al problema di disuguaglianze di opportunità generate dal fatto che alcuni giovani adulti ricevono trasferimenti di ricchezza intergenerazionali sostanziali mentre altri – la larga maggioranza – no. Mentre usare i fondi dello stakeholder grant per garantire il lavoro autonomo è uno degli usi che se ne può fare, le persone sono libere di usare l’opportunità offerta dal fondo in qualsiasi modo esse desiderino.

7  Le proporzioni di lavoratori e lavoratrici – piuttosto che di tutti i dipendenti – che vorrebbero essere lavoratori autonomi negli Stati Uniti sono praticamente le stesse per tutti i dipendenti: il 66 per cento dei lavoratori e il 46 per cento delle lavoratrici negli Stati Uniti riferiscono che vorrebbero essere lavoratori autonomi. Le proporzioni dei dipendenti in altri paesi che vorrebbero essere lavoratori autonomi sono generalmente molto più basse di quelle negli Stati Uniti: 49 per cento in Canada, 40 per cento in Svezia, 31 per cento in Giappone e 20 per cento in Norvegia.

 Riferimenti bibliografici

Bartlett, Economics and power, Cambridge University Press, Cambridge 1989.

Bowles, H. Gintis, Contested exchange: new micro-foundations for the political economy of capitalism, «Politics and Society», 18, (1980), 2, pp. 165-222.

Calmfors, J. Driffill, Bargaining structure, corporatism and macro-economic performance, «Economic Policy», 6 (1988), Aprile, pp. 13-61.

Weber, Economy and society, edited by Gunther Roth, University of California Press, 1922 [1978], trad. it. Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1961.

E.O. Wright, Class counts: comparative studies in class analysis, Cambridge University Press, Cambridge 1997.

E.O. Wright, Working-class power, capitalist-class interests and class compromise, «American Journal of Sciology», Volume 105, (2000), Number 4, January, pagg. 957-1002.

(traduzione di Sabrina Del Pico)

Tratto da libro Reddito per tutti, un’utopia concreta nell’era globale, Autori Vari, a cura del BIN Italia, Edizioni ManifestoLibri, Roma, 2009

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