Universal Basic Income nella Grande Transizione. Cinquant’anni dopo André Gorz e Mario Savio


Giuseppe Allegri

In questo intervento, uscito in una precedente versione su La transizione (transizione.net – https://transizione.net/universal-basic-income-nella-grande-transizione/) del 29 maggio scorso, Giuseppe Allegri riflette sulla necessità di un reddito di base universale (Universal Basic Income) nella lunga transizione dentro la società informatica e digitale che stiamo vivendo da un cinquantennio, ricordando le intuizioni anticipatrici di André Gorz e di Mario Savio. Si tratta, ancora una volta, di rifiutare tanto le gabbie mentali delle retrotopie di una cristallizzata società salariale, quanto le visioni transumaniste del libertarianesimo dei monopolisti del capitalismo digitale. Per liberare le potenzialità dell’autodeterminazione individuale e della cooperazione sociale nel senso di favorire una “generosità allargata” a partire dalla garanzia di un basic income come diritto all’esistenza libera, degna e solidale.

 

Quando si operava un cambiamento – in senso generale: in campo politico, sociale, affettivo – ci si rifugiava nell’esatto opposto,

piuttosto che ricercare ragionevolmente un’aurea mediocrità.

Thomas Pynchon, V, 1963

 

André Gorz 1964

«Lavoratore, lavoro e forza-lavoro tendono ad unificarsi in persone che si producono e che producono un mondo. E questa produzione si svolge, oltre che sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei caffè, negli stadi, durante i viaggi, nei teatri, nei concerti, sui giornali, sui libri, nei quartieri, nei gruppi che dibattono, in breve ovunque gli individui entrino in relazione e producano l’universo delle relazioni sociali».

Sono le celebri parole scritte quasi cinquanta anni fa, nel 1964, da André Gorz (1923-2007) nel volume titolato Stratégie ouvrière et néocapitalisme (Éditions du Seuil, 1964, p. 110) e riportate anche nel più celebre, Miserie del presente ricchezza del possibile, (manifestolibri, 1998, p. 126).

La vita al lavoro per il capitalismo digitale nella pandemia globale

Oggi, soprattutto al tempo della pandemia globale della primavera 2020 e dei suoi postumi, potremmo aggiungere che questa produzione di relazioni sociali che eccede il rapporto di lavoro dell’impiego salariato si svolge nella vita quotidianamente passata in rete, sul web, tramite piattaforme digitali di comunicazione, ricerca, scambio, informazione, condivisione, etc., App, social networks, social media, che nei due mesi e mezzo di lockdown hanno invaso i nostri schermi, occhi, orecchie, menti, etc. Ma certo non che non fosse già così da tempo, oramai. “È il capitalismo digitale, bellezza”. L’economia di piattaforma, la gig economy della vita messa in produzione, della cooperazione sociale immateriale che produce ricchezza per l’oligarchia monopolista del web, connessa in reti materiali della logistica globale, di un capitalismo estrattivo che fa veleggiare il bimilionario Jeff Bezos nel divenire il primo trimilionario entro il 2026.

Le gabbie mentali della società salariale

Eppure, quasi cinquant’anni dopo l’illuminante frase di Gorz sulla produzione di ricchezza fuori dai tradizionali luoghi e tempi del lavoro salariato – pronunciata nel pieno dell’allora inclusiva epoca del retorico Trentennio Glorioso (1945-75) – l’intero “pensiero critico e progressivo” (qualora questa definizione abbia ancora un senso) tuttora non riesce minimamente ad immaginare una società oltre le consunte gabbie d’acciaio e le logorate strutture della mentalità salariale. È una lunga e infinita sconfitta epocale, che accompagna il cinquantennio di transizione all’economia immateriale, informazionale, digitale, automatica, che ci stiamo lasciando alle spalle.

Mario Savio 1964 e la Global Silicon Valley

Con in più la scarsa consapevolezza che sempre in quel lontano 1964, dalle parti della Bay Area, nella zona che diventerà la Global Silicon Valley, lo studente italo-americano Mario Savio pronuncerà all’università di Berkeley il suo celebre discorso fondativo della controcultura californiana, apripista del 1968 globale che verrà. We’re Human Beings! e il Free Speach Movement, contro l’aziendalizzazione delle università, per l’apertura dei codici, contro la tradizionale macchina militare statuale e la nascente fabbrica diffusa del capitalismo cognitivo, come ci è capitato già di ricordare altrove, in una breve riflessione – Il 1968 come arte del Caosmos – inclusa nel libro curato da Ilaria Bussoni e Nicolas Martino, È solo l’inizio. Rifiuto, affetti, creatività nel lungo ’68 (ombre corte, 2018) nel quale era contenuto anche l’intervento di Franco Berardi Bifo, Meditazione kubrikiana sul 2068, dove ricorda come la spinta antiautoritaria presente nel discorso di Savio progressivamente si «evolve in radicalismo tecno-libertario che nei decenni successivi al ’68 esalta l’autonomia dell’impresa cognitiva fino a farne principio di autorganizzazione anti-statuale, ma anche tendenzialmente anti-sociale. Questa area culturale, prevalente in California, ma importante anche in settori europei post-68, anticipa con la cybercultura degli anni Ottanta e Novanta la rivoluzione digitale, unita al modello economico neoliberista».

Comunismo del capitale e vuoto retrotopico e mainstream del pensiero critico

È il libertarianesimo transumanista imbevuto di accelerazioni sintetiche e distopiche che ha plasmato una sorta di paradossale 1968 rovesciato di segno e durato un lungo quarantennio di comunismo del capitale (Christian Marazzi, ombre corte, 2010), che trae profitti, rendite, ricchezze dall’universo delle relazioni sociali – per dirla ancora con Gorz – messe in produzione e a valore per lo stesso spirito parassitario del capitalismo digitale. Questa è stata la mentalità e l’habitus socio-esistenziale che ha governato le nostre vite indebitate alla catena dal lavoro povero, senza che neanche il più avveduto e progressivo pensiero critico e/o di sinistra avesse la minima forza non solo di incidere in questa lunga, grande transizione e trasformazione, ma di proporre un inedito ordine del discorso. Così immersi in nostalgiche retrotopie (per dirla con l’ultimo Zygmunt Bauman) della società salariale, da un lato, o nell’imbarazzante flusso mainstream di esaltare le “magnifiche sorti e progressive” della tecnologia informatica, e poi digitale, e quindi automatica, che proietta l’essere umano bianco, borghese, proprietario, benestante nella sua domotica casalinga, wireless e letteralmente servita dall’intelligenza artificiale. Con magari accanto il coté di retorica sulla blockchain e sull’eterea cripto-moneta a venire, per produrre una società ancora più diseguale, frammentata e polarizzata, sicché da essere sconfitti anche per i prossimi cinquant’anni, chi, tra gli oramai non più giovanissimi tecno-transumanisti “progressisti ottimisti” avrà l’infausta fortuna di vivere ancora così a lungo.

Oggi, purtroppo non ieri, neanche domani: reddito di base universale e nuovo Welfare

E invece da cinquant’anni, successivamente ce lo avrebbe detto anche lo stesso André Gorz in dialogo con Philippe Van Parijs (Reddito di esistenza oltre la società del lavoro salariato), il principale strumento di tutela e protezione sociale per pensare l’essere umano in società, tra autodeterminazione individuale e solidarietà collettiva, era e rimane il reddito di base universale (Universal Basic Income – UBI) sganciato dalla prestazione lavorativa intesa come impiego e nel quadro di un nuovo Welfare di promozione dell’accrescimento personale – istruzione, salute, mobilità cultura, etc. – in una prospettiva ecosistemica di gestione ecologica dei processi di automazione e della disoccupazione tecnologica, tra WebFare e reddito per tutti, come occasione per ripensare tempi di vita liberati dalla maledizione del lavoro, tanto sotto il comando dell’essere umano su di un altro essere umano, che della passiva obbedienza all’automatismo macchinico.

Questo è il tema: un reddito di base inteso come ius existentiae, un diritto all’esistenza libera, dignitosa, solidale, per liberare la creatività umana nel governo condiviso della Grande Transizione che in realtà stiamo già vivendo da un cinquantennio: rifiutando le depressive tendenze a pensare l’essere umano in società con gli infeltriti abiti del mondo di ieri, il capitalismo digitale con le pervasive gabbie di silicio che producono crampi dell’immaginazione soprattutto in quelle forze politiche, culturali e sindacali che si pretendono protettrici delle masse subalterne e invece finiscono per spingerle in posture sempre più impaurite, rancorose, insicure, intolleranti. Nel patto distopico da “tutore digitale suprematista” che da tempo lega il co-fondatore di PayPal Peter Thiel al Make America Great (or White?) Again dell’attuale presidenza Trump: una sorta di bonapartismo tecno-autocratico, fondato sulla galvanizzazione digitale dall’alto dei peggiori istinti regressivi, in una miserevole guerra civile globale tra poveri ed esclusi.

Anche per questo, solo il ragionare a partire da una protezione sociale universale, come il reddito di base, un reddito di esistenza, può respingere le passioni tristi indotte dall’alto e ampliare la troppo spesso ridotta “simpatia umana” in una prospettiva di “generosità allargata” (per dirla con David Hume riletto da Gilles Deleuze) all’intera umanità presente e a venire che sceglie di stare dalla “parte giusta”, per dirla con le parole utilizzate dai manifestanti che in questi giorni chiedono giustizia per la memoria di George Floyd, vittima di quella criminale coazione a ripetere del suprematismo bianco, xenofobo, intollerante e mortifero che infesta società e poteri pubblici.

 

 

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